La Sindrome di Vasco – Parte 2

“No, non è possibile”. La notte dell’estremo nord iniziava a sembrarmi attraente. Sarà stata la grappa del buon contadino che Angelo aveva preso sottobanco all’Animo Italiano. Continuavamo a centellinare a turni direttamente dalla bottiglietta – io pulivo l’apertura con la manica prima di appoggiarla alle labbra – ed immediatamente eravamo tutti e tre scossi da fremiti in tutto il corpo.
“Ti dico che è così”, mi rispondeva Savannah.
“Savannah, sai che anche Alessio sogna di perdere il pene?”, le rivelò Angelo, guidando distrattamente e schioccando le dita a ritmo di Return of the Mack.
“Lo vedi, è Freud!”, incitò Savannah, sottolineando le parole del mio amico.
Appoggiai i piedi sul cruscotto e potevo guardare la luna dal tettuccio panoramico: “tutto freudiano, santodio, tutto freudiano. In ogni caso non è possibile che sei una trans”.
“Ma perché non dovrebbe essere possibile?” chiese Savannah, mentre allungava le sue labbrone e il suo grande seno fra i due sedili anteriori.
“Perché …” e allungai la e a dismisura, “io mi ti farei!”: dovevo essere alticcio.
“Che grammatica è?”, proruppe Angelo, “Se ti sentisse la Fucà …”.
“Calma, non ho detto che mi farei tutti i trans. Sarebbe una cosa alla Vasco Rossi … dico solo che mi farei Savannah. Ti hanno fatto un bel lavoro, complimenti”.
“Beh, si partiva da una buona base, sono nata con i lineamenti di mia madre”, poi accarezzò la mia pelle, la mia fulvida barba: “grazie comunque, sei carino”.
Solo colui al quale non è mai capitata una bona come Savannah direbbe: “no, io non vado coi trans”, sputano sull’uva che non possono raggiungere. Tranquilla Savannah, ci sono io qui per te, sei troppo lontana per questo mondo miope.
Poi una mano si avvicinò al mio cavallo e sfiorò il mio baldo arnese già teso: “Ma hai un durello! Che sei porco!”, sorrise Angelo e Savannah si mise a ridere insieme a lui. Lo presi a pugni, ma temevo che avesse ragione: ero un porcellone. Grugnii per farglielo presente.
Le nostre risate si spargevano fra i grilli e la vaga nebbia. L’auto continuava a correre indisturbata, tanto che ogni tanto dimenticavo il motivo per il quale ci fossimo incamminati. Quando l’obiettivo mi tornava in mente, il mio animo si oscurava per un attimo. Perché? Cos’era quel lieve senso d’angoscia che mi assaliva. Guardavo Angelo tranquillo che sguazzava in quella serata e nei suoi cambi di ritmo, come se ci fosse nato in quell’auto. Cos’era quell’agio? Cosa quella comodità?
Passata la dogana di Pontechiasso, una bellissima struttura anni ’70, ci ritrovammo nella terra di mezzo prima della dogana svizzera: che di per sé è maledetto perché divide, mentre qui tutto dovrebbe solo unireeeee. Vasco stava certamente facendo riferimento ai due mondi che quel confine separava: giusto o sbagliato, non avevo idea. Buono o cattivo? Certamente si vedeva nell’aria che stavamo entrando in Svizzera: tutto era effettivamente più pulito, ordinato e geometrico, anche le strutture più losche. Meglio? Peggio? Chi lo sa?
Mentre alla prima dogana eravamo passati facilmente, alla seconda, quella svizzera, i poliziotti ci fermarono immediatamente per chiederci una perquisizione. Sarà stata la presenza di una trans che quasi certamente si prostituiva nei bagni dei locali di Pontechiasso? Un chiaro esempio di banalità e sindrome di Vasco.
Questo servo del potere, capace solo di scroccare stipendi allo stato svizzero, non era certo sveglio come una delle guardie del papa e guardava dentro il nostro abitacolo con la sua fottuta torcetta, accecando il mio amico, il quale fissava la luce gialla, strizzando gli occhi e apparendo proprio come se si fosse fumato un pino silvestre.
La guardia lo osservò per circa 5 secondi senza dire nulla, poi ci fecero scendere tutti a ghiacciare. Io e Savannah, venti centimetri più alta di me, abbracciati dentro il suo scialle di finto furetto; Angelo tastato in ogni parte del suo corpo dall’agente e subissato di domande del tipo: “sei un tipo che fa poco sport, eh?”, e lui che rispondeva con cose tipo: “io al massimo mi porto la coca cola a scuola: coca, casa e chiesa” e l’altro che continuava: “Ah, i bagordi? Le bollicine, eh?”.
Un altro agente stava tastando Savannah, dopo avergli chiesto di poterle toccare anche il cavallo e le parti intime: lei maliziosamente accettò. Quando lo stesso agente si avvicinò anche a me, stavo diventando rosso e cercavo di allontanarlo: avevo ancora infatti l’inturgidimento provocatomi da Savannah e dal suo scialle di finto furetto. Lui però si fece pressante e me lo tastò per bene, prima di rendersi conto che non era una palla da biliardo, ma la mia coppola dura come Steve McQueen, o come Francis Ford Coppola, fate vobis.
Allontanò velocemente la mano e mi guardò con una certa omofobia – che però non mi toccava affatto eh. Non avevo voglia nemmeno di spiegare quella spiacevole fattispecie, chiesi solo al suo orecchio – addirittura credo temesse stessi per fargli una proposta – : “Agente? Mi dica, quello che ha sentito da me, ce l’ha anche la ragazza qui presente?”.
Il giovane biondiccio insalamato dentro un giubbottone blu e nero con bande catarifrangenti, scosse il capo: “devi andarci piano con i cazzi e l’alcol, finocchietto, questo è oltraggio a pubblico ufficiale”.
Aprii la bocca esterrefatto … che insolenza, che qualunquismo, che pregiudizi, che ostilità! Per un attimo potei sentirmi vicino alla comunità LGBTeccetera, potevo sentire i soprusi ai quali erano condannati tutti i giorni: un attimo brevissimo, l’istante dopo avevo già dimenticato quale fosse “La mia Battaglia” e tornai ad indignarmi semplicemente dell’arroganza dell’agente.
Nel frattempo, l’altro poliziotto stava disquisendo con Angelo che puzzava di grappa e si grattava la testa.
“Non avete nulla, quindi? Niente di niente da dichiarare”.
“Niente di niente, boss”.
Il poliziotto disse di no con la testa, quasi dispiaciuto, pose le sua mani sui fianchi e batté ripetutamente il piede; se la pensò per bene, poi chiese: “Non è che possiamo nascondere un po’ d’erba nell’auto?”.
Angelo strabuzzò gli occhi e si voltò verso il vostro affezionatissimo. Il suo sguardo lasciava trapelare la seguente riflessione: siamo forse dentro uno di quei film dove la polizia cattiva te la vuole mettere nel culetto, spaccia droghe e poi ti arriva la Digos a casa e finisci sotto processo, proprio quando hai ricominciato a farti? Il mio sguardo diceva: forse, ma forse, ma sì!
Il poliziotto subito aggiustò il tiro: “non pensare male” e indicò un canuzzo che stava a prendere freddo legato ad un paletto del posto di blocco, “vogliamo solo dare il premio al cane antidroga”.
“In che senso? Non è un abuso di potere?”, balbettò Angelo guardando la pistola di ordinanza e le telecamere.
“Stiamo addestrando il cane: gli facciamo trovare un po’ d’erba o una bustina di coca e poi gli diamo dei croccantini”.
“Ahhh”, si rincuorò Angelo, “Stimolo-risposta. Pavlov?”: era studiato il ragazzo, poi però si preoccupò ancora. Io non avevo mai smesso di esserlo, mentre Savannah flirtava con l’altro agente. Si stava prendendo il numero della ragazza … pezzo di merda in divisa, all cops are bastards ...
“Non è che passiamo guai, vero?”, si informò ancora Angelo.
“Ma va là”, gli rispose l’uomo che era chiaramente fiorentino e nascose un cimotto sotto il tappetino del lato passeggero.
Come per riflesso, mentre il questurino andava a slegare il cane, Angelo alzò le braccia verso l’alto – un’abitudine che aveva dovuto sviluppare in quel merda di paese che frequenta d’estate, con quel suo cugino John.
Quando il cane trovò il cimotto – con una certa difficoltà devo dire – fu tutto un volare di applausi e croccantini. Carezze di tutti, di Angelo, di Savannah, degli agenti e il cane che gongolava … quando mi avvicinai io, cominciò senza alcun motivo ad abbaiare. Bastardo non a caso si applicava perfettamente sia ai poliziotti che ai cani, figuriamoci ai cani-poliziotto.
Risatone, saluti, cortesie, coglioni girati e raggrinziti: garra sparita completamente … In un batter d’occhio eravamo di nuovo per strada in direzione casinò di Lugano e non c’era niente da ridere. Angelo aveva spinto per tenersi l’erba come premio e si stava passando ‘sta cannetta con Savannah; qualche tiro me lo facevo pure io, che non fumavo dai tempi di Amsterdam. “Buona l’erba della pula”, sentenziava Angelo, mentre Savannah continuava ad accarezzarmi la guancia. Non vi nascondo che mi faceva sorridere quella ragazza. Era davvero bello sentirla raccontare di quando fu sottratta alla sua famiglia a San Paolo e costretta a subire un cambio di identità. La sua povera famiglia non faceva che stampare figli e far loro cambiare sesso nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Il caso di Savannah era particolare, perché lei si è sempre sentita donna, ma diceva che molte sue amiche soffrono. E pensare che credevo fosse africana. Tutti quei nomi: Bambola Star, Joana, Simoncka, etc. Ci raccontava delle spiagge di Rio, dei Capodanni e dei baci sotto le stelle. Fu allora che presero il volo. La immaginai danzare vestita con una gonna gialla e verde al ritmo ossessivo dei carnevali. Un foulard rosso a fiori bianchi che le teneva alta la chioma, uno sguardo accennato e un lieve inarcamento del labbro destro. Veniva voglia anche a me di ballare.
Tutto attorno a noi però si stagliava un enorme centro commerciale a forma di uovo, ormai in disuso, che bisognava attraversare in tutta la sua circonferenza per entrare in Svizzera definitivamente. Un grande spreco edilizio: il lavaggio di denaro non doveva certo finire alla costruzione in sé, eccheccazzo.
Non avendo la cosiddetta “vignetta”, il bollino che dovrebbe stare appiccicato sul parabrezza delle auto, non potevamo circolare nell’autostrada svizzera e questo ci permise di apprezzare le sorridenti località di Balerna – nel cui anonimato svettava il centro commerciale SerFontana, senza alcun senso, credetemi, tipo un mausoleo – gli straordinari viali alberati artificiali dell’architetto Botta, e una serie di buchi di culo che rispondevano indistintamente – ma senza spregio eh – al nome di Morbio, che avevo trovato azzeccato a causa dell’assonanza, Coldrerio, che non brillava di alcun carattere particolare ai miei occhi e infine Mendrisio.
Mendrisio me la ricorderò per sempre perché incontrammo uno dei personaggi più stravaganti della mia vita. Angelo era abituato a questi incontri perché aveva l’anima del senzatetto, ma io no … e rimasi folgorato e intenerito da quell’anima.
Era fermo accanto ad un segnale di divieto di fermata: circostanza che il mio animo ribelle trovò poetica.
Sotto la luce di un lampione stava con le mani in tasca e il brillante pelo bianco e folto, che doveva essere stato un biondo raggiante una volta. Quando ci vide passare in quella desolazione, si sbracciò tutto. Angelo non ci pensò due volte a fermarsi immediatamente: era, come diceva lui, il decalogo dell’autostoppista che lo imponeva. Piantò una gran frenata che fece sbalzare Savannah in avanti.
Tutto impelagato, con uno stile dandy invidiabile e delle fattezze che ricordavano un po’ David Bowie, un po’ Andy Warhol, l’anziano signore si avvicinò, zoppicando e storcendo la schiena per arrivare il prima possibile al finestrino che Angelo aveva già abbassato. Faceva una puzza di fumo indescrivibile. Bastò aprire il finestrino per farci arrivare la sbuffata.
Nemmeno ci salutò, nemmeno si chiese nulla di quella strana situazione, ma proferì invece con la sua splendida erre, non moscia, ma quasi trascinata: “Hai una sigaretta?”.
Angelo si voltò verso di me con un sorriso ebete, che a modo suo doveva voler dire molto.
Fu quello il modo in cui conoscemmo il Paolo.
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