La Sindrome di Vasco – Parte Quarta

La Sindrome di Vasco – Parte Quarta

Beh, guys, quando ormai si vola non si può cadere giù. Dopo il moment of being di Savannah effettivamente si vedeva quante cose fossero solo fesserie. Era poi da tempo che pensavo alle mie insicurezze. Il necessario bisogno di avere l’appoggio di qualcuno che sostenesse le mie abitudini, che sorridesse alle mie battute, da cui poter ricevere plauso e comprensione, tutte queste titubanze avevano cominciato a prendere la forma della faccia di Angelo, della sua irriverenza e ostentato individualismo.

Lui diceva sempre che dietro il mio utilitarismo si celava una sensibilità rara, che veniva però unicamente rivolta alla percezione che gli altri potevano avere di me e non si rivolgeva mai alla percezione che avrei dovuto avere per gli altri. Mentre stava a gambe incrociate seduto sul mio parquet a mangiare Kinder Cereali e sfogliare dei fumetti di Onepiece, mi si era aperto di fronte uno spiraglio di verità già in passato. Oggi, mentre lo osservavo pisciare sulla terra gravida di quell’enorme distesa immersa nella nebbia e fischiettare stralunato, comprendevo chi di noi due fosse il vero individualista: il lupo di Wall Street? Non proprio. Ad Angelo apparteneva un egoismo di marmo che andava rafforzandosi di minuto in minuto, di esperienza in esperienza, era un buco nero che ingoiava storie e le vomitava su carta una dopo l’altra senza soluzione di continuità, anno dopo anno. Prima o poi quella merda sarebbe diventata dura come il marmo e infine addirittura come il diamante. Il suo obiettivo era quello di stare di contro. Ora capivo cosa intendesse con soggettivismo oggettivo. L’oggetto era quello che stava di contro senza alcuna ragione agli occhi dell’osservatore e lui voleva stare contro tutto, anche contro se stesso, se fosse stato necessario.

I soldi che lui mi affidava, per quanto io li avessi potuti custodire e far fruttare, sarebbero comunque andati sprecati, perché il suo unico dio era lo spreco e lo sperpero. Le sue giornate sprecate, il suo tempo sprecato, le sue emozioni, sensazioni, sforzi, cadute e perdite: tutto sprecato. L’emissario del nulla, senza alcuna speranza. E stava lì a fischiettare guardando la luna e le balle enormi di fieno a ritmi regolari che coprivano la vista dell’orizzonte luminoso. Lui avrebbe preso quei soldi e li avrebbe gettati, come getta parole a vanvera e senza struttura, perché semplicemente non gliene fotte niente di niente.

Ad un tratto, però, mi accorsi che io stavo in quell’auto e stavo in quell’auto con Savannah e Paolo e sentivo i loro discorsi senza capo né coda. Lo guardavo pisciare, sgrullarsi l’ultima goccia direttamente sulle scarpe, pulirsi le mani unte sul jeans: ero parte delle sue storie senza senso. La sindrome di Vasco? Non si può generalizzare un significato che semplicemente manca, cosa voleva mostrarmi? Voleva forse guarirmi dalla mia ansia di strutturare impressioni mie negli altri e strutturare pensieri per esprimerli nel modo più efficace?

Si girava verso di noi e indicava la luna con le mani, facendole roteare con tutte le braccia come a dire: “mammamia, guardate che roba”. Ma cosa dovrei guardare? Il nichilista che mi stai facendo diventare, bastardo egomaniaco? Vivere è un po’ come perder tempo? Pensare che domani sarà sempre meglio? Io voglio un senso, cazzo.

Che ridesse mentre entrava in auto, accompagnato da Savannah, non l’ho mai capito.

Paolo ci raccontava, anzi millantava proprio, l’esistenza di una fidanzata di nome Sheila che viveva in Inghilterra, era bionda e aveva adesso 53 anni. Doveva avere una fissa bella e buona con il Regno Unito.

“Che fa Sheila nella vita?”, chiedeva Angelo.

“Ah, Sheila ha lavorato nel campo musicale per tanto tempo, ma adesso si è annoiata. Ambiente duro quello”, rispose il Paolo.

Angelo però non era contento della risposta e chiese ancora: “e adesso che fa di bello?”.

La risposta fu semplicemente: “beh, adesso si è annoiata e non lavora più in campo musicale” … rispose invertendo l’ordine delle proposizioni precedenti. Il fatto che Angelo non infierisse, mi fece imbestialire, perché evidentemente lo aveva convinto la nuova risposta. Maledetto lui, il Piccolo Principe e la fottuta vita di Amelie, la quale, parliamoci chiaro, voleva solo un pezzo di cazzo alla fine dei giochi e stop, autistica da mercatino.

“Michele, ti vedo insofferente, che succede?”, mi chiese Savannah. Stavamo per entrare a Lugano Paradiso e le silhouette dei palazzi disposti ad anfiteatro si ombreggiavano in controluce. Vidi con la coda dell’occhio un mini market 24 ore e mi infilai di corsa nel primo parcheggio libero, saltando velocemente giù dalla 500.

Il Paolo si stava scolando “alla goccia” una lattina di birra e guardava Angelo tutto soddisfatto nei posti di dietro. I loro aliti da scansafatiche si depositavano sui vetri dei finestrini e disegnavano cuoricini e nomi: Sheila, Luciano, Paolo, Savannah, etc. Paolo faceva finta di rubare un’altra birra ad Angelo e poi si metteva a ridere del gran scherzo.

Non potevo accettare più altro: corsi dentro la bottega e vidi sul tendaggio parasole meccanico scritte come “tutto un euro” e “Gesù ti ama e ti salva”. Dietro la cassa vedevo brillare crocifissi luminosi e altre frasi tratte dagli Atti degli Apostoli e l’Ecclesiaste, frasi motivazionali da testimoni di Geova con immagini di montagne innevate e deserti al tramonto: un connubio di fede e soldi che avrebbe fatto inturgidire il membro di Max Weber. Alla cassa una ragazzetta che leggeva un libro e teneva le mutandine in bella vista, passò sullo scanner una bottiglia da 50 cl di olio extra vergine d’oliva, una tinozza da barba in plastica bianca e una bottiglietta d’acqua.

Quando avevo messo tutto nel sacchetto, la ragazza mi chiese se potessi darle uno strappo a casa, dato che sembravo un bravo ragazzo e che fra poco le avrebbero dato il cambio per il turno.

Teneva ancora le gambe aperte in bella vista. Io dovevo avere gli occhi di fuori e le guardavo fisso fra le cosce. Con la mano sinistra tenevo alta la busta da sotto. Alzai lo sguardo dritto verso i suoi occhi con la schiena leggermente ricurva: c’è chi dice no, io non ci sono, io non mi muovo!

“Non me frega un cazzo delle vostre ricche individualità. Non carico un altro pagliaccio in macchina, te ne vai a piedi a casa. Ho già i miei cazzi a cui pensare”. La ragazza rimase interdetta, mi dispiaceva, ma non poteva immaginare il mio percorso mentale, non aveva idea della lotta interiore fra comune e folle che stavo vivendo.

Il Moulin Rouge, il bar dei negracci, quel mattoide di Paolo, la depressione apparentemente scomparsa di Angelo non appartenevano certo a qualcuno che si faceva cucire le iniziali sulle camicie di sartoria, come il vostro affezionatissimo.

Statti dove sei, carina, perché non sono fatto per te, che mi sta venendo una nevrosi.

In questa condizione, mi calai sul marciapiede e rivoltai su di esso il contenuto dei miei acquisti: Savannah, l’unica gioia, l’unica persona reale in quella strana serata, mi si avvicinò e mi chiese cosa non andasse.

“Tesoro mio”, mi girai da terra quasi in lacrime, “saresti proprio una moglie brava”, i pantaloni di sartoria che si sgualcivano sul cemento grigio e quadrettato, le ginocchia che dolevano, le scarpe laccate che si rigavano.

Mentre versavo l’acqua nella bacinella e facevo cadere via via gocce d’olio a ritmi regolari, lei mi strinse le spalle appoggiando un seno troppo solido per essere vero sulla mia giacca. Savannah baciò la mia nuca. Le lacrime adesso cadevano torrenziali nella bacinella senza che io potessi capire cosa stava succedendo, che ne fosse delle blockchain e delle criptovalute, che ne fosse delle Isole Comore e di Las Vegas, dei brividi, delle canzoni di Vasco.

Savannah mi stringeva le spalle e quasi ballavamo insieme, mentre un grande occhio di olio si andava formando sul pelo dell’acqua nella bacinella, appena appena scossa dal vertiginoso infrangersi dei miei pianti.

Balbettavo singhiozzando: “ Fuj diavulu da casa mia, fuj diavulu da casa mia, fuj mahammetta da casa mia”.

Era tutto così reale, tutto così dannatamente reale e lontano da ogni guadagno e da ogni motivo o spiegazione.

Era la foto di Paolo col fratello in Egitto, erano le estati di Savannah a Rio, era la luna fra la nebbia luminosa.

Erano le canzoni di Franco Califano, Toffee di Vasco Rossi, brevi storie tristi di asciugamani bianchi sui divani, dietro ogni generalizzazione possibile era la cruda realtà delle vite particolari che si incrociano e non esisteva preservativo, mascherina, guanti che potevano proteggerci dal dolore di doverci ferire con le storie insulse degli altri e con la nostra che vive unicamente grazie a quelle ferite.

Era questo che faceva più male: il duro seno di Savannah mi iniettava speranza per un dolore che non provavo; l’occhio nella bacinella si fece enorme; capivo infine la depressione di Angelo, la depressione dell’autore che non possiede storie, ma solo riflessioni su quelle storie, senza poterle vivere; l’occhio dell’olio nella bacinella sembrava stare per esondare e far traboccare il vaso; l’ultima goccia fu la mia ennesima lacrima.

Savannah mi sollevò. Piangevo delle lacrime di Angelo, del suo spreco, le migliori menti della mia generazione, eh? Gli occhi neri di Savannah si spensero del proprio fuoco a contatto con l’acqua dei miei. Nel chiuderli già sentivo le sue labbra premute contro le mie: proprio sotto Gesù che mi amava e mi salvava, con le spalle contro la vetrina antiproiettile di un ventiquattrore, piccolo come non mai fra le sue braccia forti. Sentivo il sapore delle lavande e del burro-cacao. Il suo sesso si ingrossava contro il mio, stretti l’uno all’altra. Un malocchio grosso come un ciclone, un tornado di curiosa instabilità. Non era un cazzo il suo, ma il plettro contro le corde venose della mia chitarra: furono quattro minuti di bacio e sentivo l’assolo de Gli Angeli dell’immortale Vasco. Cos’era l’angoscia? Per cosa?

Quando Savannah si allontanò da me, scoppiammo a ridere e lei leccò via qualche mia lacrima; alcune di esse avevano bagnato la parte finale dei suoi ricci. Che senso aveva andare a giocare al Casinò? Avevo fatto Jackpot fuori da un ventiquattrore di Lugano e poi il Paolo le poteva comprare qui le sigarette.

Angelo e Paolo ridevano e scherzavano, fumando come turchi nella cappa della mia auto. Strinsi la mano di Savannah, scivolammo contro la vetrina fino a sederci appoggiati ai mattoni che accennavano la base della bottega.

L’olio nella bacinella s’era ormai diradato, l’occhio era completamente scomparso.

Mi misi a ridere ad alta voce e le lacrime si fecero sghignazzi, indicando la bacinella di plastica. Savannah doveva aver capito tutto di Bruzzano e della provincia di Reggio di Calabria, vista quella scena.

Appoggiò la testa sulla mia spalla e sentii la voglia irrefrenabile, per la prima volta nella mia vita, di fumare una sigaretta.

Vivi in bilico e fumi le tue Lucky Strike

E ti rendi conto di quanto le maledirai …

Quando Angelo arrivò triste e sconsolato, gli chiesi cosa fosse successo: Paolo era andato via, mi disse, se ne era andato tutto offeso.

“Io gli ho solo chiesto: man, ma allora ‘sta Sheila dove sta? E lui mi ha guardato, squadrandomi in tutta la mia figura, e mi ha risposto: io vengo qua … ti chiedo una sigaretta …”.

“E poi cosa è successo, scusa?”, fece Savannah tutta preoccupata.

“E’ uscito dall’auto ed è andato via, senza dire nulla. Mi dispiace da morire, devo averlo ferito con la storia di Sheila”.

Mi sollevai e diedi un calcio alla bacinella: tutto il liquido schizzò via. “Hai idea”, dissi prendendolo dai lembi del parka, “di dove possiamo trovarlo? Angelo, ascoltami, è fondamentale”.

Angelo si guardò attorno come a chiedere cosa fosse successo a Mr Worldwide, poi sospirò: “Certo, certo, credo di sapere dove sia andato”.

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