Perdonami Fenice

Perdonami Fenice

Stavo placido a cercare di deviare il flusso delle sostanze nervine, che scorrevano nel mio sangue, verso un luogo di creazione e simpatia.

La signora del bar si asciugava il sudore dai baffetti con un fazzoletto inutile di carta plastificata.

Il cugino era volato via come un bolide dalla Town perché la sua relativa aveva perso il litio della batteria dell’auto sulla A20. Aveva lanciato un paio di bestemmie, ma in fondo sono convinto che fosse felice di svaccare via dalle lande desolate dei suoi fallimenti e delle sue ansie.

La landa in questione aveva la forma di una spiaggia turistica per la classe operaia e la media borghesia diseredata.  Il massimo della volgarità al minimo prezzo.

La sua assenza continuata trasformava i luoghi della memoria adolescenziale in una pallida rivisitazione della nausea. Un luogo soleggiato e frequentato bellamente e tutto quanto, dove i vicoli sanno di piscio e vomito. Spesso e volentieri di tua proprietà.

Alex s’era imbarcato in un mezzo ruolo maschilista asintomatico, la cui eruzione cutanea si era estrinsecata sotto forma degli ansiolitici che avevano prescritto alla sua ragazza.

I due sono partiti per un cammino desolato e senza ombre nell’agrigentino. Il trekking si sarebbe presto trasformato in silenzio riflessivo e dimostrazioni fattuali dell’impressionante stazza del pene di Alex.

Ripensavo al giorno prima, quando camminavo sul Ponte di Santa Venera. Il vento sferzava caldo il mio volto e avevo nascosto qualcosa nella tasca interna della mia giacca. Non ricordo cosa, ricordo solo la mano che sfiorava il mio petto. C’era un vecchio pescatore al centro del torrente. Aveva attorno alla vita una corda che lo assicurava ad un albero. Mi fermai ad osservarlo dal parapetto del piccolo ponte.  Stava fino alla gola in acqua e poi mi vide, mi salutò e disse qualcosa che non riuscii a distinguere e poi: “faccio sempre il bagno in questo fiume, sempre nello stesso fiume”.

Mi chiese di scendere giù, ma feci un cenno con la mano, ringraziandolo per l’offerta, ma declinandola.

E me ne andai, mentre potevo ancora sentire il flusso dell’acqua sbattere contro la pelle cadente di quel grezzo pescatore. 

Era così che stavo seduto in un bar da solo a sentire “Ma si! Ma siii!”, mentre una signora, dalle braccia rovinate da lebbra secca, stava a scopare la sabbia del patio del locale, indossando una museale mascherina con la notte stellata di Van Gogh.

La notte prima avevo conosciuto uno strano giovane, a cavallo tra Bruce Lee e suo figlio Brandon. I suoi lunghi arti anfibi rivestiti da una canottiera nera e dei pantaloni neri presupponevano una persona più alta di quanto in realtà fosse. Le sue fattezze gotiche, miste ad un fisico secco, ma definito, da KungFu, gli donavano un’aura di verace omosessualità. Anche la voce era vagamente femminea, ma quello che notai con piacere è che parlasse molto poco e a bassa voce, trascinando il corpo sulla sabbia e il cemento, sollevato dal terreno con ieratica fluttuazione.

Una delle cose che mi colpirono più di lui erano queste scarpe di tessuto tecnico impermeabile e gomma, che finivano in dita affusolate, a mo’ di guanto per piedi, dove poter infilare tutte le escrescenze dei piedi dall’alluce al millino.

Probabilmente con quelle scarpe ci camminava sui muri senza problemi.

Finii a casa sua con un suo pelato e chiacchierone cugino londinese, l’ex ragazza di un celebre e sfortunato tossico della zona e il proprietario del bar dove ci eravamo fermati a bere.

Il giovane shiaolin ovviamente non beveva alcolici e non utilizzava nessuna posata per mangiare. Si nutriva perlopiù di succhi di frutta esotici e spade.

Giuro, le spade, non l’eroina: si infilava delle fottute spade, delle cazzo di sciabole, nella bocca e poi attraverso trachea e laringe. Gliel’ho visto fare quella sera perché suo cugino aveva spinto affinché “mangiasse una spada o del fuoco”. Ne fui davvero allietato: era una creatura dall’eterea contrapposizione di oscurità e chiarezza e, soprattutto, non premeva per darti dimostrazione di conoscenze marziali che ti coinvolgevano in prima persona.

Questa era la cosa che avevo apprezzato di più.

Suo padre era chiaramente un’artista, ma nella vita di tutti i giorni insegnava arte al liceo ed era conosciuto e apprezzato da tutti come uno dei più folgorati fra Ortogrande e Recanati. Le sordide attenzioni del proprietario del bar, sposato con figli e cani, alla ex del tossico, li aveva portati ad appartarsi in un’altra ala del maniero che questo Allan Poe chiamava casa.

Stavo esaminando il contenuto di una boccia in cui era conservato il feto di un gatto in  formaldeide, quando entrò nella stanza la Fenice. La soprannominai così, perché mi confidò di voler rinascere per poter capire se l’idea, che gli altri avessero di lei, fosse una buona approssimazione della sua essenza.

Nell’entrare diede un bacio in bocca a suo fratello, che per fortuna in quel momento non aveva ingurgitato alcuna spada, e andò direttamente al giradischi che stava a terra, in un angolo della stanza oscura.

Le luci blu notte che illuminavano le intercapedini dei muri le donavano un aspetto di sogno. I suoi profili e la t-shirt si ombreggiavano di curve scultoree, ma sinuose.

Gli occhi rilucevano del colore delle piscine di notte. Alzò lo sguardo verso di me, che stavo a centellinare un gin tonic, seduto su una poltrona sfondata e logora, e gettò un gruppo di lp con le copertine mangiate dai topi.

I due cugini nel balconcino discutevano di orologi da taschino e io mi ero catapultato ancora nelle stranezze che questo luogo ti offre, nelle mai deludenti storie di provincia che arricchiscono di piccole sfortune la mia vita. 

La ragazza mi raccontò che suo nonno era morto quella settimana, mentre si bagnava le cornee con un collirio che aveva tutta l’aria di essere qualche droga che non conoscevo.

Poi accese una canna che stava in una noce di cocco accompagnata da uno sguardo di disapprovazione del fratello.

Sbuffò una nuvola dal piacevole aroma e mi raccontò di aver litigato con il ragazzo e di avergli detto che non ci sarebbe stato bisogno che venisse al funerale del nonno.

Egli con caparbia coerenza disse che non sarebbe venuto e non andò. La cosa le aveva procurato non poco dispiacere.

Mi limitai ad annuire e alzare le spalle. La sua sgangherata bellezza mi metteva un po’ a disagio e mi attraeva morbosamente, tanto che non riuscivo a trovare altri argomenti di conversazione. Così stavo a scorrere le copertine degli album che mi aveva lanciato addosso. Doveva essere una di quelle persone che decide in base alla musica che ascolti. Effettivamente la collezione presentava una ricca varietà di generi e artisti.

Scelsi un Nick Cave e selezionai il mio pezzo preferito. Fu a quel punto che lei tirò fuori un album di fotografie di quasi cento anni fa.

Me lo pose sulle gambe sorridendo sfogliava le pagine. Mi accorsi solo in quel momento che la camera di Bruce Lee fosse arredata di decine di piccoli quadretti con fotografie di famiglia. Ma i protagonisti erano così tanti, da non potersi trattare di un solo nucleo familiare.

Era una collezione di personaggi baffuti, che vestivano coppole, di piccoli bambini marinareschi e di donne teatralmente impassibili, che indossavano spessi e lunghi vestiti di cotone. Sfogliava le pagine, indicava i volti di marmo grigio, le espressioni, e sorrideva contenta. 

Ogni tanto alzava gli occhi per incrociare il mio sguardo, in cerca di approvazione ed eccitazione anche da parte mia. Io, simulando un’intesa inesistente, annuivo e sorridevo, cercando di esprimere col volto una comprensione che assolutamente non avevo. Si, si, è proprio così, diceva il mio volto.

Quegli sguardi taglienti e la sagome delineate da rette e segmenti. Le storie che le foto raccontavano erano fin troppo simili, i vestiti tutti della stessa fattura, ben distinti in maschile e femminile.

Quello che importava però era l’assenza fantasmagorica: indicava spesso gli sfondi e non le figure. Là vivevano le storie di quella gente. Lo capii troppo tardi.

Così uscimmo insieme col suo motorino. Portava il casco senza legarlo. Stava proprio in punta al sedile e io avevo fin troppo spazio, così da non sfiorarle nemmeno la schiena.

Io e lei nella vecchia stazione. Le panchine arrugginite dalla salsedine. I merli delle banchine e le mattonelle geometriche bianconere. Mi raccontò di essersi gettata una volta sulle rotaie del treno con un pessimo tempismo. Il treno era in ritardo di 10 minuti.

Un motorino divorato dai rampicanti. Lei sollevò le piante e sorrise come se mi avesse voluto mostrare un segreto.

Io e lei guardavamo le curve dei colli rustici e secchi. I grandi hotel che non potevamo permetterci. Immaginammo di vivere una notte fra quelle stanze derelitte, sature di un antico splendore e vita. Le raccontai delle collezioni di fumetti del cugino. “una figura mitologica” mi disse lei e mai commento fu tanto azzeccato. Immaginammo le luci gialle , le palle bianche pendenti come bacilli intestinali che segnavano il passo nei corridoi rossi e fra i lampadari in legno dorato. 

Il cugino mi telefonò chiedendomi quale fosse il mio IBAN, per mettere su chissà quale truffa. Gli dettammo il numero di conto di un’associazione no-profit trovata su internet. 

Poi andammo a fare benzina e, scesa dal motore, riempì una bottiglia di senza piombo. Stava a battere impaziente col piede, immortalata dalle telecamere della stazione, mentre il liquido scendeva veloce nel contenitore.

Quando risalimmo e lei mise in moto, le case e le strade mi sembravano finalmente familiari. Sembrava un po’ fatta, ma di un bel trip. Salutavamo la gente per la strada notturna e cantavamo di due tossici che si amavano in rose lisergiche.  Arrivati davanti a un night club con lap dance e prostitute, mi passò un po’ di collirio. Ne feci cadere due gocce in entrambi gli occhi e si tramutarono presto in lacrime.

Sapevo che non mi avrebbero fatto bene.

Arrivammo al ponte di Santa Venera. Il vecchio non c’era più. Mi scansò sorridendo e aprì il bauletto del motorino. Ne tirò fuori l’album di foto antiche. Ne strappò una e me la consegnò. A quel punto sentivo di non stare più bene: avevo un po’ di panico. Lei si bagnò il corpo, profondendo la senza piombo sui vestiti e sui capelli. Mi dovetti appoggiare al motorino per un attimo. Stavo per cadere all’indietro.

Mi disse “che idea ti sei fatto di me?” e mi baciò. La benzina che la impregnava ricopriva le sue labbra. Potei sentirne il sapore sulle mie. Poi si avvicinò al parapetto, attraversando la strada, e vi salì. Prese un accendino dalla tasca e nell’altra tenne stretta una ciocca dei suoi capelli ramati. Si accese come una torcia. Davanti al cielo nero e senza stelle sembrava un sole impazzito. Aprì le braccia e rimase in piedi, come crocefissa, ancora per un po’, gridando di gioia. Non mi accorsi che si stava facendo l’alba. Mi sentivo rallentato e ripetevo due tre volte i miei movimenti.

“Sono fatta di cenere fragile” sorrise, come quando mi stava mostrando il segreto sotto i rampicanti.

E si lasciò andare all’indietro nell’acqua del ruscello, mentre i tessuti carbonizzati dei suoi vestiti risalivano verso l’alto trasportati dal vento.

Cercai di attraversare la strada per raggiungere il parapetto, ma mi mancò la forza, forse per lo stato deviato di panico a cui ero stato consegnato.

Mi accasciai in posizione fetale, finché non mi addormentai e non riuscii ad alzarmi fino alle prime ore del giorno.

Mi svegliarono i clacson di un camioncino che passava di là. Il suo motorino era ancora là, ma di lei, né dell’album di fotografie c’era più traccia.

Attraversai la strada per vedere se il suo corpo ci fosse ancora, impigliato in qualche arbusto. Ma nell’acqua c’era solo il vecchio pescatore che si sciacquava travolto dal flusso delle acque.

Controllai nella tasca della mia giacca. La foto che mi aveva lasciato era una sua fotografia in bianco e nero. Era lei, nel giallognolo appassito della carta antica, che sedeva su una sedia a braccioli di legno con le gambe incrociate e lo sguardo austero.

Sorrisi. La mia Fenice. Conservai qualcosa nella tasca interna e il vecchio mi urlò qualcosa: “stai solo dentro un fiume più grande, sempre lo stesso fiume”.

Il vecchio alzò il pollice verso l’alto come a dirmi di ficcarmelo nel culo per svegliarmi.

Poi disse “faccio sempre il bagno in questo fiume, lo stesso fiume”.

Mi chiese di venire giù a vedere cosa ci fosse di speciale, ma ancora una volta non seppi interpretare e feci cenno di voler rimanere dove stavo.

Egli mi salutò.

Quando mi arrivò una telefonata, pensai fosse mio cugino che voleva insultarmi per lo scherzo dell’Iban.

Invece era lei. Mi salutò con una voce placida: “avresti dovuto farlo il bagno. L’acqua era splendida. È splendida l’acqua che passa sotto i ponti”.

“È sempre la stessa acqua. Tutta uguale”, le risposi.

“Lasciala scorrere. Ti ho già perdonato, ma sei pregato di non venire al mio funerale comunque”.

“Non sono ancora riuscito ad andare avanti”, le confidai.

“È splendida l’acqua che passa sotto i ponti”, mi ripeté ancora

2 commenti

  • Mi piace la confusione, mi piace il simbolo dell’acqua sotto il ponte, e le descrizioni di alcuni personaggi secondari all’inizio. Non so commentarlo bene, ma tutto sommato mi piace. È diverso, un po’ eclettico, un po’ trascendentale, un po’ terreno. Nel tentativo di essere stravagante, forse perdi un po’ di umanità. Forse qualche pagina in più diventerebbe pesante, si perde il filo troppo spesso. O forse sono io che ho perso un po’ di abitudine a leggere beat generation, al punto che questo tipo di scrittura mi sembra troppo poco familiare, alienante e distaccata. Come tutti gli altri racconti, sembra sempre che qualcuno ti stia inseguendo. Il tempo non è mai mezzo-forte, mezzo-piano, come in un’opera completa, è solo fortissimo. Saranno i periodi brevi? I cambi di scena continui, la mancanza di descrizioni. Lo so che non ti piacciono. Non ne ho idea, ma mi sembra come se non volessi dare spazio ai tuoi personaggi di respirare. Sarà l’abitudine a leggere fumetti. C’è sempre qualcosa di non detto, di sussurrato, un oggetto il cui significato non viene svelato, dei personaggi che vanno via. È tutto una fuga, qualcuno che lascia la sua terra, o muore, o è l’avventura di una notte. È così effimero, lo è anche lo stile. Non so se fosse l’intenzione con cui l’hai scritto, ma riesci bene a trasmettere questo flusso continuo di eventi, e tutte le immagini che ci si crea leggendo scompaiono prima ancora di poterle ricreare. È bello anche così e credo anche abbastanza originale. Comunque, per citare te stesso nel principio dell’altro racconto, “la vita è semplice”, aggiungerei talvolta lenta, e priva di eventi significativi e priva di misteri. Per me lo scrittore vince quando riesce a trasmettere l’intensità della vita in una giornata normale, nei mille odori che ha un cuscino. È un bel racconto, si legge con piacere, ma rimane negli occhi, nel cervello e forse non tocca il cuore.

    1. E’ certamente il racconto più trascendente e metaforico tra quelli che ho pubblicato finora, però non volevo si riducesse ad un esercizio tipo “indorare la pillola della filosofia con la poesia”. Lungi dal rintracciare necessariamente significati e misteri, che pur ci sono, volevo che migliaia di immagini e discorsi si perdessero nel tempo che è forte (fortissimo direi che è il tempo folle e delirante di “Non fare buci a Calcarone”). Questo sovrapporsi di piani dovrebbe formare il mosaico della storia. Le giornate e le persone che incontro realmente nella mia vita a volte si mischiano tra loro in un folle vortice di momenti e nel momento di ripercorrere la memoria, appaiono alla mia coscienza nella forma indistinta di un’immagine unica, che solo questa forma particolare di scelta stilistica riesce a riconsegnare al lettore – quando si legge, si è nella mia mente e non nella mia mano che scrive. Le persone, le parole e i luoghi sono solo dei frammenti senza senso. Tu dici che rimane negli occhi e non arriva al cuore ed effettivamente è vero. Al massimo spiazza, scappa, distrugge, non blocca nulla: sono i tempi della memoria e non della riflessione. La riflessione maschera quella verità frammentaria che solo l’indistinto sa riconsegnare. I personaggi della storia, che sono reali, sono descritti per come stanno nella mia memoria e non come se fossero su un libro. Questa credo che sia la mia sincerità più pura e psicoanalitica. Credo sia un buon segno che rimangano negli occhi, perché ho ancora negli occhi le azioni dello psicopatico americano Patrick Bateman e nel cuore è rimasto solo quel ritmo ossessivo delle parole e dell’ angoscia. Quando l’ho scritto era un giorno in cui sentivo così la vita e non “semplice”. Grazie comunque Dylan, spero di aver aggiunto qualcosa. Rock ‘n Roll

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