La Sindrome di Vasco – Parte Tre

La Sindrome di Vasco – Parte Tre

Circa un minuto dopo Angelo aveva fatto accomodare in auto il nostro nuovo ospite: il Paolo.

L’auto era stata immediatamente invasa dal fumo e tutti e tre si erano accesi quella che mi sembrava una stecca intera di Marlboro. Tutti e tre inveivano ogniqualvolta cercavo di abbassare il finestrino e respirare. E’ vero l’aria era piuttosto frizzantina – qualcosa come meno otto, se non ricordo male – ma non potevo certo beccarmi un cancro da fumo passivo: a quel punto era meglio iniziare a fumare e guadagnarsi le small talks che fai fumando con le pollastre.

Il Paolo stava sistemato nei posti di dietro senza degnare di uno sguardo Savannah, con umiltà e non sdegno da boomer. Questo glielo concedevo.

Ci aveva raccontato che, come ogni giovedì, era andato a comprarsi le sigarette, visto che il giovedì era il giorno in cui poteva ritirare i soldi – col tempo scoprimmo che era anche lo stesso giorno in cui li finiva, ma lascerò per dopo le mie considerazioni. Tutti i giovedì dopo mezzanotte e zerouno si recava al distributore del tabacchi di fronte alla facoltà di Architettura e come tutti i giovedì se la prendeva a questioni con Luciano, l’altro freak del paese con il quale intratteneva una sorta di rivalità. Nessuno dei due si riteneva pazzo, ma entrambi contendevano le simpatie degli studenti dell’università. Durante la settimana si squadravano per i corridoi dell’ateneo e fuori, sotto i gazebo, mentre si mischiavano alla gioventù per intrattenere il maggior numero di amicizie e surclassare il rivale. Anche Luciano aveva cominciato a vestire come un dandy, un altolocato – ruolo che non rispettava la sua vera origine, mentre il rivale, il Paolo, era nato aristocratico e suo padre, a quanto ci raccontò, era stato un industriale di un certo rango. Insomma, la rivalità vedeva il Paolo nettamente favorito a causa della sua strana attrazione e questo aizzava l’invidia di Luciano.

Destino volle però che tre sere prima di quella in cui lo incontrammo, un’infermiera distratta avesse sbagliato il dosaggio dei medicinali di Luciano. Aveva gettato quattro pillole casuali in un bicchiere ed era tornata a bighellonare col secondino. Fuori aveva cominciato a diluviare come Dio comandava, i lampi illuminavano la scena tenebrosa di una città ormai fantasma e i ragazzi erano tutti rintanati negli appartamenti sovraffollati a cercare di portare a termine il progetto per un revisione o giocare tutta la notte a FIFA.

Ci misero poco i ragazzi che stavano a fumare nel balcone ad accorgersi che il buon Luciano, illuminato dalle saette, correva completamente nudo sotto la pioggia, urlando, coperto solo da un sacco della spazzatura. I ragazzi gli strillavano dalla finestra e a poco a poco tutti fecero un salto ai davanzali per godersi la scena e incitare il buon Luciano.

Il Paolo non si accorse di nulla, in quanto stava a guardare la partita dell’Inter di Coppa Italia e stutare sigarette una dopo l’altra tipo mitragliatrice. Finita la passerella, tutti rientrarono dentro rintronati a riderne e Luciano scomparve nella notte.

Il povero Luciano però si beccò una polmonite fulminante che lo stroncò nel giro due notti, lasciandogli dietro solo le risate e la felicità che involontariamente, o forse no, faceva nascere sulle bocche altrui.

Il Paolo non era sembrato né felice, né scosso, né triste della scomparsa del rivale arlecchino. Solo che quella notte quando era andato a comprare i suoi soliti dieci pacchi di Marlboro al distributore, dopo aver inserito le banconote ed essersi a fatica abbassato per recuperare le sigarette dal bocchettone, aveva fatto una scoperta macabra: ci aveva trovato dentro un dito mozzato.

“Quel Luciano, quella canaglia mi ha voluto tirare l’ultimo scherzo. Sapeva, benissimissimo, che compro le sigarette là di giovedì. Ce lo ha messo lui, vi dico. Ci ha messo il suo maledetto dito”.

E Angelo ovviamente lo aizzava: “ma secondo te, Paolo, lo ha messo prima o dopo di morire?”.

“Eh Angelino, questo è un mistero, è un mistero bello e buono. E’ stato il suo ultimo sgarro”.

“Il suo testamento”, aggiunse Savannah.

“Esatto Savannah” – aveva già imparato i nomi di tutti – “mette il dito negli affari che non lo riguardano. Ma da oggi in poi le sigarette le vado a prendere al Casinò alla faccia sepolta di Luciano”.

Angelo chiese a Paolo se potessimo passare un attimo da casa sua, che doveva fare pipì e poi lo avremmo portato al casinò a prendere le sigarette che gli servivano. Lui acconsentì con piacere di farci vedere “la sua tana”, la chiamò così ed ebbi paura. Sapevo che Angelo non doveva pisciare per nulla, maledetto, è un morboso.

Il Paolo poteva prendere 300 franchi a settimana, e non capimmo mai se era un curatore patrimoniale che li amministrava queste magre paghette o forse lo stato che si prendeva cura con questi spicci del povero Paolo. Beh sicuramente qualche problema lo aveva avuto in vita sua. Infatti, ci raccontò che da bambino gli era rimasta chiusa la testa fra le ante dell’ascensore – circostanza piuttosto strana, mi viene da dire oggi – e il bambino di appena 7 anni era rimasto in coma per una settimana, fatto che lo aveva certo segnato cognitivamente e nel comportamento.

Come vi raccontavo, il Paolo spendeva la maggior parte di quelle entrate in sigarette: “è l’unico vizio che ho, mi piace fumare, mi piace proprio”, ci disse, e i segni di bruciato avevano ormai rovinato i braccioli delle poltrone e il parquet del vecchio appartamento che ci ospitò per quella breve visita. Il resto dei soldi Paolo li spendeva in vestiti vagamente hipster e in una enorme collezione di cd anni ’60 e ’70 che andava sempre più arricchendosi. Angelo si soffermò a guardare le foto appese alle pareti: soprattutto una vecchia foto di Paolo in Egitto abbracciato con il fratello. Si voltò con il solito sorriso da ebete, indicando con entrambe le mani la foto, come se avesse scoperto un segreto. Poi si lanciò con Paolo a guardare tutta la sua collezione di cd e misero un pezzo primitivo di una band che doveva chiamarsi Kinks o qualcosa del genere.

Io e Savannah intanto flirtavamo manipolando questo o quel manufatto esotico che il Paolo stipava tutto intorno per casa – casa che era vecchia sì, ma che presentava un ordine quasi maniacale.

Savannah mi diede una gomitata: “passiamo a Moulin Rouge? Ho certe cose da sbrigare”.

“Cos’è il Moulin Rouge?”, chiesi, ma lei si limitò a darmi un pizzicotto su una guancia e a sorridermi: scusa cosa me ne frega del vestito che hai, mi piace quella che sei e mi sciolsi in una serie di sì, certo che andiamo, ovunque tu voglia mia regina, eccetera.

Mentre leggeva delle notizie su Televideo, scoprimmo infine le prime stranezze ed esagerazioni di Paolo, forse dette per attirare un’attenzione che in noi già calava.

Sentivo Angelo ripetere: “ma perché cosa vuole sapere la BBC da te Paolo?”.

Paolo spargeva cenere ovunque mentre parlava: “Loro” e fissò lo sguardo dentro gli occhi di Angelo, gesticolando “tentano di sapere come sono vestito?”, disse scandendo ben ogni singola parola per dar loro un peso enorme.

“La BBC?”. E Paolo scosse affermativamente la testa, aprendo le mani, come se fosse ovvia la sua affermazione: “tentano di sapere come sono vestito”, ripeté “quello che mi metto addosso”.

Di nuovo in auto fu il turno di Savannah a guidare, mentre Angelo rideva e diceva al Paolo che avrebbe dovuto essere testimonial Lucky Strike per tutte le sigarette che si fumava e la perfetta salute di cui godeva. Paolo gongolava di questa possibilità e si sentiva tutto innalzato. Nei posti anteriori, invece, la situazione si faceva calda e quando mi guardi con quegli occhi grandi, forse un po’ troppo sinceri vedevo i sogni di Savannah che si specchiavano nel retrovisore. Un amore enorme per la vita, una grande forza d’animo di un’economicità che ci avvicinava: fare soldi, divertirsi, andare più lontano. Worldwide.

Il Moulin Rouge stava accanto al Bar Oceano, come Borromini stava di fronte a Bernini, disgustosamente due palazzoni a parallelepipedo con una serie di finestre a file simmetriche del colore delle carceri, marrone pastello – evidentemente era quello il gusto degli avventori e dei gestori, forse avvezzi all’estetica carceraria.

Quando Savannah ci lasciò di fronte ad una spogliarellista un po’ vecchiotta, ma rifatta a nuovo ed un paio di malviventi, ebbi qualche dubbio sulla nostra relazione: è qualche cosa di diverso, non è per niente amore e non è forse neanche sesso. Più “sicuro” che “forse”, almeno per il sesso, lo sanno tutti. Lei si fece accompagnare da un buttafuori in quella che presumo fosse la sala conti, ‘na roba che nemmeno i Soprano. Angelo e Paolo bevevano shots di grappa e cantavano una canzone di Franco Califano e anche la spogliarellista si divertiva di quel canto a squarciagola. Il locale era spoglio e povero di avventori. Immaginai che tutte quelle finestre del palazzo fossero delle stanze dove ci si appartava con le ragazze. Eppure non avevo gran voglia, mi facevano piuttosto pena e ancora più pena mi facevo io ad essere là. Allungai dieci euro alla spogliarellista che scese giù dal palco attorno al quale ci beccavamo le sue sculettate. Mi si spaparanzò di sopra, con le tette in faccia, appena coperte da un pelucchio sui capezzoli e mi disse sottovoce di non toccarla e allargare le braccia, altrimenti sarei stato picchiato e scaraventato giù dalle scale rozze e scorticate, che avevamo risalito per arrivare al locale vero e proprio.

Poi passò da Angelo e Paolo e a turno gli si sedette sul cavallo, strusciando i loro arnesi; i loro erano fegati, fegati spappolati e l’alcol in circolo faceva sembrare loro divertente ogni cosa e attraente oltre ogni immaginazione di quella madre, forse ex tossica. La musicaccia italiana del passato che la faceva muovere, l’aria appestata dai fumi e la puzza dei bagni che arrivava fin là, mi rendevano surreale la mia presenza in quello squallore e con la coda dell’occhio andavo a cercare Savannah, aspettando che uscisse da quella dannata porta. In quella zona industriale che fungeva da anticamera a Lugano Paradiso – paradiso? Era un inferno orribile quella zona – le zoccole trovavano rifugio e i poveri come i miei amici non arrivavano nemmeno al casinò. Li facevano fermare al Moulin Rouge o al suo gemello il Bar Oceano, i poveri. Ti immagini se i poveri invadessero Lugano sarebbe la crisi del secolo. Svizzeri bastardi, vittime della loro sindrome di banale Vaschità! I diseredati inquinavano quei due locali ed elemosinavano un po’ di sesso da quelle povere donne, ma io, io no, non ero fra loro. E allora che ci facevo là? Meritavo ben altri azzardi, ben altre escort …

E con quei pensieri di chiarezza come mai ne ebbi nella mia vita, vidi uscire di corsa Savannah che stringeva ben stretta la sua borsetta, affannata come non mai. Sembrava aver pianto. Mi prese per la camicia e mi dovetti rialzare: “Andiamo Michele”, quasi singhiozzando. Paolo e Angelo si scollarono dalla spogliarellista, salutati da tutti i pochi presenti con affetto e fummo di nuovo in auto.

Adesso guidavo io con Savannah di fianco, ma nessuno dei due riusciva a spiccicare un’altra parola. Ogni tanto mi voltavo a guardarla, mentre i due dietro facevano casino e continuavano a scolare grappa del buon contadino, mossi da spasmi diabolici. I suoi occhi, che avevano finito le lacrime, si perdevano nella luce dei fanali e nella notte. L’auto divorava le strisce della carreggiata sotto di sé, mentre correvamo via.

Tirò su col naso e si aprì ad una breve constatazione a cui non seppi come rispondere: “come fai adesso che sei rimasta solo te?”. Misi una mano sulla sua guancia, mentre guardavo avanti, nel tentativo di consolarla. Lei si fece piccola, lasciando cadere i tacchi sul tappetino, accucciolandosi sul sedile e appoggiò la testa fra la mia spalla e il mio collo.

Sentivo Paolo dire che doveva andare a Londra, che Bono gli doveva un milione di sterline perché era stato lui a consigliargli di fare un videoclip in 3D, non si sa in quale situazione, e che anzi anche lo stato britannico gli doveva un milione di sterline, ma non esplicitò mai il motivo.

Angelo gli chiedeva quando era stata la sua prima volta, quando aveva perso la verginità e lui gli rigirava la domanda e dopo rispose: “A 12 anni, in piscina, una ragazzina mi guardò e abbiamo fatto l’amore. Ho perso la verginità così”.

Savannah si voltò quasi in lacrime, quasi urlando: “La mia è stata a otto anni: sei adulti e quattro ragazzi si sono tirati fuori il cazzo e lo hanno premuto contro la mia bocca e dentro il mio culo. Poi mi hanno filmata mentre mi picchiavano. Volevano rompermi un braccio. Invece, hanno ucciso a sassate un travestito che stava legato accanto a me, si chiamava Dandara. Si sono sfogati così … mi hanno rubato tutto, anche la mia prima volta”.

Nell’auto scese il silenzio. Paolo si guardò intorno perplesso per un po’ e poi affermò di essere stato a Salvador de Bahia e di aver visto una valanga di trans. Angelo tossì brevemente e fece un lungo sorso di grappa, stavolta, per la prima volta, senza spasmi.

Una goccia scese dal mio occhio destro sulla mia guancia … mi affrettai ad asciugarla. Accesi la radio: e tu chissà dove sei, anima fragile?

Link per la Quarta Parte

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