La Sindrome di Vasco – Ultima Parte

La Sindrome di Vasco – Ultima Parte

Cosa significa in fin dei conti vivere?

Non lo so, significa qualsiasi cosa. Chiunque abbia una certa idea di cosa significhi vivere, tranquilli, sta mentendo oppure si illude.

Io per lungo tempo ho avuto una chiara idea di cosa fosse la vita: una sorta di rincorrersi di acquisti di NFT per il washing della propria coscienza.

Vivere non è nemmeno zittire questa coscienza, non è annullarsi, non è arricchirsi, non è godere, non è l’altruismo, non è nemmeno passarsi il tempo.

Vivere non è certamente la somma di tutte queste cose. E’ passato tanto tempo, è un ricordo senza tempo, un po’ come perder tempo, sorridere dei guai? Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento.

Non avete capito un cazzo, allora! Ve l’ho detto all’inizio, non lo so. Chi minchia sono? Osho? Che cercate ancora da me?

La mia faccia sferzata dal freddo gelido mentre corro al cimitero per cercare il mio amico Paolo. La strada del lungolago che si fa sempre più corta, si restringe come un calzino, le mie lacrime si solidificano in cristalli di neve e cadono a terra. La percezione del mio sé si amplia a dismisura, il malocchio è scomparso. Non c’è spazio nemmeno per un verbo, per un’azione nel tumulto dei miei pensieri. Penso di meritare una vacanza dai miei moduli per il consenso, dalle procedure da commercialista, dai miei titoli di studio e quelli che mi sono affibbiato. Getto dentro il lago tutti i miei effetti personali: il cellulare, il portafoglio, i biglietti per Las Vegas, le mie foto da bambino, le preghiere scritte da mia nonna per togliere il malocchio, il mio wallet di criptovalute. Due dita medie non riesco ad esprimere il disgusto che provo verso quegli oggetti. Quando respiro, finalmente l’aria entra in circolo nei miei alveoli, fin dove non era mai arrivata.

Per la prima volta nella mia vita non mi sembra di poter considerare Pitbull o Vasco una degna colonna sonora che possa accompagnare il mio stato d’animo. Forse un po’ di Grunge?

Savannah mi raggiunge di corsa e ride del mio sclero; mi salta letteralmente addosso e mi bacia. Cadiamo sopra un cespuglietto secco, che mi squarcia la camicia. Le nostre lingue si incrociano e la saliva scivola sulla mia barba e sul mio petto. Butto giù una mano a toccarla, le sue unghie mi graffiano il viso.

Angelo salta sopra di noi e atterra oltre e, mentre continua a correre, urla: “ ‘A SODOMITIIIII!”. Continua a scivolare, a slittare e ingurgita birra e morbidone.

Prendo Savannah dalla giacca, la scuoto, lei sorride e il mio cuore praticamente esplode, battendo freneticamente. Battiti frenetici, a tratti irregolari, le sue pupille si dilatano, io quasi devo chiudere gli occhi per la luce che emanano: “Amore, dimmi, Angelo ha drogato la grappa?”.

“Chi cazzo è Angelo?”, mi risponde. Mi si appoggia alla spalla: non sono nemmeno più intimorito dalla sua altezza, sono un dio del caos e ho voglia di tatuarmi un dragone sulla schiena.

Riesco finalmente a visualizzare i suoi lineamenti scavati, ben delineati, longilinei. Alla luce della luna Savannah sembra del colore dell’ambra. Alla luce della luna il suo odore è quello delle maree.

Angelo si è lanciato su un cumulo di neve, credo la stia divorando: i poliziotti come sempre non hanno fatto il loro dovere. Ride e ride, si volta con la faccia quasi viola e si accende una sigaretta … ma non perdiamo la concentrazione cazzodibuddha devo scoprire dove è andato il Paolo.

Angelo mi osserva e punta un dito contro di me: le sue labbra a papera dovrebbero suggerirmi qualcosa? Ma cosa? Cosa? Cosa?

Ma certo! Il suo blog di merda: il dito! E’ un errore guardare il dito che indica e non guardare la luna indicata, ma certo! Metteteci Dio sul banco degli imputati e giudicate anche lui con noi. Dio ci ha creato con le dita, cosa indicano le dita?

Non indicano nulla! L’indicazione di un folle. Chi non indica nulla? O nulla che esiste? Un dito? … Oh Gesù, eureka! LUCIANO! Sono il detective Conan, porcodemonio.

Angelo mi parla, ormai appollaiato sulla neve: “è mezz’ora che te lo dico. E’ andato al cimitero a riattaccare il dito di Luciano! Man, stai fuso, me lo hai fatto ripetere cinque volte”.

“Stai zitto, fedifrago”, lo taglio con un gesto che dovrebbe significare cancellazione, prendo Savannah per mano e corriamo verso la sponda ovest del lago, dove sorge il piccolo cimitero di Lugano.

Sento Angelo lontanando morire a poco a poco: “le voglio toccare, quest’estate voglio proprio esagerare … le tocco tutte quante …”.

Il rumore della corsa di queste due persone, Michele e Savannah, si ingigantisce fino a coprire qualsiasi rumore dell’universo: pare una corsa di cavalli dentro una chiesa, un frastuono insopportabile. Con tutte quelle, tutte quelle medicine il seno di Savannah straborda ad ogni passo, Michele invece si sente molto veloce: praticamente andrebbe più veloce qualcuno che striscia.

Sono lentissimo, sembro un film di Bela Tarr … Ma chi è Bela Tarr, diocantante! Non capisco, là c’è il cimitero, sta quasi brillando di luci, sono falene o sono matrioske? Il disagio fatto persona, mi sento una ragazzina che torna a casa dal padre dopo aver fatto sesso con un quarantenne, freudiano, santodio, tutto freudiano.

Savannah è ormai stanca, si appoggia ad una lapide e forse ci muore pure. Avrebbe potuto benissimo diventare una giocatrice di beach volley. Michele grosse scarpe, poca carne, Michele cuore in allarme. Michele sente la necessità di canticchiare un verso di Vasco, ma non riesce a farsene venire in mente.

Voglio solo dirle che le voglio bene e che probabilmente non l’ho mica capito. Great … mi sono salvato.

Michele entra a passi tardi e lenti conteggiando il numero dei caratteri che deve cancellare dal tweet della sua vita: in lontananza si sente un gran traffico dentro uno stanzino che sembra quello del custode, posso udire colpi di martello, colpi di piccone, pietra che si rompe, legno che si spacca.

“Paolo!”, urla Michele. Paolo si volta: ha una mascherina chirurgica di fronte alla bocca e la giacca attorno alla vita, ricurvo sulla bara ormai dissacrata del Buon Luciano.

 Quando Michele si avvicina al grosso tavolo dove è deposta la bara, può apprezzare la ancora perfetta conservazione in cui versa il corpo di Luciano, confezionato nel suo miglior vestito, proprio quello da dandy che provocava la rabbia del Paolo: “Per San Valentino, io e Sheila andremo al Double R sulla statale per Morbio. Fanno dei Milkshake davvero deliziosi”.

A Michele venne da sorridere: Paolo tirò fuori dalla tasca il dito mozzato e lo collocò nell’ara funeraria insieme ad altri effetti personali che erano stati seppelliti con Luciano. Paolo prese la mano destra, fredda e ancora vagamente pesante del morto: aveva tutte e cinque le dita. Poi guardò fisso negli occhi il rivale, tirò fuori una sigaretta e gliela mise in bocca, praticamente fra i denti. Ne prese una anche per sé e l’accese. Per qualche momento rimase così, con la sigaretta in bocca e le mani giunte verso il basso. Il fumo che saliva verso l’alto era illuminato dalla luce gialla di una lampadina degli anni ’70. Avrebbe voluto dire al mondo intero che quella sera aveva scoperto un rumore segreto. Lo scuotere una scatolina chiusa con dentro qualcosa che fa rumore. Per anni la famiglia, le scuole, le ragazze, gli amici, gli avevano detto che dentro la scatola c’era solo una pietrina; oggi capiva che se nessuno era disposto ad aprirle quelle scatoline, allora nessuno avrebbe potuto affermare con certezza che dentro non ci fosse un diamante. Non aveva mai pensato a questa possibilità. Quelle scatole, come gatti di Schrödinger, non erano da aprire, ma da contemplare nella possibilità di meravigliarsi, nella possibilità di poter dire è per questo che vivo.

Con la sensazione di avere un diamante di fronte a sé, Paolo e me – che però era ancora fatto – si incamminarono per le scale e le traverse del cimitero, fra migliaia di salme in gran parte dimenticate.

“Io vivo perché penso alla morte”, sospira il Paolo.

“La morte è pornografica”, rispondo.

“Mi verrai a trovare, quando morirò?”.

“Certo, amico mio, verrò con Angelo e spero di portare anche Savannah – sempre che dopo questa notte, ci rivedremo”.

I due si scambiarono i numeri di cellulare: gliel’ho lasciato con leggerezza, senza poter immaginare i messaggi che avrei ricevuto di là in avanti. Qualche esempio?

Una particolare serie di messaggi ricevuti tra 26 di luglio e il 2 agosto erano un climax di intensità e poetica uniche: “Michele vedi la Olimpiadi Italia brava nel nuoto”, “Michele vedi il cambiamento climatico”, “Michele vedi la foto che hai fatto qua”, “Michele vedi la vita e una sola solo gli dei sono immortali e chi scrive la storia con la pandemia”. Nemmeno il vecchio Ungaretti c’era mai riuscito. Anche gli orari ai quali ricevevo quei messaggi erano assurdi – non che il tempo sia mai assurdo – solo che erano praticamente in qualsiasi momento.

Uno dei messaggi ai quali sono più affezionato è certamente il seguente: “Contro l’Empoli e semplice susa non ho visto la schedina oggi sono stato a Lugano a trovare mia sorella ho camminato molto ma non mi sento stanco anche perché hobevutoun caffè al bar in riva al lago. Non è festa è sofferenza domani vado di nuovo a Lugano da mia sorella a pranzo”.

Quella Lugano che esiste per me unicamente in funzione di Savannah e Paolo. Ai posteri l’ardua sentenza.

L’ultimo ricordo di Michele furono i visi dei vecchi e giovani morti, ritratti da cammei fotografici ancora spesso e volentieri in bianco e nero, l’odore del muschio sulle lapidi e le mani strette nelle tasche col colletto della giacca all’insù.

Quando mi voltavo verso di lui, lui si voltava verso Michele: so che può sembrare strano, ma quella notte nel cimitero di Lugano incontrammo Sheila. Era una bellissima ragazza di 28 anni, nata a Liverpool e vestiva ancora secondo i dettami della Mod e della Freakbeat. Aveva con sé una Lambretta e indossava una gonna corta scozzese che non si addiceva alla temperatura. Paolo si avvicinò e le diede un gran bacione con la lingua. Lei gettava all’indietro sulla Lambretta il suo agile corpo e sospirava nell’orecchio qualcosa al Paolo, mostrando uno splendido sorriso, ogniqualvolta si allontanava da lui. Sheila aveva conosciuto i Pink Floyd e Paolo è sempre stato geloso dell’amicizia che la legava a Roger Waters, ma che ci volete fare, aveva ampie vedute e cercava di sotterrare i suoi istinti più bassi.

Anche Angelo e Savannah erano arrivati lentamente nello spiazzo proprio vicino alla fila più esterna di cipressi. La luce del fanale della Lambretta me li faceva scrutare nell’oscurità della notte. Camminavano come se fossero ad una processione, ieratici, santissimi, imparanoiati duri che manco la Pizia. Tutti potevano adesso osservare Paolo e Sheila che chiacchieravano come ragazzi. I suoi pantaloni grezzi di fustagno e la sua giacca di pelle si insinuavano fra le cosce aperte sul sedile della motoretta. Gli occhi della ragazza si perdevano e perdevano ogni attenzione negli occhi di Paolo che rideva come se gli avesse fatto una battuta. Prese una sigaretta dal pacchetto e la portò alla bocca. La ragazza gliela sottrasse veloce e l’allontanò al tentativo di Paolo di riappropriarsene.

Angelo e Savannah piangevano abbracciati, i loro lamenti però non riuscivano a superare il rumore dell’accensione della Lambretta. I gas di scarico si spandevano sinuosi e macabri e oscuravano quasi la mia vista.

“Smettetela!”, urlò Michele ad Angelo e Savannah, “Le vostre lagne mi stanno facendo sanguinare le orecchie”. Ma quello sfogo non sembrò sortire alcun effetto, se non quello di farli crollare a terra con le mani ai capelli e la paura di terrificante negli occhi.

La luce, il fumo che invadeva la scena, i cipressi funebri: il Paolo e Sheila sorridevano ed erano praticamente diventati di colore blu.

“Io ti amerò per sempre” disse il Paolo cercando di avvicinarla a sé.

Sheila si limitò a abbassare lo sguardo con vergogna. Poi l’alzò improvvisamente e gli fece una pernacchia. Il Paolo non poté fare a meno di ridersela e scrollare la testa. Poi altrettanto improvvisamente iniziò a farle il solletico e darle morsetti.

Le sue dita artritiche, le sue mani, pensiero stupendo, sul quel corpo così fine e giovane.

Mi volto: “Ma che diavolo vi disperate?”.

Angelo non piangeva più, solo scuoteva il capo non accettando in nessun modo quella scena, Savannah invece aveva iniziato a strapparsi i capelli. C’era qualcosa ancora che non mi era chiaro di quella scena.

Le regole sono così: è la vita ed è ora che cresci, devi prenderla così. Forse ancora subivo il fascino della sindrome dalla quale non volevo guarire o forse solo non accettavo che ci fosse gente che viveva ancora senza amore.

L’ultimo mio ricordo è un singhiozzo lento, discreto, non continuo, nel buio più assoluto. Sentimenti che normalmente sarebbero gettati via come spazzatura emozionale, sentimenti e canzoni buttate via.

Sheila accarezza la pelle glabra e cadente di Paolo: “io vengo qui … ti chiedo di non dimenticarmi ..”.

Perché tutto necessita di una struttura angosciante?

Perché forse tutto ci scorre addosso come fosse aria?

Perché siamo così indifferenti alla particolari vaghezze di uno strambo qualsiasi? Perché tutto ci ricorda tutto e non riusciamo più a ricordare nulla?

“Sheila, io non ti ho dimenticata”, ma lei non c’era già più, scomparsa nel fumo di scarico della motoretta.

Paolo accese una sigaretta e compresi che quel fumo altro non era che la sua sigaretta. Il morbidone non c’entrava nulla con quella visione.

In quelle sigarette lui vedeva Sheila: “Sheila, ci vediamo giovedì al Double R …”. Savannah si fece vicina e fece vicini i suoi frammenti di mosaico che erano ciò che sapevo di lei. Angelo mi fece un occhiolino. “Sheila … quando avrò un milione di sterline, abiteremo a Londra”. Paolo sospirava guardando fisso verso un cipresso, “Sheila, io non ti ho dimenticata”.

Se ti è piaciuto, fallo leggere ad altri. Se non ti è piaciuto, dimmelo in faccia pezzo di cane, vieni qua

Ps lasciatelo un cuoricino, altrimenti mi pare di urlare da un monte:)

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