L’angelo del Sottosopra

L’angelo del Sottosopra

Federica stava guardando il profilo di Alessandro che stava versando delle birre per i clienti cinto dal suo grembiule all’altezza della vita. Sentì vibrare la gamba e infilò velocemente la mano a vedere la notifica.

Francesca stava mandando un messaggio a qualcuno. Quel qualcuno dall’altra parte del locale si voltò a guardarla e diede un pugno sul tavolo. Quelli che stavano scrollando la propria homepage alzarono tutti gli occhi verso di lui.

La bambina del tavolo accanto aveva gli occhi piantati dentro un cartone animato sul cellulare poggiato su un bicchiere da vino. I genitori in silenzio guardavano nel nulla.

Una ragazza con il caschetto nero tentava di appoggiarsi al suo ragazzo assorto a guardare una partita. Lo guardò da sotto il mento, le sue labbra si mossero, lui non rispose, si mangiò le unghie. Lei allungò la mano verso un Negroni.

C’era un caldo umido insopportabile. Tutte le signore stavano sventagliando e allungando con la mano le loro scollature. In mezzo ai seni colavano rivoli di sudore. Una di queste signore rise clamorosamente di fronte ad un centauro sessantenne: sul mento una treccia di barba bianca, il cranio pelato splendente come di brina.

Gianni di fronte a me stava rispondendo ad alcuni messaggi di Anna. Mi disse qualcosa tipo: “EtnaVibes. Me ne vado a stare a Trecastagni, mi dovessero cadere le palle”. Non alzò nemmeno gli occhi dallo schermo.

Andrea quel giorno soffriva di mal di stomaco e diceva di non avere alcuna voglia di vedere Alessandra, l’avevo invitata insieme ad Erica che doveva essere la mia compagnia femminile per la serata, ma intanto anche io che non guardavo nessuno schermo mi rendevo conto del silenzio che andava diffondendosi in paese.

Continuavo a ordinare tequila ghiacciata, senza sale né limone. Antonella arrivava alle mie spalle come un esattore per spillarmi denaro e farmi ubriacare. Chi fosse a guadagnarne non l’ho mai capito, solo che, così piccoletta, così dannatamente carina, mi sorrideva completamente vestita di nero e non riuscivo mai a dirle di no.

D’altra parte ho sempre adorato le bugie delle donne.

Ho ascoltato la mia ex fidanzata raccontarmi fandonie per anni. Lo adoravo. Amavo vederla nascondere i suoi messaggi, amavo vedere il dito veloce cancellare intere discussioni con un movimento preciso. Quando era da sola, amavo vedere sul mio telefono il suo messaggio mattutino: “scusa mi sono addormentata”, perché subito dopo era seguito da un “Buongiorno amore mio”.

Sono del parere che non sei un vero uomo se non perdoni le bugie delle donne.

E’ adorabile vedere un donna che mente: ti guardano con le lacrime agli occhi, una mano che carezza la tua guancia, poggiano il capo sopra il tuo, lo abbassano sul tuo, quasi a voler versare le loro menzogne direttamente nei vasi e nei sentieri dei tuoi neuroni, lungo gli assoni, fiumi di frottole.

Tanto per te quella fonte è acqua benedetta  e nudo nel corpo immergi le membra, illeso come un neonato battezzato nella falsità.

Da quando sei nato assorbi ed espelli bugie, da quando sei stato concepito: la bugia di un mondo migliore, della vita eterna, la bugia dell’eternità dell’amore, la bugia della fiducia, la bugia che il bene viene ripagato da altro bene, la bugia che esistano persone che non mentono.

In quel locale c’erano almeno una cinquantina di persone. La maggior parte dei presenti stava certamente pensando alla prossima bugia da raccontare.

Il giorno precedente Gianni aveva fatto a pugni con un tizio che era scappato con il suo zaino. Gianni guidava sulla Via Etnea con un gruppo di turisti ai quali avrebbe fatto da Cicerone sul vulcano. Un tizio scuro e magro aveva infilato lesto la sua mano dal finestrino e gli aveva rubato lo zaino che conteneva la maggior parte dei suoi effetti personali. Lo aveva rincorso lasciando l’auto ferma al semaforo e flotte di automobilisti si erano incollati al clacson, imprecando e tirando fuori le bocche urlanti dalle loro vetture.

Quando lo raggiunse, capì le sue necessità e lo sentì fraterno nel suo comportamento, ma non poté accettare comunque l’immoralità delle sue azioni e lo bastonò selvaggiamente.

Beh, questo non è un fantasma, questa è la realtà. Mio cugino è un bugiardo a volte, non spesso, ma raramente mente nelle sue azioni.

Quello che più spaventa invece delle persone è la capacità di mentire nei propri atti.

La gente si riempiva di misture alcoliche, i ragazzi al piano di sotto giocavano a biliardo, gioco che ritenevo onesto, perché la fisica del moto mi pareva onesta.

Mi chiedevo per quale ragione la gente odiasse le bugie: si scandalizzava del doppiogiochismo altrui, dell’ubriachezza sfrenata, non credeva più a niente. Nonostante ciò, più del novanta per cento di loro succhiava ingordamente dal seno dello schermo del proprio cellulare fantasmi e pose, pornografia della quotidianità, pornografia dell’informazione, pornografia dell’incontro e della passione.

Francesca scrollò le spalle, alzò gli occhi e si ricordò che fossi un essere ripugnante e lasciò trasparire  un ghigno di pietà, come fosse rivolto all’intero genere maschile. Io, personalmente, lo percepii come di mia proprietà.

Filippo vestito di nero lamentava già ostinatamente l’inizio del fine settimana, come se quella vita fosse il suo destino: servire ai nostri tavoli sempre riservati – un’altra bugia che doveva in qualche modo sopportare. Sudava ostinatamente, macchiava la camicia nera di un nero ancora più scuro, ma non sudava quanto sudavo io che sembravo sotto acidi. Semplicemente ero ubriaco. Semplicemente ero a ruota di bugie.

Da quando la mia ragazza mi aveva lasciato nessuno mi mentiva più.

I miei amici cercavano di tirarmi su il morale e di farmi riprendere dalla rottura sottolineando tutta la verità su di lei, chiamandola con il suo nome (sfigata, troietta, arrampicatrice, manipolatrice, fino a categorie più ricercate di cui disconoscevo il reale campo semantico, come narcisista o vampiro emozionale).

Poi, sottolineavano la verità su di me, dicendomi che fossi un campione, che fossi la persona con più palle che conoscevano, più altruista, più fantasiosa, che avessi una serie di doni non comuni, il savoir faire soprattutto.

Infine quindi, descrivevano la serie infinite di donne che mi si sarebbero gettate addosso non appena mi fossi rimesso in pista: una serie di nomi vagamente associati a volti e corpi (Rossana, Emilia – chi cazzo è Emilia, risposi – Donata, Olga, Monica e altre). Era tutto vero quello dicevano, erano tutte ragazze che avevano un debole per me, che avevo lasciato in attesa, alle quali attenzioni non mi ero mai né concesso, né astenuto.

Erano tutte verità sacrosante, non c’era da dubitarne, proprio per questa ragione però mi erano insopportabili.

E mandavo un messaggio alla mia ex chiedendo dove fosse. “A casa, sto studiando”, rispondeva lei e tutto, tutto mi sembrava più lieto.

La verità è brutta, la verità è sgraziata. C’è tanto di più avventuroso e gaio nella menzogna, erano le bugie d’altro canto che ci tenevano in vita.

Inoltre, non ero un guanglioncello da vita nella corsia di sorpasso, poco da fare. Il meglio io lo davo in amore. Poco da fare, non facevo che mandare all’aria ogni occasione che mi si presentava davanti. Prendiamo ad esempio qualche sera prima: stavo bevendo fiumi di Weiss Bier in compagnia di Andrea. Mi si avvicinò una ragazza tatuata su una coscia con delle calze a rete a trama larga, mi si avvicinò e mi chiese una sigaretta. Si unì al nostro tavolo. Andrea mi faceva una gran pubblicità. Io avevo praticamente la faccia sul tavolo e di lì a poco avrei cominciato a sbavare sul legno.

Andrea imperterrito sottolineava che fossi un attore incredibile, che avevo studiato all’accademia del cinema a Roma, che recitavo nei teatri italiani – vero, ma ruoli tristi e nichilisti. La ragazza si voltava verso di me che guardavo il tavolo oppure rispondevo sgarbato ad Andrea o ancora stringevo la pinta di birra pronto a farla esplodere fra le mie mani. Ciononostante, si unì a noi una ragazza nientemale, una sua amica. Una tipetta dark con il caschetto. Nientemale, insomma. Questa mi prese in simpatia e voleva conoscere la storia della mia vita. Così presi un lungo respiro.

Non feci altro che parlare della mia ex, il più grande luogocomune del perdente. La storia era raccontata nei suoi dettagli più scabrosi, tanto che pure l’altra ragazza si voltò e ne attirai l’attenzione.

Morale della favola: io auguravo alla mia ex il meglio per la sua vita, le due ragazze non fecero altro che sottolineare il grande cuore che portavo nel petto e mi davano carezze e pacche, Andrea fumava una sigaretta dopo l’altra certo ormai che le due se ne sarebbero andate entrambe, perché – come disse lui – il maxibon lo devi mangiare intero, non puoi lasciare né la parte ricoperta di cioccolato, né il biscotto granuloso, il maxibon è due gusti e i due gusti vanno presi in coppia. E così fu.

“E’ stato un piacere conoscervi” e via. Malgrado ciò, Andrea che era un vero amico mi disse solo “non preoccuparti, sei un campione, sei un mito. Se la incontri di nuovo te la alzi sicuro. Vecchia roccia!”.

Quella sera Antonella però mi aveva visto particolarmente giù di morale e aveva deciso di portarmi una teglia di patatine gustose offerte dalla casa. Erano così salate che ebbi la vaga impressione che si trattasse di un cavallo di Troia atto a farmi bere di più.

Quella sera in particolare avevo recitato in uno spettacolo di beneficenza a Piazza Municipio. Erano presenti la maggior parte delle straordinarie personalità di Giardini Naxos e una valanga di signore che avevano riso a crepapelle – anche se prima avevano litigato tra di loro per chi dovesse avere i posti in prima fila.

Il mio ruolo era quello di uno schizofrenico bipolare con tendenze suicide e cimiteriali che nell’ultimo atto veniva salvato dalla depressione grazie all’intervento dello nicchio di un personaggio monodimensionale e idiota. Espletate le funzioni sessuali in una delle stanze del maniero dove due famiglie di estrazione sociale completamente opposta si erano ritrovate a passare le vacanze per colpa di un caso di overbooking, trionfalmente avevo lasciato alle spalle la mia tunica nera e le mie poesie cosmicamente pessimiste e avevo vestito un completo che nemmeno Christian De Sica a Miami, pronto a gettarmi ancora nella vita, perché “quando hai la pussy, hai tutto”. Almeno questo mi sembrava il motivo intimo dell’esistenza del mio personaggio.

Il trucco nero e sbavato che mi era rimasto sotto gli occhi mi rendeva ancora più stanco agli sguardi altrui e sembrava non dormissi da giorni e fossi ancora fatto di acidi. Non ero fatto di acidi, ero solo molto più ubriaco di voi.

Federica scorreva lo schermo del telefono e gesticolava a bocca ben aperta verso mio cugino John. Notai un particolare delle sue unghie pitturate di viola, teneva le dita ben tese, come per metterle in mostra.

Helge arrivò già tutto in tiro a bordo di uno scooter – non guidava lui, guidava il suo amico del momento. Lo vidi salire le scale del Sottosopra e fare finta di scivolare ad ogni gradino. Helge accarezzò un cane, poi mi accarezzò i capelli.

Corsi in bagno ad urlare.

Giuliano, il proprietario, aprì uno spiraglio della porta per vedere se fosse tutto a posto.

Mi sciacquavo ancora la faccia nel lavandino, ma non risposi. Doveva essere arrivata la compagnia femminile al tavolo, sentivo già Andrea che chiedeva ad Alessandro di cambiare musica: “ ‘na roba più ballereccia, ‘na roba più strazzamutanda”, consigliò. Intanto, Federica continuava a lanciare occhiate di fuoco al nostro barman che cercava di cambiare musica e che si chiedeva cosa avesse sbagliato.

Giuliano entrò di nuovo e mi chiamò come mi chiamava sempre, cioè cugino – mi chiamava così perché ero cugino di mio cugino che aveva lavorato anche in quel locale, come in tutti locali di Giardini Naxos.

“Sto bene”, gli risposi.

“Sei un principe tu. Non te lo dimenticare mai, sei l’anima di questo locale”.

“Grazie, Giù. Scusami la scenetta. Si è sentito fuori?”.

“Solo un po’ ”, e si grattò i corti capelli rasati, “ci sta sclerare ogni tanto. Ho un figlio di due anni io. Sai quante volte urlo dentro il cuscino?”.

“Secondo te, lei tornerà?”.

Giuliano si guardò intorno nel bagno, cercando sostegno.

“Certo che tornerà” balbettò, “ma solo quando l’avrai dimenticata”.

“Sono sei mesi che non mi chiama”.

“Solo quando l’avrai dimenticata, mostro”.

Mi guardai allo specchio e sorrisi: “funziona così?”.

“Ci puoi scommettere, cugino, funziona così. E’ l’entaglement, la tessitura, la sincronicità, chiamala come cazzo vuoi, ma funziona così il mondo”.

“Sei un esperto di fisica ora?”.

“No, ma guardo qualsiasi cosa che mi possa far addormentare quando la peste dorme” e adagiò la porta del bagno per lasciarmi da solo, chiamato da uno dei ragazzi della cucina.

Mi voltai e notai una spettacolare locandina di un concerto degli anni ’90 di Brigantony appesa sul lato interno della porta del bagno delle donne. Non avevo mai visto l’interno di quella porta. Non lo avevo mai notato in dieci anni che frequentavo quel posto. Il mondo era davvero un luogo straordinariamente stupefacente. Una ragazza straniera mi fissava dal limitare del bagno che aveva spalancato, me ne accorsi solo a quel punto. Mi sorrideva con pietà e le feci spazio davanti al lavandino affinché potesse lavare le mani.

“Scusa” le dissi.

“No worries”, mi rispose lei mentre asciugavo il viso con dei tovaglioli.

Infine, uscì di corsa, lasciandomi da solo a pensare quanto fosse carina.

Al tavolo oltre Erica e Alessandra s’erano uniti Stecco e Giorgia che guardavano ancora i video della nostra performance sul palco – mentre continuavo a ripetere che non mi sarei mai più esibito su un palco, che la gente mi metteva ansia.

Oltre loro, erano arrivate insieme in motorino Paola e Giuliana che in quel periodo aveva una tresca con il nostro scrittore da quattro soldi, con Angelo, si intende. A proposito, dove diavolo s’era cacciato Angelo? L’ultima volta che l’avevo sentito era stato l’unico a rispondere quando minacciavo di gettarmi dal belvedere di Taormina.

Mi aveva detto un sacco di verità: “se una donna piange, attento. E’ quello il momento in cui te la sta mettendo in culo” e ancora “se è un uomo a piangere, attento. E’ pronto a bersi qualsiasi stronzata gli stanno per dire”. Concluse dicendomi quindi di smettere di piangere, che le mie lacrime dovevo tenerle salde per i palcoscenici, dove mentire era lecito, era consigliato ed era pure ben visto.

Angelo è una persona disincantata: le sue storie mi deprimono sempre, i suoi personaggi sono come polvere sulle spiagge notturne.

Paola scriveva messaggi ad Andrea che aveva una cotta per lei. Non voleva che nessuno sapesse in paese che un po’ sottosotto con Andrea ci stava anche lei.

Giuliana dall’alto del suo doppio trionfo come reginetta del liceo, dall’alto del suo libero vivere a Milano, si sfiorava i capelli biondi e ascoltava ravvicinata alle casse del telefono per sentire l’ultima canzone che Angelo gli aveva dedicato: era Opening Out.

Angelo dedicava canzoni quando non sapeva che dire. Nemmeno lui in fondo riusciva a mentire.

In una società in cui tutto è concesso, si può solo fare quella dannata cosa.

Io non ero così, io amo solo le cose belle. Quello che cerco è il trascendentale dell’emozione, l’apriori dell’amore. Non sono nemmeno più interessato al sesso, perché mi sa di consumo. Il mio scopare è purezza, ancora non colluso con intelletto e sensibilità, non certo una purezza santa, ma una purezza filosofica e quando lei si voltò a guardarmi dal tavolo nel quale sedeva con l’amica, notai prima l’insegna del benzinaio di fronte, poi gli schiamazzi di una mandria di ragazzini che passavano sotto il locale, ancora le luci che si spegnevano nel bar del Lido di Naxos e infine mi innamorai di lei.

Proprio del fatto che tra noi non ci fosse nulla, ma solo la condizione di possibilità di mentirmi, di farmi soffrire, di fuggire via da me fra le braccia di un altro.

Immaginai semplicemente che fossimo seduti su una tomba a contemplare le lucciole intorno. Immaginai che potessimo denudarci e correre via verso il molo per gettarci nel mare notturno. Immaginai che lei potesse abbassare gli occhi azzurri arrossita e regalasse il suo sorriso al suolo, mentre stringevo per la prima volta la mano di suo padre.

Il caldo aumentava, aumentavano anche i gradi in circolo, la musica si era fatta insostenibilmente alta e la gente aveva invaso ormai il locale. Ovunque salutavo cugini lontani, ex fiamme, amici di infanzia e recenti chiacchierate ubriache su filosofi e star del cinema.

Quando Antonella comparve ancora alle spalle, sentii che stavolta non era il momento di ordinare un’altra tequila e le chiesi se avesse una penna da prestarmi.

Lei mi sorrise chiedendomi cosa volessi bere: “io nulla stavolta” risposi, “porta alle due straniere là in fondo due limoncelli e questo biglietto”.

“Sei dolce e viscido allo stesso tempo”, sentenziò, ma fu comunque mia complice.

Mio cugino Gianni era felice di vedermi di nuovo all’opera, proprio lui che solitamente fuggiva ogni cosa non riguardasse la stabilità in amore e il precariato nel lavoro: “ ci stava cugino, sei un pisellone, ti voglio bene”.

Paola mi disse che certamente avrebbe gradito il mio pensiero e Francesca mi chiese cosa ci fosse scritto nel biglietto.

“Niente di che”, risposi, “It was not screaming, i was growl-singing. Excuse the uncomfort. E la firma: howler-at-the-moon”.

Si dimenticarono presto della questione – e per fortuna – perché Damiano era appena arrivato con un barracuda che aveva pescato a Catania e lo mostrava fiero a tutti quanti.

Un barracuda, eh? Mi girava la testa.

Cominciai a ricordare, quasi per analogia, una volta che andai a pescare con Gianni sui frangiflutti del porto. Ricordai di aver pescato con lui un barracuda dopo ore di attesa col suo metodo di trascinamento dell’esca. Ricordai anche la forma e il colore del pesciolino in plastica che utilizzavamo, verde squamato di giallo solare, proprio quello utile a pescare i barracuda. Ricordai la felicità di aver raggiunto il nostro obiettivo dopo tutta quella fatica, ricordai anche il nostro abbraccio e le grida mentre lo mettevamo nel secchio di plastica arancione. Ricordai, sì …

Soltanto che non era possibile pescare barracuda al porto di Giardini, semplicemente perché non ce n’erano. Si doveva senz’altro trattare di un falso ricordo.

Che allora la felicità dei miei ricordi con la mia ex ragazza fosse solo un’illusione come quella del barracuda pescato, pensai? Che allora i nostri momenti insieme fossero stati molto diversi da come li ricordavo? Improvvisamente ricordai la noia delle serate in silenzio a casa nostra, ognuno intento nei propri lavori, ognuno concentrato interamente su se stesso. Ricordai l’assoluto disinteresse nei suoi progetti di urbanistica e l’assoluta incapacità sua di cogliere i significati dei personaggi che mettevo in scena. La sua noia a sentirmi recitare mille volte un monologo a casa e la mia a sentirla ripetere concetti di architettura che ritenevo di scarsa profondità, vagamente superficiali. Ricordai l’incomunicabilità delle mie emozioni e l’impossibilità di capire quelle altrui.

Ma se fossero invece questi ultimi ricordi come il barracuda mai pescato al porto? Era senz’altro possibile.

Pensavo a tutto questo mentre Damiano maneggiava il pesce con orgoglio di fronte alle risate degli astanti, mentre lo faceva parlare come Angelo che era assente.

L’assenza. Questo era per me il ricordo, in quel momento ebbi l’illuminazione. Una bugia dell’assente. Questa era la ragione che mi portava ad amare la nostalgia almeno quanto le bugie. Nel ricordo si condensava un’unione di bugia e non presenza che erano quanto di più vicino potevo trovare alla mia professione di attore.

La cosa più straordinaria dei ricordi, come diceva qualcuno, è proprio quella che a volte sono veri. A volte sono veri, eh? E tutte le altre sono quello che mi tiene in vita.

Ricordi sempre le donne con cui sei stato a letto come molto più belle di quello che erano o molto più brutte. Ricordi sempre le serate come molto più condensate e divertenti. Ricordi gli amori come molto più vivaci e intraprendenti. Mentre c’è la noia che cancella se stessa e il proprio ricordo.

La memoria della mia ex è una memoria dell’assolutamente assente. Assente è la donna dell’amore, perché della sua presenza il cuore maschile non sa cosa farsene. L’assenza dona luce alle cose, così come il ricordo assente, bugiardo e falsato di questa assenza le eternizza.

Fu lo schiamazzo di Andrea a risvegliarmi dalla mia riflessione: “A delicato! le pupe ti stanno chiedendo di avvicinarti, a mandrillone! cazzo che pensatore! cazzo che erudito l’amico mio!  Guardate come stava a riflettere” e allungò una mano tesa verso di me, mostrandomi al tavolo, “guardate com’era immerso nelle sue elucubrazioni. A Talete! Riprenditi, Gesubbambino!”.

Effettivamente, la ragazza che avevo visto in bagno mi stava chiamando con la mano. La salutai anche io e sorrisi.

“Alzati, Lazzaro! Vai a parlare, no?”, sottolineò Paola scuotendo i suoi capelli castani sempre perfetti – sembrava vivesse con il parrucchiere.

Mi sollevai grattandomi la nuca imbarazzato. Sentivo di avere il sedere sudato, sperai però di non aver lasciato una chiazza sui pantaloni beige.

Mi avvicinai strisciando sorridendo storto di imbarazzo. Lei mi accolse al suo tavolo con gli occhi spalancati e i denti bianchi di chi fumava solo in vacanza. La brillantezza da piscina illuminata dei suoi occhi celesti mi diedero il primo spunto di una vita di stenti: “E’ venerdì e credo di essermi innamorato” citai con un inglese alle mie orecchie impeccabile.

Lei si voltò alle sue spalle, verso il resto del locale, chiedendomi chi fosse la fortunata.

“Come ti chiami?”, le chiesi.

“Wietske”, mi rispose, “sono olandese”.

Putain!”, aggiunsi io, “Bel nome”.

“E tu?”.

“Il mio nome non sembra un superalcolico, non è altrettanto interessante”.

Anche la sua amica mi si presentò, ma non ho alcuna memoria di come si chiamasse. Dall’aria scocciata doveva essere abituata a tutte le attenzioni maschili ricevute da Wietske – nessuna di queste però rivolta a lei. La mia superficialità mi passò davanti un attimo come un treno. Quando il vento del suo passaggio si fu placato chiesi semplicemente alla Venere bionda di Anversa di bere qualcosa insieme al bancone. Lei fece un’espressione che significava “perché no? Gli scrocco due cocktail all’italiano” e si sollevò con un movimento veloce.

Gli sguardi entusiasti di tutti gli amici si posarono fieri sulle nostre figure che scendevano le scale del balconcino per entrare all’interno del Sottosopra.

Il cugino stava fumando una sigaretta e staccò gli occhi dall’ultima foto hot di Anna per farmi un occhiolino e indicare che fossi un fenomeno. Il vecchio centauro alzò il calice verso di me che camminavo dietro Wietske e con il labiale sussurrò “buona fortuna, sei un delirio”, anche la signora di fronte a lui, smise di sventolarsi con il ventaglio dipinto di rose e mi regalò una smorfia di felicità altruista: “totale!”, bisbigliò.

Giuliana che mi passò accanto con un Gin Lemon in mano, spinse in avanti le labbra e ruotò la mano in circolo come a dire “Bella roba, proprio di gran lusso”. Antonella ci fece largo mentre passavamo e poi mi diede una pacca amichevole sul sedere, proponendo il suo solito riso circostanziale in posa come un angioletto oscuro e chiedendomi se volessi del Bourbon. Ebbi solo il tempo di dire no con la mano, tagliando l’aria. Filippo invece mi guardò ironico e cercando di farmi incazzare mi disse: “ma ogni sera una diversa?”, poi mi lanciò un bacetto.

Il bambino al tavolo alzò gli occhi verso Wietske, lasciando per un attimo il cellulare. Disse ai genitori: “dove vanno quei ragazzi?”. I due genitori si voltarono finalmente a guardarsi, l’uno verso l’altra e gli occhi si fissarono negli occhi come non accadeva da molto tempo. Nei loro occhi passava un ricordo improvviso, un ricordo che condividevano in un locale come quello.

Giuliano mi puntò con un fucile invisibile e sparò, facendo ridere Wietske. Io feci finta di crollare sul tavolo del ragazzo che stava guardando la partita. Questi alzò gli occhi dallo schermo e si rivolse alla fidanzata dal caschetto corvino: “è ubriaco, è tutto ubriaco”. La sua ragazza lo prese per il faccione e lo baciò stretto, portando a sé le sue labbra. Lui si scompose, facendo tremare il tavolino e il cellulare con la partita cadde con lo schermo sulla superficie di legno e lì rimase.

Alessandro infine mi accolse al bancone, versando due tequila ghiacciate, senza che gli dicessi nulla: “offre la casa, cugino. Sei tutto sudato …”.

Wietske mi fissava felice come mai nella sua vita, come se fosse la tequila più buona che avesse mai bevuto. Mi guardava con così tanta originale gaiezza che avevo voglia di abbracciarla.

Poi andammo a giocare a biliardino.

“Siete in vacanza o altro?”.

“Chiamarla vacanza è difficile”.

“Dovete lavorare?”.

Lei diede una stoccata vincente con uno dei suoi attaccanti: “è un viaggio che avremmo dovuto fare con un’altra persona” e continuò a guardare il tavolo da gioco senza alzare lo sguardo verso me. Io feci sbattere due volte la palla contro il metallo che lo circondava, cercando di attirare l’attenzione.

Lei se ne rese conto e disse solo: “lui è qui con noi in qualche modo” e sorrise del più bel sorriso che vidi mai stamparsi sul volto di una persona. Un sorriso così reale che non ebbi più voglia di ulteriori spiegazioni: lanciai la palla in mezzo alle figure rosse e blu che se la contendevano.

“Che cosa fai nella vita?”, chiese all’improvviso, cercando di scacciare via le nuvole che andavano addensandosi in quella conversazione.

“Sono un attore … teatro soprattutto” e stavolta misi la palla dentro io con un grande schiocco. Me ne vantai fissandola e aspettando risposta: “sì, sei forte”, concluse lei e poi continuò “quindi sei bravo a mentire?”.

“Sono più bravo ad illudermi”.

“Questo l’ho notato”.

“Da cosa?”.

“Guardandoti”.

“E’ per questo che mi fissi in quel modo? Cerchi di leggermi l’anima attraverso gli occhi?”.

“Non c’è niente di male in tutto questo. Sento una certa connessione tra di noi” e mi fece un altro gol.

“Mi hai distratto non vale!”, gracchiai, “tu cosa fai per campare?”.

“Vivo in Spagna e lavoro per Linkedin”.

“Non ha mai funzionato quella minchia di cosa per me” e ordinai ad Alessandro altre due tequila. Lui stava guardando fuori verso Federica e i due si alzavano il dito medio a vicenda: flirtavano.

“Perché hai troppi sogni”.

“Dovrei scendere sulla terra?”.

“Quanti figli vuoi avere?”.

“Tre almeno, tre ragazze di cui una lesbica. Monica, Morgana e Maria”.

“Lo vedi? Se fossi nelle HR di qualche azienda ti avrei già accompagnato alla porta” ed entrambi ridemmo senza veli, “quale pazzo risponde a questa domanda senza nemmeno rifletterci. Avresti pensato di più se ti avessi chiesto quanti anni hai”.

Il locale lentamente riprendeva vita. Le voci si stavano finalmente alzando caotiche e all’unisono creavano il sottofondo di una vivacità che nel mondo purtroppo andava spegnendosi. Tutto adesso sembrava vivo, il silenzio del paese si spegneva e si accendevano le luci negli occhi dei clienti. Che bello quando partecipi vivo di una vita non tua. Amo quei posti, amo quelle voci, perché sento che loro mi amano allo stesso modo in una boccia di vetro di calore, suoni e luci.

In quel momento Giuliano fece partire Wonderful Tonight e noi scolammo l’ultima tequila.

Le chiesi di ballare e ci stringemmo senza ulteriori promesse. Poggiò una mano sul mio petto e la testa sulla mia spalla come su un cuscino. Anche altre coppie si formarono, tanto che sembrava tutto il locale stesse ora ballando. Nessuno era escluso da quel grande abbraccio di corpi, ciascuno per un sera immemore delle proprie e delle altrui bugie.

“Hai una forte spiritualità”, mi sussurrò Wietske.

Il suo seno si poggiava alla bocca della mia anima, la mia mano scivolava verso le sua gonna leggera. Quella mano lenta che scivolava come scorrevano i glissato di Clapton nell’aria pesta di un locale della provincia della provincia, d’un tratto centro di un mondo davvero relativo.

Mi sentivo bene perché vedevo la luce di una nuova passione che nasceva, anche solo per una sera. Passione per l’avventura, come voleva Angelo, e per il rischio e nient’altro al mondo.

“Domani ripartiamo. Andiamo a Siracusa”.

“Ah!”, sospirai, “Allora vorrei che mi ricordassi”.

“Vuoi parlare tutta la notte e portarmi a fare il bagno a mare?”.

“Perché no?”.

“Poi vuoi scrivermi messaggi notturni mentre sarò a casa?”.

“Non è una cattiva idea”.

“Vederci forse ancora qualche volta e poi lentamente dimenticarci l’uno dell’altra?”.

“Questo non lo prevedo”.

“O forse speri che possa nascere qualcosa tra di noi?”.

“Vuoi la verità o vuoi una bugia?”.

“Una bugia”.

“Voglio solo dimenticare la mia ex per una sera”.

“Allora ci vediamo dopo. Starò un po’ con la mia amica e poi ti mando un messaggio. Lasciami il tuo numero”.

Lo chiese ma non si staccò da me, mentre io respiravo i suoi capelli fiamminghi, mossi, vivaci. Continuò ad oscillare. Sapevamo entrambi cosa quell’abbraccio significasse.

Significava che nessuno dei due era là, che entrambi eravamo il frutto di un’immaginazione sofferente, stanca della propria afflizione.

Lei prese il numero e se ne andò, lasciandomi a ballare da solo. La guardai andare via. Lei si voltò un’ultima volta. L’angolo destro delle sue labbra si alzò. Con pietà.

Tutto intorno a me decine di persone oscillavano lentamente, strette, alticce e senza fronzoli, senza aspettare nulla di più di quello che già avevano. Tutti i miei amici intorno che ridevano felici. Tutta la mia famiglia accanto. Al limitare vidi anche Angelo che era appena arrivato. La solita sigarettina in bocca, applaudiva sull’uscio la scena con una nostalgia che non riusciva a celare.

Poi si avvicinò e venne a stringermi per ballare Tears in Heaven  con me. Ero così felice che avrei potuto piangere.

“Ci sei anche tu?”, gli dissi.

“Io non manco mai, ricordatelo”, mi rispose.

E mi diede una strizzata al culo. Poi aggiunse: “Ho visto la tua tipa bionda. Un cazzo di angelo! L’angelo di questo posto dimenticato da Dio. Alleluja!”.

“Dimmi che non è un sogno”.

“Questa te la sposeresti domani, eh?”.

“Sempre che tu ci sia per farmi da testimone”.

Ius primae noctis”.

“Per te questo e altro, figghiozzo”.

“Non perdere mai la tua superficialità. E’ quanto di più sincero ci sia sulla faccia della terra”.

“Era tutto una bugia, vero?”.

“Certo, man. Vieni qui” e mi strinse ancora di più, “sei il più grande idiota che abbia mai conosciuto”.

Oscillavamo e sorridevano come due budini virili.

“Tutto è più bello”.

“Stai andando avanti, vedrai domani non ricorderai nemmeno perché stavi male. Non c’è nulla di così grave che un uomo non possa dimenticare. Nemmeno la lezione più dura. E tu hai le palle per dimenticarle tutte”.

Nessuna lacrima in paradiso, nessuna lacrima su Giardini Naxos, la più bella combriccola di disadattati nella peggiore costa della Sicilia. Queste erano le bugie che mi tenevano in vita.

Aspettai una, due ore, diventai così sbronzo da camminare con difficoltà. Infine, mi arrivò il suo messaggio alle due di notte: un semplice hey.

Le chiesi dove fosse e se volesse ancora incontrarmi, ma non rispose mai a quella domanda, nemmeno nei giorni successivi, nemmeno negli anni che seguirono.

Quando Gianni mi accompagnò a casa, fin dentro al mio letto solitario e si sedette a fumare una sigaretta per sfogarsi un po’ della sua relazione: non ascoltai nemmeno per un attimo le sue parole.

Nelle palpebre chiuse avevo stampato il volto di Wietske, il suo corpo generoso, la sua collana di legno.

Ovviamente quell’immagine non sarebbe rimasta molto, lo sapevo già. Che cosa sono le immagini se non la presenza dell’assente? E la donna che cosa se non l’assenza per antonomasia?

Le donne sono immagini fugaci di una bugia soltanto accennata. Nessun oggetto nella mia mente, nessun fuoco di fronte all’occhio nel mio cervello. Soltanto il colore di un’idea che non si dà mai. E lei quella sera era tutto quello che vedevo.

Quando Gianni andò via, mi trascinai a lavare i denti, ascoltai un brano di Jeff Buckley e poi chiusi la lampada e gli occhi. Wietske fu in modo lieto il mio ultimo pensiero.

In quel momento squillò il telefono.

Mi allungai sul comodino per vedere chi fosse.

Erano passati sei mesi.

“Pronto?”.

Dall’altra parte una voce sottile, barcollante più di me: “Ti disturbo?”.

“Stavo per dormire”.

“Possiamo parlare un po’?”.

Ci pensai per qualche istante, il mio cuore non batteva, una valanga di parole strette fra i miei denti: “Basta che tu non sia sincera”.

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