It’s Not Unusual – Capitolo 1

It’s Not Unusual – Capitolo 1

Beavis and Butthead

Alla Jean Fraseau, fratello, alla Jean Fraseau…

“Insomma ci sono queste due mie compagne di università …”

“Ti ascolto fratello”

“E insomma, non ci siamo visti per tutta l’estate. E sapete siamo buoni amici”.

“Arriva al dunque Leo, non abbiamo tutta la sera”.

Jack aveva questi lunghi baaaffi, foltissimi e noi glielo dicevamo di toglierseli, ma lui niente si voleva tenere sti baffi. Diceva che lo rappresentavano.

“Tieni Jack. Tira forte che è stretta”.

“Ne avete accesa un’altra?”

“Danno “L’aereo più pazzo del mondo” alla tv, vediamolo, fa sballare”.

“Ehi Leo, che dicevi a proposito delle tue compagne”.

“Lasciate sempre i discorsi in aria, dannazione”.

“Ah si, scusa Markus. Insomma si sono scoperte attratte l’una dall’altra”.

“Bene”.

“ottimo”.

“favoloso”.

“E mi hanno invitato ad andare da loro stasera …”

“Grande” e cose simili dicono i miei amici in coro.

I miei amici sono cinque.

“mamma ragazzi, in questa gli hanno spruzzato la Jamaica”.

“già che roba di merda”.

“e insomma le lesbicone?”.

“si, ho paura di andarci”.

“paura e di che Leo? mica ti mangiano! Al massimo ti tagliuzzano con le loro sforbiciate. Zac Zac Zac”.

“Markus per te è facile parlare, ma sai che imbarazzo ho io? E se poi volessero, che so, capiscimi, dico, loro sono in due, io da solo. No, non sarei in grado”.

“L’aereo più pazzo del mondo è davvero un film di culto, ragazzi”.

“Stai un po’ zitto, Izzy”.

Mi viene in mente che forse dovremmo tutti smetterla di produrre tanta plastica.

Lo faccio presente ad Izzy, che è pienamente d’accordo. Poi Jack dice qualcosa.

“Le lesbiche in fondo non esistono. Sono, che ne so, tipo Babbo Natale. Quando sei bambino pensi che esista, ma invece non esiste affatto. In fondo, cosa esiste davvero?”.

“Per non parlare dell’isola di plastica a largo del Pacifico. Cristo santo è grossa quanto la Francia”.

Jack ha proprio dei lunghi baffi, chissà se li lava con lo shampoo quando fa la doccia. Ed ha anche delle lunghe basette.

“Siamo spacciati Izzy, siamo proprio spacciati”.

“E’ proprio il tuo dannato stile di vita, Markus, che ci condanna a morte. Dovremmo imparare ad usare meno cose usa e getta. Usa e getta! E’ un filosofia sbagliata”.

“Noi siamo usa e getta, Izzy” quando parla si muovono ad onda i suoi baffi.

“Ehi ma l’avete vista quella nuova studentessa. E’ qui per uno scambio culturale”.

“Quell’isola è grossa quanto la Francia, potremmo abitarla, potremmo colonizzarla”.

“Ragazzi è bellissima e viene dalla Francia. Ha tutto quel modo di parlare e quel suo accento e quella sua lingua. E’ in tutto e per tutto francese”.

“Ti sei preso una bella cotta eh Leo?”

L’aria è densa. Uh sissignore, è proprio densa. Markus sta sgranocchiando delle patatine croccanti. Croc croc si sente, mentre apre la bocca.

“Sai già come si chiama?”

“Julie. Si, si chiama Julie”.

“Che bello, Leo. Sono contento per te. Ma vogliamo per un attimo pensare al continente di plastica? E’ una nuova Atlantide”.

“No, le lesbiche non esistono. E’ una categoria stupida. E basata su che poi? Gli umani si illudono che le cose abbiano differenze”.

“Non ti fidare mai di una francese. In Francia vige la regola del taschino amico”.

Com’è? Come diavolo è quella cosa che dice sempre Markus. Il nome di quel tizio. C’è l’ha sempre in bocca.

“E poi portano le baguette sotto le ascelle sudate”.

“Jean Paul Sartre era francese no?”

“Markus com’è quella cosa che dici sempre? Su quel tizio … Insomma, quell’attore Francese”.

“E’ grande quanto la Francia, ragazzi, se arrivasse uno tsunami verremmo seppelliti di PVC”.

Quel quadro alle Hawaii. Il mare, le palme, il tramonto. Ah magari fossi a mollo in quelle acque.

“Ragazzi, devo andare”.

“Certo Markus, vai ad inquinare ancora un po’, prendi la BMW per fare quel chilometro che devi fare”.

“Ho un incontro in sede col comitato di accoglienza”.

“Accoglienza di cosa?”

Markus si pettina il lungo ciuffo all’indietro. Si sistema la cravatta. Potrei anche affogare in quelle acque. Sono felice di essere rimasto alla villetta.

“Accoglienza degli studenti stranieri”.

“E ci sarà pure Julie?”

“Se è una studentessa straniera in attesa di accoglienza, allora si”.

“Posso venire anche io”.

“Hai sempre snobbato la mia associazione Leo. Non dovrei farti venire”.

“Jack, ma ti rendi conto a che stronzate pensano? Il pericolo è globale!”

“Izzy caro, l’uomo è l’animale più idiota sul pianeta terra. Tanto idiota da aver sviluppato in modo tale il suo cervello da riuscire a comprendere l’insensatezza della vita e di ogni azione”.

“Certo” e spegne la canna nel posacenere.

“Siamo fatti per soffrire, Izzy. Non abbiamo scampo”.

Markus mi guarda e scrolla le spalle, poi esce. Il tempo di afferrare la giacca di pelle marrone e via. Insieme a Markus.

Sigla.

Da dada da dada

                Da dada da dada. Da DUM.

It’s not unusual to be loved by anyone

                                      Na

                                         na

                                            na          

                                              na

                                                na

It’s not unusual to have fun with anyone

Nana nanaaaaaa

But when I see you hanging about with anyone
It’s not unusual to see me cry

Calcarone By Night.

Qui a Calcarone puoi essere come diavolo vuoi e ti sentirai sempre a casa.

Mi sono sempre chiesto dove cominciano le nostre storie, mie e dei miei amici. Mi sono sempre chiesto da dove iniziare per narrare le nostre vite o quello che sono. Sono arrivato alla conclusione che il momento che cambiò almeno la mia di esistenza, che fino a quel momento era stata plasmata dalla Playstation e la nausea di Jack, fu il giorno che conobbi Julie.

Era la sera del benvenuto ai ragazzi degli scambi culturali. La serata galante era stata organizzata tra gli altri anche da Markus e l’associazione universitaria da lui fondata: V.I.R.T.U., acronimo che Jack mi rivelò stare per: Veramente immondi ratti-tamarri uniti.

Il posto era veramente chiccoso, come era naturale aspettarsi da Markus. Si accedeva da una alta scalinata in granito.

Markus aspettava gli invitati a braccia aperte alla sommità della scalinata, spalleggiato da due statue bianche di nudi femminili.

Alle sue spalle si stagliava un obelisco bianco, da cui zampillava acqua cloridrica dentro un piscina lavorata in marmo.

La tenuta di Markus era incredibilmente elegante ed ufficiale, ma al contempo con tocchi sportivi che rendevano fresco e in qualche modo giovane, gagliardo il suo aspetto.

“Alla Jean Fraseau, fratello, alla Jean Fraseau” mi disse quando mi complimentai per l’abbigliamento.

Il luccichio delle scarpe nere di Markus ti poteva abbagliare fin dall’inizio della scalinata. Esattamente come il suo sorriso Colgate.

Il pantalone blu con sottili linee bianche verticali incantava e conquistava per la finezza del tessuto. La giacca scura con fiore bianco all’occhiello ben si sposava col gilet blu e la classica camicia bianca di sartorie rigorosamente napoletane. Da sotto il collo, fra i lembi del colletto della camicia, spuntava un’eloquente cravatta grigio-blu, esattamente del colore dei suoi occhi.

Si sistemava con la mano il biondo ciuffo ribelle e dava il benvenuto a destra e sinistra, sempre seguito dal suo vile tirapiedi Laszlo.

“così vile e leccaculo, che non ci si poteva che fidare di lui” diceva sempre Markus.

Io, dentro il locale, fra tovaglie di sete intessute e calici di cristallo mal mi trovavo. E tra l’altro non avevo nessuno con cui parlare se non il vino rosso.

Mentre mi crogiolavo nel mio imbarazzo, in piedi contro il muro, la vidi che entrò sotto braccio a Markus, insieme ad altre amiche francesi.

Lei sorrideva di circostanza e quasi con ironia di fronte a Markus e i suoi compari politici. La cosa non mi dispiacque affatto.

Markus intanto si guardò intorno fino ad individuarmi e io alzai il mio calice una volta incontrato il suo sguardo.

Con rapidi movimenti di testa e smorfie da goblin mi invitava a raggiungerlo.

Ma dai no, non me la sentivo ancora. Non me la sentivo affatto con la mia t-shirt degli Smiths e la mia giacca di tweed quadrettato.

“Che diavolo fai amico?” due mani mi afferrarono ai fianchi e rovesciai parte del mio vino. La vidi che si voltò per un attimo al mio urletto di spavento. Osservai la macchia di vino rosso sui miei jeans e cercai di focalizzare la mia vista ancora su di lei. Ma aveva già distolto il suo sguardo e parlava con altri ragazzi benvestiti e sicuramente circondati da effluvi di acqua di colonia da cento dollari.

“Che diavolo faccio io, Izzy? Che diavolo ci fai tu qui? Guardati sembri un barbone”.

“Markus mi ha chiesto di venire, vestito come volevo. Avremmo dimostrato agli stranieri che siamo informali e accettiamo tutti ha detto. Poi Jack voleva studiare il comportamento dell …”

“stai zitto glielo spiego io, imbecille” e mi passò il braccio intorno alla spalla e pontificò mostrandomi gli invitati.

“Ti vado a prendere un altro paio di pantaloni Leo?”

“Come puoi ben vedere Leo, l’homo sapiens è tendenzialmente e per natura un essere sociale. Ora, caro il mio Leo,sono qui per dimostrare la vanità della socievolezza umana e la banalità e in qualche modo la convenienza dei loro rapporti”.

“Hai visto amico? C’è la tua Julie! Vacci a parlare amico, che aspetti” interruppe Izzy e mi batteva sulla coscia, abbassato sulle ginocchia, proprio sotto di me.

“Sto molto male Leo, sto davvero male, mi credi?”

“Ti ha fatto bene uscire Jack … Ehi Izzy, ma stai fumando? Quella è una canna Izzy? Spegnila subito Izzy”.

“No, lasciami in pace”.

“Lascialo perdere Leo, tanto la morte arriva per tutti prima o poi”.

“Non può fumare qui dentro. Esci fuori canaglia. Su su!”.

I due andarono fuori insieme nel balcone che dava sul lago dei Minnechuti.

Accanto a loro stavano due ragazze bionde, probabilmente scandinave.

“Ehi ragazze” fece loro Izzy.

“Hi Boys” risposero in coro le tipe, troppo più alte di loro.

“Do you like Calcarone, girls?” chiese Izzy, mentre Jack guardava pensieroso il

lago.

“Oh yeah, this place is so damn magical” rispose sorridendo una delle due.

“I think that this is the place of my dream. Oh how much I’d like to live here”.

Izzy sorrise per qualche secondo, muovendo la testa su e giù, poi passò loro la canna, che accettarono molto volentieri.

“And tell me, When have you lost your virginity?”

“Dico Izzy, sei impazzito?” esclamò esterrefatto Jack, rimanendo a bocca aperta.

Le ragazze lo fissarono, alzando le sopracciglia, poi scoppiarono a ridere.

“Amico, vedi ridono! E’ una domanda lecita, anche io sono qui per un’indagine. Diavolo, non pensi che ormai le ragazze perdano la verginità troppo presto?”.

“I can’t tell you, scoundrel”.

“I’ve lost it at seventeen, man”.

L’amica la guardò ridendo.

“What’s the problem?”

“I’m doing a survey, girls, don’t worry”.

“Ooooh if it’s so!” fecero in coro. Jack si mise le mani ai capelli e cominciò a tirare giù dal balcone chicchi di riso trovati al buffet.

“And tell me” ancora Izzy non mollava “What kind of courses will you attend?”

“Medicine”.

“Me, Law”.

“Damn, so interesting, girls” e continuava a masticare gli stessi chicchi di riso che Jack stava tirando, prendendoli accuratamente ad uno ad uno dalla mano.

“Do you swallow?”

“Cristo Izzy, ma sei impazzito? Adesso è troppo”.

“Che ho detto Jack?”.

“vedi che ti picchio! Basta, bye girls! Entriamo dentro razza di cretino”.

“Ma che ho detto di male? Ehi lasciami mi fai male” e lo tirò dalle orecchie dentro fino al nostro tavolo, mentre le ragazze fuori se la ridevano astute e maliziose.

“Ehi Leo” qualcuno si sedette accanto a me.

“Debbie! Cristo sei bellissima”.

Debbie … Debbie è la ragazza migliore di tutta Calcarone, senza dubbio.

E posso ben dire che si tratta della mia migliore amica. Le voglio davvero molto bene.

Per qualche strano motivo mi sembrava giù di morale, sembrava quasi che avesse pianto.

“Ancora Bryce?” le chiesi.

Lei scoppiò a ridere, mentre sorseggiava dello spumante.

“Non si riduce tutto a Bryce nella mia vita, scemo. Tra l’altro, che ci fa Izzy con quelle due stangone bionde là in fondo?”

“Come si fa a non amare Izzy?”

“Si, è proprio un peluche”.

“Allora, me lo racconti o devo prima aspettare che ti ubriachi?”

“Oooh, ok, tanto so che non molleresti la presa, tanto vale dirtelo subito.

Sai che a mezzanotte faccio il compleanno, no?”

“mmh si certo, eccome” mi grattai la testa.

“Vabbè te lo avrei ricordato io. Sono andata a cena da mio padre. Mi aveva promesso che avrebbe contribuito per il mio computer nuovo. Ma dopo una serata in cui praticamente non m’ha fatto nemmeno mangiare, che non aveva niente in frigo, gli ricordo del regalo no? E lui mi dice che non può più, che m’ha fatto un altro regalo e che se vuole me lo posso far pagare a rate da mia madre. Ma lo sai anche tu le spese che hanno loro per mantenermi e allora gli dico che dovrò rinunciarci per quest’anno.” prende fiato e tracanna un intero bicchiere “Di tutta risposta mi manda a quel paese e mi dice che glielo facciamo a posta e sposta il discorso su quella troia della sua compagna e sul fatto che io e mia sorella non vogliamo nemmeno vederla in cartolina e allora gli dico che sta esagerando adesso e di non alzare la voce. Così me ne vado perché non lo sopporto più. E sai che si permette di fare? Sai cosa fa? Corre fuori quella casa che s’è comprato e mi lancia di sopra un pacchetto. “Tieni, prenditi il tuo regalo stronza” e sbattendo la porta rientra dentro”.

Non so mai che dire in queste occasioni, e continuai ad agitare il contenuto del mio bicchiere. Non riuscivo neanche a guardarla e nemmeno lei mi guardò più, dopo un po’. Un gruppo sul palco cantava una canzone di Gloria Gaynor.

“Quando mi dimostrerà che tiene più a me che a quella troia?” e bevve un altro bicchiere.

Izzy stava ballando come un John Travolta dei miei stivali con le due scandinave, e scuoteva le anche come se non ce l’avesse attaccate al resto del corpo. Mi metteva allegria guardarlo, mi mette sempre allegria. Dai suoi occhialetti  da sole tondi fuggivano nella folla i suoi occhi vivaci e scrollò la giacca di pelle con frange marroni qua e là, facendo spaccate e saettando le braccia in giù e in su, a ritmo delle sue ginocchia molleggiate.

“Che ti ha regalato?” dissi, forse per tirarla su.

“Un anello. Un cazzo di anello: Chissà quanto avrà speso per un oggetto così inutile. Che deficiente. Che pensa di comprare il mio affetto col denaro? Quello se lo può permettere con la sua anima gemella”.

“Pensava di fare la cosa giusta, credo”

“Ehi Ehi Debbie Kelsen, che è sto muso lungo?” intervenne Markus, arrivato al nostro umile tavolo, dopo infinite strette di mano.

“Markus Ford, è un po’ una giornata di merda”.

“Una giornata di merda? Nonono! Domani se non sbaglio qualcuno di mia conoscenza compie 20 anni e santodio non si può stare giù”.

La prese da sotto le braccia e la fece alzare a forza, facendole mettere le mani sugli occhi per la vergogna.

“Dai Markus, piantala” ma già si sentiva meglio e quando andò per mano a ballare nella folla, vedevo già che le stava presentando altri tipi giusti e già Debbie si faceva lentamente prendere dal ritmo della musica disco.

“Sei proprio un nichilista tu!”

“se fossi nichilista, almeno sarei qualcosa”.

“capisco” la ragazza si guardò attorno, come per cercare qualcun altro con cui fare conversazione. Chiunque altro tranne Jack.

“Scommetto che ora te ne andrai” fece Jack continuando a fumare chino su un tavolino, ben vicino al posacenere pieno di cicche tese, come un cimitero pieno di lapidi.

“Beh guarda dovrei cercare una mia amica, siamo venute insieme”.

“Mi fai solo un favore ad andartene. Capisco che tu mi odi, esattamente come io odio me stesso e di riflesso anche te”.

La ragazza si guardò intorno, poi scivolò via dalla sedia senza un’altra parola. Jack rimase a guardare la luna piena, alta nel cielo. Poi sospirò.

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”.

“Amico, quella è uno e sessanta. Quelle basse, ricce ce la sanno … Galoppano, galoppano. Poi non è leggerina eh? Bella in carne, ma soda, non mi posso lamentare”.

“Markus è proprio un piano di merda”.

Markus, quanto voglio bene a Markus. E’ come un fratello per me. Ma a volte è un tale coglione. Sembra pensare solo a fare sesso, sembra non riuscire a pensare ad altro. Non potrebbe essere più pudico a volte? Mentre agitava le braccia in aria e chiudeva le dita vicine, lo potevo già vedere parlare di deficit finanziari, esattamente come parla di sesso, da un leggio in parlamento.

Se vi state chiedendo da quanto e come io a Markus ci siamo conosciuti, non so darvi una risposta. Credo di averlo conosciuto prima dei miei genitori. Il primo ricordo limpido che ho di lui è di una guerra di pietre giù in villetta al Monticello.

Ricordo che un gruppo di mocciosi stava nella parte delle altalene e gli altri giochi da bambini e un altro alle panchine, che si raggiungevano dopo una breve discesa. Le stesse panchine dove solitamente i ragazzi più grandi fumavano e parlavano di ragazze.

Quella testa di Markus guidava un gruppetto di sbarbatelli su, ai giochi, e con aria da Napoleone tirava in su la testa e muoveva la mano denotando la pugna.

Tirò fuori la testa da alcune frasche, quelle che ormai hanno invaso tutti i giochi della villetta abbandonata, e lo centrai perfettamente al centro della fronte.

Dopo tutti quei discorsi motivazionali, andò a piangere dalla mamma.

Mi stava davvero antipatico, davvero tanto. Dovetti pure andare a scusarmi personalmente accompagnato da mia mamma e lo trovai al limitare della porta con un grosso cerotto dell’uomo ragno sulla fronte.

“Sembri proprio un cretino” gli dissi mentre le nostre mamme parlavano e pettegolavano.

“Ti stai sbagliando, assomiglio proprio a Jean Fraseau”.

“E chi sarebbe Jean Fraseau?”

“Che te lo dico a fare mammoletta”.

Ed ora era qui con l’ennesimo piano idiota e maschilista in testa.

“Le invito tutte e tre a casa tua stasera”.

“E perché a casa mia?”

“Perché casa tua è libera, più o meno. Da me non mi potrei permettere tutta questa libertà sessuale”.

Mi voltai verso il bordo della piscina a scomparsa e vidi Julie, ancora che parlava con alcune amiche. Si legò i capelli rossi a chignon alto e prese a gesticolare. Vidi per la prima volta le sue spalle nude, da cui cadeva un elegante vestito lungo e di velluto nero, legato da due fili così sottili alla parte davanti che pensai che in fondo non esistessero e che fossero due angeli a tenere su i lembi della veste di quella madonna. Ah, Julie.

“Quando tutte e tre saranno lì già belle alticce, con due bottiglie di vodka Belvedere offerte dalla casa, in una situazione confortevole e di classe, insomma con la giusta atmosfera, la giusta musica, perché non dovrebbero lasciarsi andare ad un rituale di gruppo?”

“Perché …” continuai a tracannare vino rosso, dovevo già essermi scolato una bottiglia “perché due sono due tue ex, ed entrambe odierebbero la new entry, oltre l’odio vicendevole”.

“Giusto, ma …” sembrava non trovare più qualcosa a cui appigliarsi e cercava con la mano come di acchiappare una tesi da propormi.

“Alla fine non te ne rimarrà neanche una. Anzi ti picchieranno tutte e tre. E poi non ti faccio entrare nel mio salone stanotte, non se ne parla”.

“vedremo mio caro, vedremo” e mi fissava con una mano sulla mia spalla.

“chi sarebbe la terza, Markus?”

“Non è importante”. Markus cercò di svicolare e con un sorriso fece cenno ad un invitato “Ehi Joey, dov…”

“Fermo resta qui” dissi a Markus, afferrandolo dal gilet “chi è la terza donna?”

“Helen”

“Helen Hill?”.

“mmmh si”.

Helen Hill ahem, era la rivale in affari di Markus. Lui aveva fondato V.I.R.T.U., lei A.M.A.Z.O., che già dal nome può lasciare intendere che programma la sua associazione tende a promuovere.

“Sei impazzito, Markus? Helen ti odia. Tu e lei non potete stare nella stessa stanza insieme, senza lanciarvi oggetti addosso e pensi di potertela portare a letto?”

“Non credo. Ma voglio tanto farlo”.

“E perché amico gettarsi nella gabbia della tigre?”

“La voglio dominare, Leo. Voglio che stia ai miei piedi, quella maledetta Helen e poi voglio gettarla nel cestino come un preservativo usato”.

Sentì come quelle risate preregistrate da sitcom, risate grasse, di gusto e presi a ridere anche io, non potendo credere alle mie orecchie.

Molti anni dopo ripensai a quella grassa risata che mi feci, quando vidi Helen salire all’altare, dove ad aspettarla c’era Markus. Ma diavolo in quel giorno settembrino, chi avrebbe mai puntato un dollaro su quell’assurdo piano di Markus?

Chi avrebbe mai pensato che Enrico Ottavo potesse mai unirsi in matrimonio con Rosa Luxemburg?

Lo lasciai andare dal suo amico Joey, che Markus salutò come si saluta la moglie al ritorno dalla guerra e mi andai a sedere accanto a Jack e Debbie al tavolo vicino al balcone. Da lì il nostro Jack poteva vedere la luna e ululare.

In tre facevamo davvero un bel quadretto di garzoncelli ubriachi e malinconici.

Nessuno di noi aveva voglia di parlare. I camerieri in uniforme continuavano a girovagare portando vassoi e bottiglie, la musica continuava a suonare ed io continuavo a rimuginare sul momento adatto per andare da Julie.

Debbie capì immediatamente quale fosse il dilemma della mia serata, dato che come un falco la puntavo da tutta la notte. Mi diede un bacetto di buona fortuna, sorridendo. Le chiesi se mi avesse lasciato il rossetto. Rispose di sì.

Scoppiammo in una molesta risata.

Jack invece non riusciva più a sollevare la testa dal tavolo. Doveva essere in quella posizione da almeno mezz’ora.

Un po’ ringalluzzito e sicuramente eccitato dagli alcoli in circolo, vidi Markus in alto sul palco della band. Era ormai rimasto solo con la camicia.

“Vi state divertendo stranieri, compaesani, eccetera?”

Un boato di sì riempì la sala. Mi chiesi come avesse fatto a portare più di cento persone in un posto del genere.

“Bene! Perché mi sono confrontato col mio amico Izzy, guardatelo è quello fra le scandinave! Un applauso a Izzy, lunga vita a te”.

Izzy si inchinò, mentre tutti applaudivano.

“Insomma, la band che avete davanti, i Trama’s, un applauso grazie, adorano suonare del rock punk e fanculo, se mi permettete il termine, lo adoriamo anche noi. Spaccatevi le teste” e scese con un salto dal palco, atterrando vicino ad una riccia tutto pepe.

Quando partì Dammit dei Blink 182, Debbie mi prese per mano e si corse sotto il palco a ballare come dei forsennati. Ci tenevamo per mano e ci guardavamo. Poi arrivò Izzy direttamente trasportato ad onda dalla folla, a braccia aperte come Gesù Cristo.

“Dove hai lasciato le svedesi?” gli urlai, ma lui si limitò ad alzare le sopracciglia.

Stavo ballando e guardando i miei amici che mi sorridevano e tutto mi sembrava sensato e tutto mi sembrava al posto giusto.

Quando Izzy e Debbie si fecero seri in volto e rallentarono i loro movimenti, potei sentire il mio sedere penetrato. Mi sarei girato e avrei trovato un pugno diretto in volto? Avrei visto mia madre con una busta di Marijuana in mano? Erano arrivati gli alieni?

Mi voltai a guardare alle mie spalle e fu come ci si volta in un tango o in un ballo simile. Io verso sinistra e lei verso destra. E i Sum 41 sembrarono King Cole, e tutti gli altri invitati accalcati furono spighe di grano in un campo.

Incrociammo i nostri sguardi alle reciproche spalle, lei si girò e sorrise.

Io ebbi un giramento di testa e svenni sul freddo pavimento.

La luce divina mi illuminava dall’alto, si fece un cerchio di curiosi intorno a me. Cominciai a levitare vorticando e mi ritrovai rapito nella loro astronave.

Entrai come si entra dalla porta di una casa di una sitcom.

Li trovai un dottore a gambe incrociate che aspettava con una cartelletta in mano. Mi invitava a sdraiarmi sul lettino da psicologo, che mi risultò comodamente dannunziano.

Accanto a lui stava un ragazzino che vendeva limonata nel suo banchetto per dieci cent. La scritta sopra il banchetto era inequivocabile, con le E di “lemonade” al contrario. Non poteva che vendere limonata ed essere delle elementari, nemmeno tanto inoltrate.

Continuamente nella stanza entravano i più disparati personaggi da Ken il guerriero ad una serie di Clown e idraulici. Entravano, salutavano ed uscivano dal’altra porta.

Il dottore non li cagava di striscio e cominciava a farmi domande.

Notai che sui suoi occhiali di plastica erano disegnati degli occhi femminei, tra le altre cose truccati pesantemente ed un po’ strabici.

Ma sul momento tutto mi sembrò più che normale.

“Leo, allora vorresti mai essere vissuto nel medioevo?”

“Dottore, in questo momento vorrei solo della limonata”.

“E allora perché non te la vai a prendere invece di fare il pavido?”

“Perché sono appunto un pavido”.

“Cosa penserebbero i tuoi genitori di te?”

“Non penso gliene importi troppo ai miei genitori della mia vita sessuale”.

“Ah no?” ed in quel momento potei vedere mio padre e mia madre, accompagnati da suadenti geishe, entrare dalla mia porta.

“Leo!” urlò imperativo mio padre “intanto Konnichiwa” e tutti si inchinarono giungendo le mani.

Mi affrettai ad inchinarmi anche io, malgrado fossi sdraiato.

“Che ti ho detto prima di partire, Leo?”

“Metti l’acqua alle piante due volte al giorno?”

“No! Ti ho detto “rendimi fiero di te” ed è così che ripaghi i miei sforzi?

“Ma papà …”.

“Niente papà ora alza il culo e vai a prendere quella dannata limonata, se non vuoi ritrovarti due bacchette da sushi nelle orecchie”.

Mi alzai dal lettino mentre tutti cercavano di attaccarmi con delle bacchette e scappai verso il bimbo della limonata.

Lascia dieci cent sul bancone e afferrata la limonata, bevvi.

E bevvi. Finchè non riaprii gli occhi. Debbie stava versando dell’acqua nella mia bocca, Izzy mi guardava preoccupato con le due scandinave accanto e Markus sembrava davvero incazzato.

“non ti ho detto di ubriacarti, ma di attraccare Leo, che ti salta in mente?”

Quando mi risollevai dal divano, tutto sembrava più chiaro e dopo una veloce sboccata nella sfarzosa toilette del locale, Izzy mi stava ancora raccontando del continente di plastica a largo del Pacifico, con le due tipe, tanto più alte di lui accanto che ascoltavano rapite il suono di quella lingua misteriosa.

Era ancora lì che parlava, mentre io mi sciacquavo la bocca e facevo gargarismi con un colluttorio generosamente offertomi dal servizio del locale.

Come una voce cavernosa sentimmo ad un tratto provenire da una delle toilette.

Le parole, vecchie litanie celtiche, rimbombavano ora, dopo che si era spento l’asciugamano elettrico e si potevano ben udire e distinguere ad una ad una.

“Allora tu mi dilanierai, senza mai fermarti, coi denti e con le unghie insieme. Io adornerò il mio corpo di ghirlande profumate, per questo olocausto espiatorio”.

Mi venne un brivido a sentire quella voce così dimessa, quasi liturgica, e insieme ad Izzy ci avvicinammo alla porta galeotta.

“E soffriremo entrambi, io di essere dilaniato, tu di dilaniarmi … Tu di cui non voglio scrivere il nome in questa pagina che consacra la santità del crimine, so che il tuo perdono fu immenso come l’universo. Ma io …”.

Lo spettacolo ci si prospettò davanti, mi fece a lungo pensare sull’aiuto che avremmo dovuto antecedentemente dare alla persona coinvolta.

Per molti anni successivi ripensai a quello che succedeva in quella toilette così profumata di incensi e lisoform, a quelle candele rosse così terrificanti e scellerate.

Jack lo trovammo così, e grazie a Dio, che lo trovammo.

Con la mano sinistra teneva stretto un libro di poesia francese, nell’altra una mannaia ben affilata.

E Stava seduto in ginocchio di fronte ad una giovane ragazza dai capelli blu e l’aria strafatta. Questa con la mano sulla tavolozza del water era pronta a subire l’amputazione rituale da Jack. La puzza di alcol e la musica degli Zeppelin che filtrava da fuori, rendeva la scena ancora più diabolicamente surreale.

“Leo. Izzy. Potete lasciarmi due minuti ragazzi?”

Rimanemmo immobili senza riuscire a spiccicare una parola.

“Jack vuoi tagliare la mano di questa ragazza” Riuscì ad esordire Izzy, mentre mandai le scandinave a chiamare Markus.

“Solo l’indice. Cosicché non possa più indicare e disprezzare e dare colpe. Lei vuole migliorare se stessa, è d’accordo”.

“Jack, perlamordidio, pensaci un attimo, sei un ragazzo … “.

Con un veloce e sicuro movimento di braccio Jack fece cadere la lama, che produsse un rumore di porcellana in frantumi, coperta da un urlo disperato di Izzy e Robert Plant in sottofondo.

“dannazione” disse Jack, accortosi di aver mancato il dito della ragazza e aver sbriciolato la tazza, spezzandone la parte sporgente.

Io e Izzy ci lanciammo chi a tentare di sottrarre il coltello a Jack, chi a bloccare l’altra mano. Ci rotolammo sulle mattonelle di marmo, mentre la ragazza impassibile ci fissava.

“Fermatevi miscredenti, fermatevi stolti” urlava Jack e come ippopotami lottavamo nell’acqua che sgorgava dal water rotto. Vicino ai lavandini, fuori dalla stanzetta del bagno, Jack mi tirava i capelli e mordeva Izzy. Riuscii a sottrargli la mannaia e la lanciai lontano, spingendola poi col piede.

“voi fuggite la verità! Voi vivete nel peccato e nell’ignoranza” continuava a piagnucolare “Io posso guarire i ciechi e devo guarirli, se esiste un senso è questo. Io devo … Io devo”.

Riuscii ad immobilizzare entrambe le braccia di Jack, trovandomi proprio sdraiato sotto di lui, Izzy gli fermava le gambe da inginocchiato.

Doveva sembrare una scena davvero divertente, anche quando sentimmo un altro colpo di mannaia fendere l’aria e il sangue spruzzare dalla nocca della ragazza.

Tutti e tre che prima facevamo un gran casino, ci zittimmo improvvisamente. E la ragazza crollò con la faccia sul copri water.

Mentre io, Debbie e Izzy guardammo andare via l’ambulanza con la ragazza monca, da un’altra parte del locale un ignaro Markus tentava di mettere in atto il suo piano con Helen Hill.

“Allora Helen credo che alla fine sia andato tutto bene no? Non ho trovato nessuno che si lamentava della serata” e poggiò i piedi su un tavolino in vimini e cristallo a bordo piscina.

“Si, come no. D’altra parte sei riuscito esattamente nei tuoi intenti. Pubblicizzare il tuo personaggio frivolo, in un’occasione del tutto pirotecnica e superficiale”.

Helen accese una sigaretta. I suoi capelli lisci e bruni cadevano dritti come una tenda fino alle spalle. Anche lei a gambe rigorosamente accavallate, segno di una profonda chiusura nei confronti di Markus.

“Helen, cara, perché il tuo atteggiamento nei miei confronti deve essere sempre in tal modo bisbetico? Non credi, come dice il mio amico Leo, che noi due insomma, hegelianamente, possiamo, così per dire, di due tesi contrapposte fare una sintesi, di due programmi farne uno? Trovare l’incrocio di due strade altrimenti parallele?”.

“Markus, caro, non credere che le nostre strade seppur parallele possano in qualche modo risultare vicine. La mia si trova in un universo diverso dalla tua e tale rimarrà”.

Helen era alta e longilinea, tanto da poter guardare faccia a faccia Markus anche da alzata. Certo, con l’aiuto dei giusti tacchi.

“Posso chiederti una sigaretta?” chiese Markus. E Helen cortesemente apri la borsetta per donargliene una.

“Io vorrei essere sincero con te, credo che ogni esercito non debba esser formato da mercenari, pronti a tradire per qualche dollaro in più …”.

“Come Laszlo?”.

“Ti sbagli cara, Laszlo mi sarà sempre fedele non per il mio denaro. Ma per la mia popolarità, che non temo mai di perdere. Giusto, Laszlo?”.

Laszlo comparve da dietro un cespuglio. “Giusto, Markus” disse.

“Ora se tu avessi la sensatezza di non determinare il tuo giudizio a priori basandoti sulle mie azioni e la mia esteriorità ed invece, come dire, conoscessi meglio la persona dietro Markus Ford …”.

Si sporse dietro Markus “deve essere davvero un nano per stare dietro di te e non essere mai visto”.

“Helen credo che io e te dovremmo farci una lunga chiacchierata”.

“Stiamo già chiacchierando, in modo sufficientemente, anzi troppo amabile”.

“In un luogo più consono, in un luogo più intimo, lontano da occhi indiscreti”.

“Mi stai invitando a venire a casa tua? Mi hai preso per Cappuccetto Rosso?”.

“Non a casa mia, non potrei mai cadere così di stile, saltando a una conclusione troppo affrettata … A casa di Leo Kiercher”.

“mmh” e si mise un dito sulle labbra “immagino che ci sarà da bere?”

“ci puoi scommettere”.

“Ed immagino che ci sarà la giusta musica?”

“Sissignore”

“Ed immagino anche che vi si possa trovare anche un comodo divano o un letto spazioso”.

“Si, credo che vi si potrebbe trovare anche quello”.

“Allora passerai una bella notte anche da solo”.

Al che Markus si alzò e si posizionò proprio a bordo piscina, allargando le braccia proprio come durante una Padre Nostro.

“Io ti sto offrendo tutto quello che sono, senza veli. Perché non darmi una possibilità?” e rimase immobile per quelli che furono si e no due secondi.

Esattamente nella sala da ballo, Jack aveva appena finito di scrivere quella che sembrava una lettera. Aveva lasciato la penna e il foglio sul tavolo e con aria risoluta, tirata la porta a vetri verso destra, era uscito in balcone.

Si era tolto le scarpe ed era salito sul davanzale di cemento, con colonnine bianche in gesso. Diede un ultimo sguardo alla luna e si lanciò di sotto.

“Perché non darmi una possibilità?”.

Quello che Helen Hill vide fu un corpo in vestito scuro cadere tra le braccia di Markus ed insieme a lui finire dentro la piscina.

All’urlo di Helen accorremmo tutti, scansando gli altri invitati. Io e Izzy ci lanciammo in piscina a recuperare i nostri amici. Li riportammo a bordo piscina nuotando, dove altri invitati ci aiutarono a metterli a terra.

Erano entrambi svenuti e dovemmo chiamare ancora l’ambulanza, il cui guidatore fece una battuta fuori luogo sul numero di incidenti avvenuti in quella serata.

Ancora una volta io, Debbie e Izzy ci ritrovammo a guardare un’ambulanza correre via nella notte. Stavolta con noi c’era anche Helen Hill.

“Quindi mi state dicendo che una ragazza dai capelli blu si è tranciata un indice?”

“Meno di un’ora fa”.

“Pff. Che c’era da aspettarsi da una serata organizzata da Ford?”.

La guardammo tutti e tre in piedi, infreddoliti e fradici. Dietro di noi si stagliavano dei deliziosi alberi nani.

“Vabbè” disse “è ora di tornare a casa” e se ne andò, lasciandoci perplessi.

In aggiunta Izzy ci ricordò, che l’unico ad avere l’auto quella sera era Markus, e dopo aver fatto le veci del padrone di casa, salutando, bagnati e sbronzi, stranieri ben vestiti e allietati, percorreremo a piedi i 5 km che ci separavano da casa mia, insieme alle due amiche scandinave di Izzy, il quale ancora le intratteneva coi discorsi sul continente di plastica.

Loro gioiose ascoltavano e annuivano, io ancora pensavo al gesto idiota di Jack.

“Non avrebbe dovuto farlo”.

“Già non avrebbe” mi rispose Debbie.

“Ai suoi amici, che gli vogliono così bene”.

“Credo che a volte Jack non sia così intelligente come crediamo”.

Quella notte di settembre lungo il lago si poteva sentire la salsedine trasportata dal vento dal vicino mare. Quella notte si potevano sentire le luci che si accendevano e i vulcani lontani. E noi camminare sotto i lampioni gialli.

Come riflessa in un vetro torto, la volta celeste girava accompagnando il nostro cammino verso casa. Un ultimo pensiero andò a Julie che se ne era dovuta andare prima che succedesse il fattaccio.

Ripensai a quell’attimo in cui i nostri sguardi si incrociarono, prima di svenire.

Avete presente quando guardi gli occhi di una persona e il suo modo di muovere le mani e di sistemarsi i capelli e credi di sapere tutto di lei. Era esattamente così che mi sentivo, come se sapessi ogni cosa del suo passato e del suo modo di essere e, dopo aver tirato le somme, l’avessi immediatamente innalzata a mia anima gemella.

Non sono pazzo, malgrado quello che potete pensare. E’ solo che quando mi addormento la notte e uno dei miei sogni più dolci mi visita e sono, che so, in una terrazza sul mare in tramonto che sorseggio un cocktail, la ragazza che vedo al tavolo opposto muove la mani e si sistema i capelli esattamente come Julie.

E malgrado lei non parli mai nei sogni, la loro voce è la stessa, ed è quella del mio amore.

Ci ritrovammo tutti di fronte alla mia porta di casa. Casa mia è una villetta a due piani, lontana dal centro, che preferisce rimanersene immobile su una verde collinetta.

Erano le due e mezza e dunque, preferendo non suonare e svegliare mio zio Tony, cercai nelle tasche bagnate dei miei pantaloni, non un pesciolino rosso, ma le mie chiavi di casa.

Triste fu scoprire che non si trovavano in quelle tasche e che nessuno dei miei amici e scandinave se le ritrovavano nelle loro.

Dopo qualche momento di esitazione, mi convinsi a suonare a mio zio, aspettando una certa collera anche da lui, che era così comprensivo. Non volevo certo rischiare una polmonite, dato che già i primi starnuti si facevano sentire.

Izzy invece malgrado essere scolato, non sembrava soffrire il freddo mattutino che il vento porta volentieri in queste zone e, fumando ancora marijuana insieme alle scandinave, indicava la città che bene si vedeva da quella collina.

“Là c’è il cinema, là c’è il supermercato, là ci compro la droga, là ci sta l’università …”.

L’attesa fu di almeno dieci minuti e suonai ripetutamente con insistenza, non ricevendo alcuna risposta.

Finché non sentimmo un movimento sospetto tra le frasche dei miei cespugli di casa.

Come Ulisse dal mare, quando incontrò Nausicaa, fece capolino mio zio con gli occhiali da sole.

“Ciao Leo”.

“Zio. Che ci fai nel cespuglio?”

“Dormivo”.

“Dormivi … bene. Ti ho disturbato?”

“Vuole un tiro signor Kiercher?” gli chiese Izzy.

“No grazie Izzy. Comunque si mi hai disturbato”.

“Scusami. Non volevo. E perché dormivi nel cespuglio?”

Mio zio si tolse rametti e bacche dai capelli e il maglione.

“E’ una storia lunga. Ora apri questa porta così ci mettiamo tutti a letto, che domani si lavora”.

“Non ho le chiavi. Le devo aver perse alla festa”.

“Ok, allora torno a dormire. Notte a tutti”.

“Notte” fecero tutti in coro.

“Zio, come sei rimasto fuori?”

“Antenna. Caduta. Porta chiusa. Buonanotte” e si infilò tra le frasche, come se nulla fosse.

Bene, mi dissi, possiamo dormire tutti sul prato.

Izzy propose di aprire la casetta degli attrezzi, ma nemmeno di quella avevo le chiavi.

Debbie propose di fare altri 10 km per arrivare da lei e dormire tutti là, ma non ce la facevo più di camminare e crollai a terra contro la porta chiusa.

Tutti gli altri seguirono il mio esempio e ci appoggiamo gli uni gli altri.

Debbie cercava di riscaldarmi, mentre a Izzy, già caldo di suo, ci pensavano le scandinave.

Mentre ormai pensavo a ospedali e dottori, una macchina scura si fermò proprio davanti a casa mia. Pensai “Ok, mi hanno infine trovato. Sono venuti a prendermi”. Quasi addormentato colsi un piede umano, calzante tacchi da donna, aprire la portiera e mettere l’arto a terra.

Si avvicinò a me, ma si trattava di un essere davvero alto e dalla mia posizione potevo vedere solo che recava in mano le mie chiavi.

Alzai gli occhi verso il suo viso, ma nel frattempo la mani e come si muovevano, il vestito nero, le bretelline quasi inesistenti e poi i rossi capelli.

“Ti sono cadute queste quando sei svenuto, non ti ho più visto dopo e sono venuta a portartele”.

Il suo viso, così bianco e cordiale.

CALCARONE BY NIGHT

IMMAGINATO E SCRITTO DA ANGELO SCUDERI

“ragazze come potete mettere i Led Zeppelin con i Rolling Stones? Gli Stones saranno anche più vecchi, ma dannazione, gli Zeppelin ci hanno insegnato ad essere quello che siamo. Agnes, Gertrud, potete farmi un po’ più di spazio, questo letto è abbastanza grosso per tutti e tre. Vorrei capire, siete danesi, svedesi, finlandesi o che altro? Avete mai visto Taxi Driver? Oh io sono fissato con Taxi Driver. No, non togliermi gli occhiali Agnes, fanno parte del mio stile. Ditemi, non credete anche voi che questa epoca dovrebbe più ispirarsi agli antichi valori, tipo Woodstock e la marijuana? Dannazione, quanto sarei voluto andare a Woodstock, ragazze. Ehi ferma lì, Gertrud, sto parlando, cosa tocchi?”.

Si apre la porta della camera, due ragazze fanno capolino.

“Ciao, Markus ci avrebbe detto di venire qui. Sai dove possiamo trovarlo?”

“Prego ragazze unitevi, si discuteva dei mitici anni settanta”.

“Ohohohoh, sei il suo luogotenente?”.

“Diciamo di sì”.

TRAUM INC.

MARCHIO REGISTRATO

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