Conversioni (Seconda Parte)

Della festa ho pochi ricordi, ma buoni. Abbracciai una bottiglia di Martini che mi tenne compagnia per la notte. Uno dei pochi ricordi è di Floriana che mi si avvicina per presentarmi un’amica sua, ma delle sue fattezze non ho avuto quasi percezione, sia per l’oscurità del salone, sia per la musica assordante che mi rintronava, nonché per l’abbiocco che mi asserragliava.
Mio cugino e Helge che continuavano a bere shot di Jager uno dopo l’altro: “a là vichinga” come diceva sempre Helge. Floriana che chiacchierava con Carlo Speranza in cima alle scale, mio cugino che gli alzava il bicchiere e loro che ricambiavano. Un paio di tizi seduti accanto a me che limonavano e si strusciavano e io che cercavo di allontanarli con il piede. Tizie scalmanate che rischiavano di cadere dalle sedie. Momenti così insomma.
Per combattere il sonno decisi di sollevarmi e ballare con la bottiglia in mano – la prima bottiglia era già andata e la seconda stava a buon punto. Continuavo a scolare liquore a terra, tanto che venni rimproverato dall’amica di Floriana per il mio comportamento poco consono. Le risposi con un rutto e poi mi scusai con vergogna. Quella fu la prima interazione che ricordo di aver avuto con quella che sarebbe diventata la mia ragazza. Mi appoggiai su di lei e le dissi: “Balliamo fiorellino” o qualcosa del genere. Lei mi disse che eravamo una famiglia di sballati e io lo sottoscrissi senza pudore con un altro rutto acido. A quest’osservazione lei si allontanò e tornai a dormire sul divano.
Quando mi risvegliai ero davanti al cancello di uno spacciatore di San Giovanni Galermo. Una pistola scura si ombreggiava sul davanzale di quel prefabbricato basso che dalle nostre parti chiamiamo “baracca”. John ed Helge continuavano a voltarsi ogni volta che sentivano passare una pattuglia. Palle numero 8 in buca. La polizia continuava a passare a ripetizione dalla strada vicina e pensai cercasse di prendere la nostra targa per fermarci al prossimo posto di blocco, ma persi la concentrazione subito dopo e dopo l’ultimo sorso di Martini, mi addormentai di nuovo.
Apro gli occhi un attimo: la ragazza di prima mi rutta direttamente in faccia. Tutti che ridono. Ha un bellissimo sorriso impertinente. Buio.
Di nuovo, sto pisciando da terra dentro un bidet. Mi metto in posizione erectus davanti al lavandino. Palla numero otto in buca a destra, poi in buca a sinistra. Mi riprendo quasi immediatamente, si e no il tempo di sciacquarmi la faccia e darmi due tre ceffoni. Getto acqua da tutte le parti, apro pure la doccia, faccio volare un paio di asciugamani. Fuori dal bagno mi aspettano due tizi che si strusciano sotto le note di Juice Wrld, si appoggiano contro lo stipite di una colonnina in gesso. Mi avvicino e li guardo sempre da più vicino. Sono partiti lo sento: lo appoggio contro il culo della ragazza, moscio come un maccherone. Il ragazzo con la visiera da rapper da quattro soldi cerca di allontanarmi con la mano, gliela schiaffeggio e per la prima volta si smolla dal limone e mi lancia un’occhiataccia che mi avrebbe fatto una gran paura, se non fossi stato imbottito e se la casa non fosse piena di amici miei, mentre “tuchiccazzosei”.
Così mi avvicino ancora alla ragazza che ha un gran culone e le bacio il collo, sa di phard e Marlboro Light, qualcosa di intimo, mi sembra un sogno. Lei continua a limonare quell’altro, tutta flippata senza dubbio. Si volta verso di me e le parti si invertono. Il tizio a quel punto mi spinge via, la sua catena al collo mi allucina per un attimo: stringe il pugno per farmi cagare addosso. Tanto sono a terra che me la rido e mi arrotolo nel tappeto persiano stretto e lungo di quel corridoio, sclerando dalle risate. Continuo a cantare: I had this lucid dream where I can’t move a thing anche se la canzone è finita. Continuo a cantarla e la canto rotolandomi: credo mi sia caduto il jeans. Devo sembrare piuttosto ridicolo, ma fottecazzi, sto nel mio e sto bene. Mi addormento ancora, dopo un altro paio di rotolate.
Aprii gli occhi: erano passati cinque minuti probabilmente, non avevo sonno per nulla al mondo, come cazzo dovevo essermi addormentato con quello che avevo in circolo? Andai in camera di Carlo Speranza e gli rubai i vestiti più fighi che ho trovato, dato che i miei erano praticamente infangati. Sentivo nel bassoventre una sensazione di panico che stava arrivando, probabilmente avevo bisogno di caffè per scambiare il panico con il nervosismo che è più sopportabile. Stan Smith bianche di vecchia fattura, il jeans è a posto, lo posso tenere, camicia azteca coreana verde gialla marroncina, vagamente tropical. Mi portai tutti i capelli all’indietro, ero disgustoso e alla ricerca dell’amore. Ripensai qualche momento alla morte di mia nonna e a mia madrina su quel divano, avevo voglia di divorare le lenzuola del letto dalla rabbia. Invece mi affacciai alla finestra: mio cugino dormiva sdraiato su un materassino che galleggiava in piscina. Helge si denudò e gli si lanciò addosso a bomba. Vidi volare qualche ceffone. Poi sentii qualcuno che si stava avvicinando alla porta: avevo rivoltato la stanza ziocane. Due corpi che sbattevano contro la porta, entrarono dentro ridendo. Io mi diedi un contegno cercando delle sigarette. Mi voltai.
Erano Carlo e Floriana. Lei mi guardò, lui con nonchalance mi attaccò bottone, io continuavo a guardare lei.
Era il Natale del 2019 e mio cugino stava per saltare addosso a Carlo Speranza, uno che contava, mezza parola, ci siamo capiti, no? L’Airone, che Gianni aveva continuato a colpire a pugni chiusi nello stomaco, si era infine sbilanciato sulla location del buon vecchio Carlo. Tutti quelli di Graniti sapevano che Floriana si scopava Carlo Speranza, diosanto lo sapevo anche io, queste reazioni erano il motivo per cui non glielo avevo detto al cugino ed aspettavo che la ragazza semplicemente lo lasciasse. Quella però aveva annusato il fatto che Carlo se ne sbattesse di lei ed era più comodo tenersi stretto il cugino, beh zoccola, ma credo più interiormente si trattasse di una profonda immaturità. Tre anni dopo avrebbe fatto carte false per tornare con uno coi valori del cugino, ma in quel momento beh c’era quel bonazzo di Carlo Speranza e sticazzi, che ci puoi fare. Gianni lo vide seduto al bar che parlava al cellulare, gli fece segno di aspettare un momento con il labbro carnoso corrucciato e un indice alzato come se stesse parlando ad un cameriere.
Andrea cercò di trattenermi per non farmi immischiare: testadicazzo io volevo solo fermare John, ma comunque … mio cugino colpì così violentemente l’Iphone del belloccio che il vetro del telefono si ruppe sull’orecchio e la guancia di Carlo e lui svenne sul colpo, battendo la testa contro il tavolino. Non sentì un cazzo degli insulti di mio cugino che gli volavano, misti a sputo, a due centimetri dalla faccia, mentre io volevo solo comprargli il biglietto per il posto più lontano possibile e speravo nel mio cuore che la vendetta non si rivolgesse anche contro di me. Il cellulare cadde in terra e ancora si sentiva la voce dall’altra parte, sangue a fiotti scendeva dall’orecchio di Carlo e io all’improvviso mi trovai catapultato ancora nei rischi che la vita di provincia ti dona, sperando di poter in qualche modo tornare alla noia che mi affliggeva solo un’oretta prima.
E fu così che arrivò una telefonata: lo zio Salvatore ci stava lasciando, dovevamo andare a vegliarlo anche se non era ancora morto. Mio padre, il medico, era già lì. John scuoteva il pugno dolorante e una cerchia di persone si radunava attorno al tavolo dello Chantal. Paps intanto cercava di svegliare Carlo, che sembrava stare per riprendersi. Appena lo fece, il belloccio alzò appena il capo e poi il pollice: “me lo sono meritato, hai ragione”, disse Carlo al cugino.
John ancora dolorante, quasi piangente: “Amici da quando siamo nati, porcodio, da quando siamo nati, Carlo”. Mi intromisi, sembrava il momento adatto: “Per una troia qualsiasi poi”.
Il pubblico mi consigliò di tacere e levarmi dalle palle. Beh, così feci, lasciando quei due vecchi amici a litigare. Le mani nelle tasche e un paio di sogni nel cassetto, mi sedetti sulla scalinata del tempietto della fiaccola olimpica.
Quella sera tutta la famiglia era riunita dallo zio Salvatore e non si capiva se stesse morendo o meno. Mio padre mi diceva un momento: “E’ morto, è morto sicuro”, il momento dopo “eh, forse si riprende”. Un’aria da funerale che se fossi ancora vivo non vorrei di certo, ma tanto il vecchio zio Salvatore era fuso e non molto cosciente di quello che stava avvenendo. Ad un tratto tutta l’attenzione si rivolse al campanello di casa che suonava all’impazzata. Mia cugina Titti andò a rispondere: Paps disperato che urlava di scendere immediatamente: “L’hanno accoltellato Titti, porcogiuda, scendete subito”. E così tutti scesero giù di corsa, mio padre più veloce degli altri, pronto a ricomporre intestini e a ricucire tessuti. L’accoltellamento era per fortuna semplicemente un taglietto superficiale, certo c’era molto sangue, ma niente di cui preoccuparsi. Era tutto un livido in faccia e gli mancava un dente, ma davvero niente di chè. Negli anni a venire, raccontammo quella storia come una scena da Scarface con mio cugino che camminava con coltelli e frecce infilzate nel busto, picchiando a destra e a manca i bastardi di Graniti, ma insomma fu così che mio cugino si lasciò e finì la guerra con quelli di Graniti, di cui ormai rimaneva solo Paps, che era un vero amico, eccome.
Scesero tutti da mio cugino tranne me: avevo scritto un racconto in cui lui veniva freddato dalla mafia e avevo la strana premonizione che quello stesse per accadere davvero. Rimasi così con lo zio morente.
Se ne dovette rendere conto anche lo zio Salvatore che allungò il braccio verso di me con lo sguardo cieco di Tiresia interpretato però da Camilleri e con lo stesso accento marcato, forgiato da decenni di fumo di sigarette nazionali, mi disse: “Franco, vieni Franco, devo dirti una cosa”. Giuro, me lo disse davvero, non sto farneticando, in quel momento così toccante il mio nome – che non era Franco – non contava nulla, ma quello che sto per dirvi logiurosumammà lo disse sul serio, “ho passato ogni santa domenica in chiesa, a battermi il petto, a mangiare ostie e bere vino, ma adesso ho deciso … sai che ho deciso? che mi nni futtu. Padre Franco, finché sono ancora qua, devi farmi un favore”.
Balbettando e inghiottendo rospi, riuscii a dire: “dimmi pure, Salvatore, apriti con me, anima cara”.
“Perché si muore? Io sto morendo, mia nipote ha il cancro, qualcosa sotto va male, lo sento, chiudono le officine, i ragazzi vanno a casa senza travagghiu, le persone si lasciano, le famiglie si separano, si cade da una scala e si sbatte la testa e si muore, capito? La vita è un groviglio di merda e soffrire , soffrire, soffrire, romperti il culo, mezza felicità e sto morendo, capito? Di chi è la colpa, Don Franco?”.
Nel ruolo del prete improvvisato mi trovavo a mio agio, i recenti funerali mi avevano forgiato perbene: “del male degli uomini, Salvatore caro?”.
“No, la colpa è di Dio che è un bastardo”, a quelle parole urlai a Titti e mia madre di correre velocemente là nella stanza, che lo zio stava fondendo in diretta, ma lui con le ultime forze si sollevò dai guanciali e mi strinse forte il braccio; gli occhi spiritati e quasi liquidi mi fissarono come un tizzone di inferno: “deve sbattezzarmi ora, Don Franco, deve sbattezzarmi, io devo combattere contro questo male! Se lei adesso non mi sbattezza, io la maledico, lo giuro, le mando una maledizione dall’aldilà e soffrirà per tutta la vita che le rimane”.
Lo zio continuava a sputare l’ultima saliva rimasta e io ero immobilizzato e tremante dalla morsa fortissima di quella mano scheletrica, forse anestetizzato dagli incensi della stanza e dalla puzza di pannolone carico di merda. I denti marci dello zio si svelavano uno ad uno nella bocca raggrinzita: era pronto a sbranarmi?
La paura era troppa, la situazione troppo assurda, così misi insieme le più recondite rimembranze di latino che avevo, pronto a donargli l’apostasia: “Ego” balbettai, “ te sbattezzo! Cioè, fero sbattìo!”.
Il vecchio lanciò un urlo e mi mollò, mi aspettavo che si sollevasse in aria dalle coperte e cominciasse a camminare sui muri, quindi ormai nel ruolo, lanciai acqua da una bottiglietta d’acqua sul vecchio e feci numerosi segni della croce per far uscire il demone dal suo corpo.
Ricordai a memoria: “E Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene va’ e il Signore sia con te, va a combattere contro Dio, guerriero»”. L’aggiunta finale, malgrado l’essere contraddittoria rispetto al resto della frase, ebbe il potere di calmarlo e si sistemò di nuovo sui cuscini, con la bocca leggermente aperta. Nel giro di qualche secondo si era addormentato. Sentivo ancora le bestemmie di mio cugino che veniva ricucito da mio padre in strada: quattro punti in croce.
Mi sedetti con le mani in tasca e un paio di sogni nel cassetto.
Era il Natale del 2019 e il prossimo a morire evidentemente dovevo essere io. Ero pronto: a guardarmi il signore doveva essersi divertito abbastanza, potevo andare in soffitta, ci stava, era ora.
Seduto ancora sul tempietto della fiamma olimpica, accesi una sigaretta. Sentivo uno strano odore di phard e Marlboro Light. Qualcuno mi si avvicinò all’orecchio e mi soffiò di sopra una nuvola di fumo che passò sul mio collo dentro i miei vestiti. Un brivido mi percorse; ecco doveva essere l’angelo della morte. La voce di donna mi disse: “se provi a girarti, ti aspetta un rutto alla cipolla. Ti avverto. Questo non è un sogno lucido”.
Chiesi solo: “Sai leggere il Talmud?”.
Alla mia madrina che ancora mi insegna lezioni di stile.
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