Le nostre parole spacciate

Qualcosa è cambiato.
Perché tornando dalla Germania non c’era più nessuno che mi potesse dire: “man, non ci hai provato. Sei stato il solito codardo. Ti sei ritirato come una scorreggia”. Non poteva dirmelo più nessuno. Ho passato in rassegna i miei numeri, i codici, i volti delle persone sul lungomare di Schisò: c’erano sempre le stesse facce all’isola del gelato, quei quattro tossici spaparanzati sul cornicione che dà sugli scogli. Le loro facce torve e le loro espressioni da cani, tutti a voltarsi in una stessa direzione quando passava un bel culo.
Dopo un anno a Stuttgart, mi volevo solo sedere su un divano di una nuova casa, mettere su un po’ di techno, magari invitare qualche amico dj a suonare e farci due piste.
Ho vissuto a casa di mia madre, per qualche settimana e poi ho trovato la casa di un vecchio che era morto da affittare. Sono tornato con zero storie da raccontare, che la Germania la conoscevo già bene, anche se andavo a dire in giro che mi ero trovato, che si sta bene e c’è lavoro. Non mi sono trovato per niente. Ho mangiato centinaia di Kebab, ho fatto qualche trekking, ho lavorato nel service di qualche concerto (Judas Priest, tour dei Megadeth e Placebo). Una volta sono andato a puttane. A Francoforte ho provato un acido blu che mi ha mandato in orbita. Avevo il buco del culo talmente dilatato che mi sono cagato addosso. Poi mi sono calmato per un po’ e ho conosciuto ‘sto greco che mi ha portato a fare un servizio turistico di motoscafi sul lago di Como. Ho fatto un po’ di soldi e sono tornato a Stuttgart, dove mio padre mi ha detto di dover partire e che non potevo stare più a casa sua perché l’aveva affittata a dei turchi.
Così sono tornato in Sicilia e ho spulciato fra i numeri e fra la gente a piazza San Giovanni, sono passato da Catania un paio di volte, a Galermo e nella zona del Cibali, ho ripreso un paio di contatti, tutti che mi salutavano come si deve, tutta gente che mi doveva un sacco di soldi e mi sorrideva senza denti e con fare amichevole. Feci finta di non ricordare, perché in quest’anno i ragazzini si erano fatti una nomina e cominciavano a lavorare su Giardini, Taormina, Fiumefreddo, Calatabiano, fino a Limina insomma, mentre ai più grandi era rimasta la città. I ragazzini facevano finta di non ricordarsi di me e mi chiedevano perché non mi tagliassi i capelli.
Fu così che ricominciai a spacciare e la casa che avevo affittato si riempì velocemente di gente che voleva due tagli e si fermava a prendere una birra con me e discutere di quanto vorrebbero andare in Germania a vivere. Io rispondevo sempre allo stesso modo: “A Francoforte si fanno i soldoni. Ho lasciato cinquecento euro ad un tizio che me ne ha tornati cinquantamila in un anno e ha pure voluto essere taccagno. Man, qua faccio gli spicci, ma ho una casa e ho le barche e passo una serata tranquilla tra amici”.
Al molo mia madre aveva mezzo mandato tutto a puttane perché andava a lavoro un giorno sì e uno no, visto che aveva ricominciato a bere e le era partita l’emicrania cronica. Ho dovuto riprendere ad andare io, che non me la sentivo, ma, cazzo, non potevo far perdere la storia della mia vita: quelle quattro cazzo di barche turistiche, quei quattro vecchi abbronzati e cadenti che portavano i cristiani in giro, quelle quattro soddisfazioni che mi ero preso. A fine giornata, dato che dormivo poco mettevo i piedi sul tavolino, piazzato sulle rocce laviche che fanno il porticciolo, mi rollavo una canna e bevevo una birra al tramonto.
Ogni tanto spuntavano John e suo cugino, che sta scrivendo qualcosa su di me, ma non so cosa, so solo che voglio leggerla, anche se è una merda. John ogni tanto partiva con la morale sul fatto che ogni anno attaccano cinquanta persone solo a Giardini per spaccio, ma poi mi allungava una ventina di euro per passarsi la serata. Era pure interessato a fare due soldi con me, dato che portava turisti sull’Etna tutti i fottuti giorni e stava invecchiando velocemente; poi mi raccontava che con la sua zita non fotteva più, ora che tutti e due lavoravano, che viveva in un ex laboratorio chimico, in una stanza che non aveva finestre, col gatto che aveva un tumore ed era allergico, col suo coinquilino che si portava le grassone o gli scheletri a letto e poi dava loro anfetamine, eroina e le zucchine di John negli orifizi. Non si poteva far altro che prendere atto che le nostre vite stavano andando a puttane e anche se lui era ancora integerrimo, mentre io no, avevo più soldi di lui e non mi dispiaceva.
Mi ero allontanato da tutte ‘ste tossiche che stavano con me solo per farsi. Ragazze di buona famiglia che non hanno niente di meglio da fare. La mia ultima ragazza ha una cazzo di casa sul corso di Taormina che fa spavento. Ci avevo portato la mia teca con i draghetti barbuti. Nel giro di un anno me ne sono andato via, perché non parlavamo più. Nemmeno la coca ci svegliava, oltre che per andare in giro ad ubriacarci.
Poi una sera che stavo al Sottosopra con Lello, che ha finito il TSO, John e quattro ragazze che volevano farsi scopare e forse farsiebbasta, mi si avvicina un vecchio coi capelli leccati all’indietro, che mi chiama in disparte.
Lo conoscevo, passava ogni tanto da me a prendere erba e coca ed aveva una parafarmacia sulla nazionale per Recanati, ma non lo conoscevo solo per questo.
Mi disse: “Helge, Elisa si è ammazzata”, poi aggiunse di lasciargli una bustina, che passava domani a portarmi i soldi. Era il padre di Elisa, dimenticavo, una mia ex, e gli dissi che per stasera quello era un mio regalo.
Tornai a casa e non uscii dal salone per una settimana: mi nutrii di biscotti perlopiù e ho pippato come un maniaco fino a sentire il cuore che esplodeva. Devastai la casa e forse picchiai pure John che ogni tanto veniva a vedere come stavo. Non volevo che ci fosse alcun rumore in casa, la gente alle 6 del mattino doveva scomparire. Non volevo sentire nemmeno una pentola che bruciava sul fuoco a mezzogiorno. Quando John e suo cugino venivano a trovarmi e mettevano su la caffettiera, sbraitavo come un disperato e bestemmiavo. Ho rotto la teca dei draghi barbuti, che hanno cominciato a gironzolare per il salone. Poi mi calmavo e sentivo dolore in bocca. Prendevo un caffè e mi sciacquavo la faccia. Sopra il lavandino, quella faccia riflessa, non dava segni di grande squilibrio. Elisa che era morta, doveva stare molto peggio.
E poi … una serie di facce: Santino che veniva a portarmi due buste, il barista dello Chantal che veniva da me per due granite e stare up tutta la notte, Serena che voleva farsi scopare e mi raccontava i suoi cazzi a lavoro e non me ne poteva fregare di meno, mia madre che non vuole sapere che ho la casa invasa dalla bamba, dall’MD, dalla ketamina, dai cristalli e quando capitava anche dall’ero, ancora John che viene per farsi battere un paio di volte a Tekken, poi suo cugino che conduceva una lunga intervista sugli effetti del Percocet e della Purple drank, ma tanto io di ‘ste cagate ne so poco e so invece che lui chiede perché un suo amico stretto, che fa il rapper e lo sciroppo se lo beve con la cannuccia, e vuole provare anche lui, batto anche lui a Tekken e se ne vanno a fanculo, viene il padrone di casa a prendere l’affitto e gli srotolo una serie di piotte, do da mangiare ai draghi barbuti che devo arrangiarsi nella doccia, mi fascio il pugno che sta dolendo, lancio due bestemmie perché ora c’è troppo silenzio, mi faccio una pista, siedo e bevo una birra, mangio un panino che mi ha lasciato John, noto che si è ghiacciato il grinder con le spore, sto pensando solo alla droga, sono malato, ascolto il nuovo album di Marra e mi fa pena che voglia essere introspettivo tutt’ad un tratto, rileggo gli ultimi messaggi che ho scambiato con Elisa, ho la tentazione di chiamarla, mi scrive “ Roma è grande, Trastevere è più ideale per trovare un mio posto, giuro potrei essere in qualsiasi posto del mondo, è piccola, ma ho un paio di piantine grasse tipo quelle che tenevamo al Monticello e non gli devo dare tanto conto, Lello continua a chiamarmi durante la notte con l’anonimo, io gli rispondo e gli metto paura, ho smesso di fumare, la metropolitana mi trasmette sensazioni ambigue” e poi le mie risposte via via, fin quando mi scrive di volermi bene e che dovrei ricordarmi del suo compleanno quest’anno, “mi fa male la schiena a dormire su sto letto di spugna, il riscaldamento è centralizzato, vado a mangiare un panettone che mi è avanzato”, non ho risposto, mi faccio un’altra striscia e bevo dello Jager, una serie di messaggi di gente che mi deve dei soldi, appuntamenti vari, ai semafori, ai Gabbiani, alle coppiette, a Santa Venera, facce di gente e foto di whatsapp, numeri, codici, foto di buste pesate, foto di amici che si abbracciano con un bicchiere di gin tonic, le orme degli uccelli sulla spiaggia, l’acqua impazzita che sento sbattere, metto su un po’ di musica, voglio stordirmi, qualche chiamata minatoria, alcune sono registrate, vado al Sottosopra? Mangio qualcosa? Giro per la stanza, i tappeti sanno di cenere, dov’è John, ho la febbre, lo sento, ho il covid, ho la febbre, non c’è aria, porcodio, due dita diluite di Lean, bicarbonato la fumo? la mischio col succo di limone e me la inietto? apro la finestra, le travi del solaio si incrociano, il corpo scarno di Elisa, le sue braccia tese, ascende al cielo, un Canadian ristrutturato e riverniciato da 1400 euro, sono un libero professionista, psicosi, il piercing di Elisa sul naso, fra gli occhi, due palline da parte a parte come occhi alieni, gioventù bruciata insieme, due piercing sulle guance, eyeliner nero che cola, grandi pupille, a due centimetri dall’acqua con le Vans che toccano l’Alcantara, Summertime Sadness e sguardo di lince, capelli rossi, capelli neri, capelli biondi, molly, erba e vomito subito, potevo essere io a penzolare, Elisa aveva la voce di un milione di gente, dei ragazzini che muoiono in motorino, antico splendore, che ore sono? Elisa che scende da scuola e io la aspetto in moto col giubbotto di pelle, Trappitello, la chiesa, il campo sportivo, prendiamo da bere alla fontana, due sigarette, Chianchitta ci guarda e i vecchi passeggiano con occhi da cane, la porto a Villagonia, un nome tremendo dice lei, la salita che porta all’hotel, la parafarmacia di suo padre e lei si volta per non farsi vedere e mi stringe il giubbotto, i capelli le volano via; se li strappa questi capelli, strappa le tende di casa, mi lancia le bottiglia di latte addosso, il cane che ringhia, John che guarda e non sa che dire, lancia un vaso di cristallo, si getta a terra, cerco di sollevarla e mi morde il braccio fino a farmi sanguinare, mi buco ho deciso, tu stai male, tu stai male, pazza del cazzo, vattene da casa mia, folgorata, si strappa il piercing dal naso, strappa le tende, strappa i libri, vortica su se stessa; poi seduta al mare d’estate a prendere il sole, bianca come una mozzarella fra le famiglie e la gente e gli ombrelloni, le campane della chiesa di San Pancrazio, John che ritorna con un secchiello pieno di ricci, granchi e patelle dagli scogli e comincia a succhiarle dal guscio, lei lo guarda disgustata e sorride, mi dà un lungo bacio che sa di Lucky Strike Rosso, le labbra secche, apro gli occhi e vedo i suoi piercing, occhi neri, lieti, sereni.
Quando sono andato sulla spiaggia, mi si è avvicinata una ragazza, mi aveva chiesto se fossi Helge e se avessi un po’ d’erba. Abbiamo fumato insieme. Erano passati due giorni da quando mi ero devastato l’ultima volta. John le aveva detto di venirmi a trovare, che anche a lei piace fare escursione sui fiumi e che sarebbe andata volentieri a vedere Adrano. Le avevo detto che ci sarebbero voluti due giorni.
Non era felice né triste, parlava e basta, non voleva nulla, pure l’erba era un pretesto. Mi convinse a farci un bagno insieme. Risi come un maiale e ingollai il fondo dell’ultima Weiss di giornata. Niente di niente oggi. Ero stato chiuso.
Mi gettai in mare con tutti i vestiti, lei invece in mutandine e reggiseno, la sabbia congelata di dicembre, l’acqua mossa e la marea alta; acqua stranamente tiepida come se ci avessi pisciato. Mi si avvicinò e ci demmo un bacio come non ne davo da un po’. Mi stava tra le braccia come una sirena, sgusciante ed agitava le gambe ad elica. Il ramato dei suoi capelli e la bocca semiaperta non lasciavano spazio ad interpretazioni.
Nella mia tasca i miei cellulari, i miei numeri, i codici, i volti delle persone sul lungomare di Schisò, la gente a Piazza San Giovanni, al porto, le buste di coca, gli spacciatori di Librino, di Zia Lisa, i cani, Lello, John, suo cugino, poi Calatabiano, Graniti, Gaggi, Roccella, Montalbano, Mongiuffi, i mosaici di Taormina, il belvedere e i cannocchiali, i suonatori di mandolino, i concerti dei Megadeth, le troie vecchie e laide di mio padre, i suoi tatuaggi sul petto da marinaio quale non è mai stato, mia madre che si masturba nella vasca, i draghi barbuti e le loro danze di accoppiamento, il monopattino elettrico, le quantità, gli appuntamenti, i luoghi, le facce, i questurini, i treni, gli orari, il corpo di Elisa esanime, la coca, la musica che rimbomba tutta la notte nelle mie cuffie, le mie letture snervanti sul successo, i miei numeri, i numeri degli altri, le strette di mano, le mani nelle tasche, le veloci alzate di capo, i gesti, le corse, le fughe, le case che si distruggono, i soldi che bruciano, nella mia tasca si distruggevano i cellulari, si distruggeva tutto, tutto ciò che mi ricollegava alla mia vita, l’acqua salata entrava nelle memorie e fra i circuiti e mentre lei ballava con me fra le onde, decisi che qualcosa, in fondo, poteva cambiare.
Un grazie alle persone della mia vita. Loro sanno perchè. Qualcosa può cambiare ed è già cambiato.
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