Non fare buci a Calcarone

Non fare buci a Calcarone

Hockney

Il pomeriggio è uggioso da spavento e questa dannata televisione mi ha anestetizzato.

Sono passate ore da quando sono qui davanti e non mi frega un cazzo di fare qualcosa.

Il tenente Colombo mi sorride e mi convince che comprare quella marca di detersivo servirà a mantenere candidi e tendenti al nuovo i miei capi.

John arriva da me che mi sembra l’alba dei morti viventi ed anche il cugino uno degli zombi assassini.

La fine dell’estate porta sempre con sé una sensazione di mancanza, soprattutto quando si può dire che questa non sia stata propriamente una vera estate, che ognuno s’è fatto i cazzi suoi in giro per il mondo e ci siamo beccati di nuovo solo ad Agosto.

Provami a dire che non sembra il giorno del giudizio gli faccio e lui attacca a menarmela con la nottataccia e con la levataccia che ha fatto.

Mi fa “tipo che all’una mi spunta sotto casa quella che abbiamo incontrato al chiosco, che sicuro la vuole tappata, e ci facciamo un paio di sigarette insieme, e poi la mando via con la scusa che dovevo studiare domani. Che poi alle due mi spunta Laura che ha litigato col padre e se n’è andata di casa, allora le dico che può dormire da me e facciamo sesso due volte. Poi mentre prendo sonno, sparisce e mi arriva un’altra chiamata che erano le 4 e c’era quella troia della mia ex sotto casa, che non so che cazzo vuole ancora da me e non so nemmeno io che cazzo voglio da lei. La faccio salire su e limoniamo, ma di scopare non avevo più forze.

Così tipo si incazza pure, tipo mi tratti come una troia, non sono la tua troia hai capito? E mi dà uno schiaffo e sparisce anche lei.

Di dormire non avevo più voglia e mi vedo sto film del cazzo, che ti giuro non ci ho capito niente”.

PS

il film era l’anno scorso a Marienbad

“alle 8 mentre dormivo mi suona quel bastardo di Alex che dovevamo aggiustare la Renault, che poi rompe le cose e le devo aggiustare io? Ma che te ne pare?”.

Fatto sta che è un po’ giù di morale, ci lanciamo nella 600 e a tremila chilometri all’ora parcheggiamo in divieto di fronte al centro scommesse.

In mezzo a mocciosi e una rara collezione di casi umani vinciamo due puntate sui cani, che mi sembra finalmente di aver dato un senso alla giornata.

Dopo 40 minuti abbiamo speso tutto ad un aperitivo sulla spiaggia e siamo ubriachi come léttoni.

Ci muoviamo nella pista come murene coi nostri costumi americani e le camicie sgargianti, da cui il pelo spunta orgoglioso.

John si lancia a presentarmi qualsiasi ragazza che non conosce, ma a me quando sono ubriaco mi dovete mollare e mi sto nel mio, mentre il tambureggiare sempre uguale della musica mi dà sui nervi e rimpiango il tenente Colombo con tutto il cuore.

Così solo e pensoso giaccio nella rena ad una scoreggia dal mare, anzi per spregio mi ci bagno pure i piedi.

Quando mi giro verso la pista vedo John, che discute con una tipa magra e con la faccia da pesce lesso. Posso perfettamente leggere il suo labiale.

“tu sei una gran troia. Te ne devi andare a fanculo. Troia di merda, torna a battere” e punta l’indice verso il basso.

Tutto nella norma.

Il tramonto è bellissimo, che le nuvole sono andate via verso le città vicine, tanto che urlo “fanculo” e sono felice, mentre una coppia di ballerini mi guarda storto; così stasera non pioverà.

Poi, a una certa, sussulto, che mi sono sentito toccare l’alluce a mollo nell’acqua.

Lascio stare le riflessioni romantiche sui tramonti e mi accorgo che una sirena olandese si trova proprio ai miei piedi sdraiata de panza sulla battigia e con l’indice stilnovistico mi solletica il piede.

Così. Topless. Tette al vento.

Affido la mia camicia, a cui tengo moltissimo, al DJ, che sembra felice.

Non lo sa che se me la fotte lo vado a rincorrere fino a casa.

E mi lancio nell’h2o tipo esperimento nucleare nordcoreano.

La rincorro, mentre lei scappa e schizza da tutte le parti, lanciando piccoli urletti e risatine moleste, finchè ululando non l’acchiappo e comincio a baciarle il petto. La conoscevo già, che pensate che sono un maniaco, ziocane?

We talk later, le dico.

E l’aiuto a salire dentro una delle barche del molo, dove la purgo dentro e fuori come uno stantuffo.

Gode come una cagna e anche a me lei non dispiace (questa almeno mi sembra l’interpretazione corretta delle azioni), tanto che dopo che le vengo sulla pancia, le chiedo di vederci di sera.

Il mare dondola e culla l’imbarcazione e noi stiamo un po’ abbracciati a sbaciucchiarci.

E mi racconta che studia Architettura e che le piace l’arte italiana e che cucina molto bene.

Se parla un altro po’ l’affogo, giuro. Non so se è una minaccia.

E ridacchio da solo fra me e me.

Je le dico che studio pure e che anche se non sembra faccio il DAMS e le spiego che minchia è, che nei paesi industrializzati se una cosa non produce non esiste. Ontologico.

Mi dice che ha letto un libro italiano: Il deserto dei tartari e che l’ha impressionata e che ama Buzzati.

Cito il finale del libro. La luna, le stelle, il divano, Drogo, la morte Etc.

4 millisecondi dopo, ce l’ho di sopra che mi cavalca, che sicuro dalla spiaggia vedono quelle bombe ballare sulla barca e hanno chiamato gli artificieri.

Quando si accascia su di me, i suoi capelli sul mio viso mi fanno sentire in una gabbia d’oro.

Credo di amarla.

Dopo torno sulla spiaggia coperto solo da un telo trovato sulla barca e ordino due Gin Tonic che uno ad uno porto a nuoto fino alla barca.

Il sole è calato e la sera luminosa coccola le montagne del cazzo vicine e mi viene voglia di prendere la 600 del cugino e portarla via.

Mentre si limona di brutto, sento qualcuno urlare da una barca vicina.

“Sei solo una troia hai capito? non mi freghi, stronza”

E ci preoccupiamo appena arrivano gli schiocchi dei ceffoni.

Lo sanno tutti che sono l’aiutante della fanciulle in pericolo.

Urlo anche io per capire che succede e vedo alzarsi dall’imbarcazione una figura scura.

“Che cazzo vuoi tu? vieni qua che ti rompo il culo” mi fa ed io non ci penso due volte a gettarmi negli abissi per cambiargli i connotati.

Fatto sta che è il cugino che sculacciava la “troia” di prima e ci facciamo un paio di risate.

Fatto il carico di alcol nei fegati, sì, con l’ablativo assoluto, ci sbattiamo al bar dei cazzi, che lo si chiama così perché è pieno di statue falliche, sul pizzo del monte, dove siamo osservati come alieni per il nostro modo forse alticcio e poco educato di fare.

Gianni rutta di brutto, io verso il vino nelle tette di Agatha, apposta, così poi nel bagno gliele lecco.

Fatto sta che la prima serata è andata alla grande, finchè non ci chiama quel pacco di Alex, che dobbiamo mollare le tipe a farsi infinocchiare da altri, che non siamo noi, e si corre a recuperarlo.

Il coglione passeggiava solingo nel lungomare succhiando un gelato alla frutta.

Con la testa in aria di sicuro pensava ai cazzi suoi e si guardava intorno con quel fare da Pico della Mirandola.

Fatto sta che in quella contemplazione scende il piede dal marciapiede, dove il piede solitamente si trova nel suo, e viene urtato da un auto.

Urla, piagnucola e chiede aiuto, ma a suo soccorso in quella strada così poco frequentata, non si ferma nessuno.

D’altra parte quando arriviamo, notiamo che non si è fatto nulla, mentre continua a piangere e richiedere l’intervento immediato di un’ambulanza.

Così John gli fa male sul serio colpendolo con la sua scarpa destra, che tutti sanno quanto pesa, e lo invita ad alzare il culo dal limitare del marciapiede, prima che gli venga in mente di spingerlo sotto un tir.

Non si sa come ci ritroviamo a casa della sorella di Mario, che offre un calmante ad Alex.

La sorella di Mario è un’ex giocatrice di pallavolo che non teme le nostre deviazioni sessuali, anche perché quando siamo con lei, sia io che John, ci comportiamo da perfetti gentiluomini e parliamo solo di cinema, musica e pittura.

Lei è una creatura straordinaria: su di noi ha l’effetto di san Francesco con le bestie.

Alla tv risuona lontana ancora la pubblicità del tenente Colombo, nell’aria odori di candele profumate.

“Leo ho sempre pensato che tu fossi più grande, non credevo avessi solo 21 anni”.

“Io invece ho sempre pensato che tu ne avessi massimo 21”

Ride con le fossette infuocate “chissà che gli fai alle ragazzine tu”.

Poi gli chiedo dov’è suo fratello, mentre Alex cerca di fermare Gianni dall’intento di sottrarre lingerie dai cassetti della camera da letto della ragazza.

Il tutto sa indistintamente di autunno, e i tendaggi e le stoffe che ricoprono i divani e i tappeti, sembrano onde in un mare in cui ci si guarda e si cercano le parole giuste, non come al solito insomma, che qualsiasi cosa si dica, va bene.

Quelle mattonelle del pavimento scorrono l’una sull’altra e fra un velo e l’altro ci si vede di sbieco.

E accendendo una sigaretta, il fumo sembra nebbia inglese.

I suoi occhi, le sue labbra, le sue espressioni, sembrano dire “quando sarai più grande”.

E quando sarò più grande, tu sarai ancora più grande.

Ti assicuro io sarò sempre un moccioso, inutile aspettare.

E’ da quando ho compiuto 16 anni che sono sempre lo stesso, e non intendo cambiare.

Dico agli altri, che stanno mangiando latte e cereali in cucina, che è ora di andare.

Quelli mi fissano coi cucchiai alti sul viso, non avendo alcuna intenzione di smollarsi fino alla fine della tazza.

E’ quasi l’una di notte e a quest’ora a Settembre l’aria sa di pensieri.

La sabbia racconta al mare storielle sconce, le nuvole sono cariche di racconti di vita vissuta e anche le pietre che scalcio sembrano sopportare petrose pene d’amore.

Quando avevo 16 anni, lei ne aveva 24, e la trovavo con gli occhiali da sole sulla spiaggia che fumava e parlava di sesso.

Le passavo lontano, a malapena la salutavo perché sono amico di Mario, e facevo le migliori partite di calcetto sulla spiaggia, inchinandomi ai suoi applausi.

So che lei notava, quando col capello bagnato, sporco come una cotoletta di sabbia, si andava a parlare con qualche straniera.

So che lei abbassava gli occhiali da sole.

Perché lo neghi Andrea? Che te ne frega di quello che pensano i cristiani?

Da lontano lo vedo, vedo il porto coricato verso il monte e le luci ronzanti e gialle.

Si cercava tuo fratello che si era fatto un bicchiere di troppo.

Fra i massi a parallelepipedo, disposti come un labirinto, stretti quasi a toccarsi, ci incontravamo e alzavamo le spalle.

E a destra e a sinistra ci incrociavamo, e quasi scivolavo negli abissi, quasi cadevo sui picchi appuntiti sotto il porto, e questo la gente lo sa?

Più cercavamo tuo fratello e più ci incontravamo stretti fra due pareti di pietra.

Ci siamo scontrati, e t’ho presa per le braccia come un aprigamberoni, e sorridevi sconsolata e ti girava la testa.

A quel bacio ti sei lasciata andare, coi capelli all’indietro e contro la parete di roccia e ovunque erano rocce e stradine a dedalo e il cielo era una fessura tipo quelle delle macchinette per le monetine sopra di noi e questo lo sai solo tu.

Sono davanti ad un martini; l’una è finita e finalmente posso smettere di pensare a cazzate.

Al tavolo di fronte sta con Mario, una uguale alla mia ex, tanto che all’inizio quando incrociamo i nostri sguardi mi sorprendo che non mi saluta, poi mi accorgo e mi volto verso Alex.

“secondo me mi lascia, ma sì lo sento che mi lascia”. E trinca whiskey liscio, uno dopo l’altro, tanto che alla fine gli lascia 40 euro al bar.

La notte si sta facendo triste e John pure l’attacca sulle donne stronze e che dobbiamo essere più stronzi con loro e che Alex gli dà troppo alle tipe e cose così.

Ma non è che così lo tira su, al contrario dei Go Kart, quelli sì che funzionano.

John, che di solito è il più malato, sui Kart è cauto, quasi avesse paura di sbattere al muro e atterrare nella fiumara.

Io e Alex invece ce la battiamo e ci sputiamo addosso a vicenda, e gli lancio anche delle chewing gum.

Doppiamo John 3-4 volte e poi ce la vediamo all’ultima curva, che lui va largo ed io gli posso passare all’interno, ma sapete una cosa, dite che forse sono cose che non valgono nulla, ma vincere ai Kart dà più soddisfazione di qualsiasi panegirico.

E così alza il piccolo trofeo che altro non è che un peluche e ci facciamo una foto tutti e tre.

Si finisce per strada a parlare del nostro albero genealogico e di come io e John siamo cugini, che esco pazzo che Alex dopo 20 anni ancora non lo sa.

E si stupisce di quanto ci siamo allargati e mischiati noi della famiglia, mentre lui non c’ha manco un cuginetto fetente, così dobbiamo farlo vincere pure a biliardo.

Che tra l’altro la sua tipa di Roma gli invia il messaggio fatidico e ci raduniamo a guardare le stelle al campetto di calcetto con Mario, un altro Mario, che fa il barista al locale dove ci alcolizziamo e Freak.

A piedi nudi sull’erba, sintetica, ma meglio che niente e si sentono le canzoni lontane di Ligabue che qualcuno urla e bestemmia per farlo spegnere.

E John accende una canna e ripete al cellulare sempre una cosa “hai le bombe nella testa? hai le bombe nella testa?” e così via.

I due Mario scompaiono nel nulla, probabilmente rapiti dagli alieni, e Freak un po’ stonato pontifica sulle qualità della terra svizzera, che tipo a me e Alex non ce ne frega nulla e ancora Gianni “hai le bombe nella testa?”.

Poi anche Freak scompare, ma lui a casa a dormire e si rimane noi tre che però insieme non ci si sente mai soli.

“Non ho mai vissuto una giornata così pazza”

“che stai dicendo? E quando ci siamo persi nel fiume?” gli rispondo io a Gianni.

“si ma dico, che fine hanno fatto le ragazze dell’aperitivo. Dico, quando ci siamo persi nel fiume, volevamo perderci nel fiume. Oggi cazzo, siamo stati trascinati tipo vacche non si sa da cosa, tipo che cazzo siamo andati a fare da Andrea?”

“si infatti Leo, che cazzo siamo andati a fare da Andrea” si intromette Alex.

“non ho idea in effetti”

“per quanto mi riguarda siamo stati presi anche noi dagli alieni come i Marii, e c’hanno fatto il lavaggio del cervello”.

Segue un momento di silenzio. Poi continua urlando!

“Ma dove cazzo ho lasciato la macchina?!”

Parte il panico, Alex urla e chiede di sedersi più in basso, vuole sedersi sempre più in basso, ma siamo già a terra gli faccio notare e lui entra nel panico più totale e si dispera.

“Non fare buci a Calcarone, non fare buci che ci sparano” gli intima John, ma Alex che sta fumato male comincia a scavare nella terra nel campo di calcio adiacente a mani nude.

Lo lasciamo fare e pensiamo alla 600.

Così rubiamo l’auto del padre di Alex che è tipo una navicella spaziale, che ci mettiamo 20 min solo a tirarla fuori dal garage senza graffiarla e si parte alla ricerca della 600, che tra l’altro Gianni non trova più le chiavi, che ci ricordiamo di averle messe nella borsa delle tipe dell’aperitivo.

Guido io, che sono mezzo cosciente e Gianni piange che vuole i cornetti, mentre Alex sdraiato sui tappetini di dietro, sporca gli interni in pelle di terra di Siena, beige, e vuole stare più giù, più giù, più giù.

L’omicidio Falcone e Borsellino ci ha da sempre sconvolti. Mi metto a pensare.

Non crediamo più alla nostra libertà, non crediamo più nello Stato, nella Democrazia, nella Chiesa.

Siamo lasciati a noi stessi. Siamo bottiglie verdi nell’oceano.

Non crediamo ai nostri genitori, non crediamo in noi stessi, non crediamo per vero né la verità né le bugie.

Abbiamo tagliato i ponti con la realtà e siamo nascosti dietro di essa.

Non crediamo nemmeno più nella fantasia, non crediamo ai limiti.

Non crediamo di essere capaci di superarli.

Non crediamo nelle leggi fisiche, nel moto di rotazione , né nel moto di rivoluzione.

La terra per quel che ci riguarda può essere piatta.

Tutti i perché sono in realtà come, e raramente crediamo nella sincerità.

Raramente siamo felici, nei giorni uggiosi meno che mai.

Per adesso potrei schiantarmi, anche senza scegliere la giusta colonna sonora.

Ci rimane un briciolo di amicizia, mentre di notte non prendiamo sonno e ci rigiriamo nei letti.

A volte non crediamo nemmeno di essere vivi e mentre guardo Gianni che si rolla un’altra canna, ne ho quasi il sentore, della morte.

Gianni compra tre cornetti da un panettiere cocainomane.

Mi viene da vomitare solo a sentirne l’odore.

Ma a volte ti devi tirar su, anche se i tuoi amici non ti fanno vincere ai go kart.

E mentre passo a tutta velocità davanti alla stazione, che sono ormai le 4:30, intravedo un tipo che legge da solo seduto sotto un lampione.

E’ la mia occasione. Ecco, credo di nuovo nell’umanità.

Preso da un daimon socratico, faccio inversione sulla statale driftando col freno a mano, che possono ritirare la patente a me e a tutta la mia famiglia.

John non fa una piega.

Mi scaravento quasi contro una sbarra calata rossabianca, proprio di fronte al tizio che alza lo sguardo spaventato, facendo appena in tempo a tenersi con la destra il pelo lungo.

Scendo come una scheggia giù e lo fisso.

Lui mi fissa.

Tipo a posto devo dire, tipo con la maglia degli Zeppelin e legge un libretto di sociologia.

“ciao” gli faccio. Non risponde.

“parli italiano?”. Mi fa cenno che parla un po’.

“E allora perché diavolo non parli?”.

“va bene … va bene … va bene”

“ho deciso: di farti compagnia!” gli faccio e non capisco perché si guarda attorno l’iberico biondiccio.

“vedo che il gatto non t’ha mangiato la lingua! Che leggi, amico?” e mi accosto al libro.

Lo vedo che quasi con nonchalance si allontana, dico è impazzito?

“va bene … va bene … va bene”

Mi fa uscire gli occhi di fuori questo qui.

“ma che fai? perché diavolo ti allontani? Voglio discutere con te! Dobbiamo mangiare i cornetti insieme. Lo vuoi un cornetto, Pedro?”

Gianni coi piedi sul cruscotto, fuma tranquillamente, guardando la bella stazione mussoliniana.

“cugino, lo stai spaventando”.

Spaventando, perché dovrei spaventarlo, sono qui con le migliori intenzioni, ma dove va?

“ehi dove stai andando? Ehi tu! Torna qui”.

Ma che gli prende a Pablo?

Alex lo sento che si lamenta steso nell’auto, non risponde ai miei quesiti.

“va bene … va bene … va bene” e torna ad appoggiarsi ad un muretto.

“cugino, ma ti sembra normale questo qui? Dimmi se non mi devo incazzare cugi!”

Gianni mette su Cecilia di Simon e Garfunkel, fissando il pulviscolo che scende illuminato dalla luce dello shuttle.

La situazione albeggia fra un po’ e questo mi sta facendo, come diciamo noi, fagghiare.

Tutto è giallognolo, tutto è nicotina.

Mentre non mi capacito con Gianni che fluttua quasi nell’aire, il buon Juan lo vedo che nasconde il borsello a tracolla dietro il muretto.

Lo vedo perché ci facevo caso dal riflesso del finestrino.

E no! Questo non lo accetto adesso! Adesso è troppo! Non esiste che questo si comporti così.

“ehi, Chico!”

“no!” fa lui spalancando gli occhi e alzando le braccia al cielo.

 “ma che diavolo fai adesso? Non siamo mica ladri noialtri. John ma guarda a questo! Ma ti sembra corretto? Non puoi vivere sull’isola? Devi fidarti delle persone Andres! No man is an Island. Io sono arrivato qui con le  migliori intenzioni e questo è il modo in cui mi ricambi?”

“va bene … va bene … va bene” alza le mani davanti a sé.

“Non mi hai chiesto nemmeno come mi chiamo. Non sai nemmeno che faccio nella mia vitaccia. Non sai che numero porto di scarpe, ma come puoi pensare di avere un’opinione di me?”

Alex esala l’ultimo respiro.

“Nella vita essere buoni e disponibili non serve a nulla, lo diceva mia nonna. Walt Whitman evidentemente aveva a che fare con gente più simpatica di quelle che si trovano in questa terra dove Dio si è scordato le scarpe. Miguel, tutti i miei propositi, le mie idee morali, i miei progetti di una vita comunitaria pacifica sono a andati a puttane.

Io credevo nella gente sai? credevo che ci si potesse trovar bene e vivere di poco, mettendo in comune le risorse fisiche ed intellettuali. Ecco, hai fatto crollare tutti i miei sogni. Col cuore in mano ero arrivato. Col mio cuore nelle mani, pronto ad offrirtelo, e tu che hai fatto?

L’hai calpestato come si fuma e si calpesta una cicca di sigarette”.

“va … bene?”, si sente una mucca in lontananza.

“Se non fossi un gentiluomo saremmo venuti alle mani, perché su certe cose non transigo. Chi ti credi di essere Eh, Daniel? Voi spagnoli siete tutti uguali, egoisti e individualisti ed egocentrici e tutte ste cose qua. Ma dove diavolo è mio cugino? Come può funzionare una democrazia se non ci fidiamo l’uno dell’altro? che altro può dirci la Chiesa se accoltelliamo alle spalle il nostro fratello? Che senso ha l’unione europea, se gli europei non sono uniti?

Alex, hai visto John? Ero pronto ad aprirti le porte di casa mia, ero pronto a … non so a far che per vederti sorridere, perché ad entrambi tornasse l’amore per l’uomo che evidentemente è solo un’utopia. Si, l’amore non esiste, aveva ragione quello là, flatus vocis, nient’altro, non esiste l’amicizia, il bene, il male, se ne fotte l’universo di tutte sti deliri umani.

Siamo fatti per morire, tornare alla terra, la polvere che siamo. Si non siamo altro che polvere. Vanità delle vanità. Qoelet, dubito che tu l’abbia letto. E certo, che diavolo hai potuto leggere, tu che non hai un cuore, non capiresti nemmeno leggendo. Dubito, dubito, dubito ma non sono.

No, non mi sento proprio di essere davvero. Alex, Gianni dove diavolo è? Un giorno dovremo morire ed è così che pensi di continuare a vivere? Sei una massa di lussuria e avidità che assorbe ed espelle. Beati quelli che credono, che abboccano più facilmente alla felicità. Io non riesco ed è colpa tua, Rodrigo.

Questa vita non ha più alcun sapore.

Tu sei il demonio, tu sei Satana e giammai farò parte della tua schiera”.

Sembra immobile. Mi fissa a bocca aperta.

Poi colpito da un colpo di scarpa da trekking, crolla a terra. Quella di destra.

Gianni gli ruba il borsello.

Siamo di nuovo in macchina ed è ora di tornare a casa.

Domani sarà un altro giorno e si cercherà di incollare i cocci rotti delle mie convinzioni.

“secondo te, domani punto Zumba o Schizzopazzo? Ci sarebbe pure Canetto da Guerra in effetti”, Gianni prende appunti sul braccio.

“metti Zumba”.

Alex ha praticamente smesso di respirare da un po’.

“Cugino, la sai una cosa? Noi crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo MAI”.

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