Rose Blu

Rose Blu

Ormai le persone preferiscono le storie cattive. Io, invece, per quanto mi riguarda, preferisco altro.

Tipo i piccoli quadretti che hanno a casa le nonne no? Che compri nelle fiere o dai venditori per strada.

Solitamente un prato verde o giallo e una casa rustica, illuminati da una luce eterea.

Per noi la vita  è semplice.

A volte si mangia al fast food, in due o in tre e ci si guarda mordere quei panini.

Sappiamo tutto l’uno degli altri.

Se Marko accende una sigaretta, sappiamo che ha cominciato a 13 anni a fumare, perché Marko è il più esperto e lo sanno tutti e infatti lo chiamiamo Vecchio.

Il Vecchio Marko.

Se ad Adele piace qualcuno, sappiamo che George è innamorato di lei e che lei preferisce quelli barbuti, cosa che George sta malissimo con la barba.

Adele è stata a lungo con un tipo, che non è importante dire come si chiama, e adesso adora gli animali e sta studiando i marsupiali e ne parla continuamente.

Io mi sento come un geco, invece, che entra di soppiatto da uno spiraglio di un portone e per mille anni guarda chi entra e chi esce dall’ascensore di un condominio.

Un condominio come il nostro, dove la sera ogni tanto fisso il gatto di Anna e lui fissa me dall’alto, ma tanto nessuno dei due crede che qualche alieno arrivi e ci risucchi  via con una luce fluorescente, lontano da qui.

Anna ha i capelli castanochiaro e appende i vestiti lavati ogni lunedì mattina, che non ha le prove del teatro.

Nelle sere di fine estate che sembrano giorni, tanto la luna è luminosa nel cielo, stiamo nella piazzetta tutti insieme, e arriva pure Tony che è il più divertente di tutti e il mio migliore amico.

Se torno a casa, piscio dal balcone, guardando la luna, e ricordando una vecchia poesia.

Tempo fa, George ha chiesto ad Adele di uscire, e sono usciti insieme.

I nostri genitori fanno tante cose; io almeno i miei li vedo poco.

George invece da sempre aspetta solo un segno di Adele e mai ha fatto un passo avanti per accaparrarsela, tranne l’altra sera, quando le ha chiesto di uscire.

Ci sono persone a cui interessa solo essere alla moda e vestirsi bene e avere il cellulare migliore. Ecco, George non è così, mentre Adele …

Adele adora i ristoranti costosi, frontemare, con quella puzza di pesce che davanti al pescivendolo ti tappi il naso.

George lavora col nonno al patronato e porta il cappellino con la visiera e le t-shirt.

Guida forte con la sua Ford per sentirsi Ayrton Senna e si arrabbia con Dio, mentre canta a squarciagola.

Chissà perché.

Quando siamo insieme il tempo sembra scorrere veloce e non ci siamo accorti che sono passati 20 anni, e che ne sono passati altrettanti da quando siamo venuti al mondo.

Tony che c’ha la ragazza da un po’, ha preso a farsela anche con Anna, che ogni tanto di lunedì mattina si dimentica di stendere i panni, che i suoi non ci sono e la sento ridere, quando faccio colazione, e guardo il mare lontano.

Sono andato da George ieri mattina, ed entrambi abbiamo sentito ridere Anna e abbiamo riso di quella felicità.

L’ho trovato che si giocava a Prince of Persia al PC e mi sono messo a guardarlo, aspettando che avesse voglia di parlare.

Mi ha detto che suo padre si è fatto risentire da Cuba, che gli ha chiesto di andare a trovarlo, ma non crede che ne avrà voglia.

Cuba, per quanto gli riguarda, potrebbe anche non esistere mi ha detto; essere solo il nome in codice per un invito ad una vacanza, che però non è realmente voluto.

Stare con lui mi ha messo tristezza e oggi con questi occhiali guarderò il mondo.

Non sono ancora adatto a vivere nel mondo.

Non sono come Marko.

Marko che torna dal suo semestre di lavoro in Australia, Marko che le vacanze le fa sulle vette del Cile, Marko che lavora per una start up a Stoccolma, che ha una storia con una di là.

Marko che torna stasera dagli States e spero mi abbia portato il regalo che gli avevo chiesto. Marko mi porta sempre il regalo che desidero, quando torna da un viaggio.

Torna dagli States che ha fatto un anno di studio di ingegneria, non ricordo che tipo specifico, ingegneria no?

Quando Marko parte è come un boomerang, alla fine torna sempre indietro.

D’altra parte, che partiamo a fare se non per tornare?

Marko è uno di quelli che si arrabbia, più che piangere, quando una ragazza lo lascia, ma quando lui lascia noi, allora sì, noi lo sappiamo, come sappiamo tutto a vicenda, noi lo sappiamo che sull’aereo gli scivola qualche lacrima, guardando dall’oblò il mare diventar montagna.

Oggi piove e ovunque sento odore di terra bagnata, odore di elettricità.

Dall’altra parte è così fitta la pioggia che non si vede nulla oltre il mare e ci si sente più separati del solito.

Tony, Anna e Adele vanno ad un aperitivo con musica lounge e crocchette di patate.

George non ha voglia,  che non vuole vedere Adele e anche se al locale c’è una tipa che mi piace proprio, gli faccio compagnia; anche se ci vorrebbe pure qualcuno che tirasse su il mio di morale.

Con mio padre sul divano vediamo una partita, un po’ a caso, e parliamo della nazionale.

Mio padre è fomentatissimo, noi stiamo un po’ con la testa in aria e annuiamo.

E annuendo usciamo di casa in macchina sulle colline con la sola musica della pioggia.

Giriamo un po’ i soliti posti, aspettando che scampi.

Ci fermiamo per un paio di sigarette alla casa dell’impiccato, fra le macerie e le finestre per sempre aperte.

Dal balcone ormai crollato diamo giù dalla collina, mentre ancora mattonelle in briciole cadono fino alla strada sottostante e il suo curvone.

George ricorda una gara con le bici e ricorda Tony che, vanaglorioso, si schianta contro un cumulo di terra.

Io non lo ricordo, ma lui insiste che c’ero e ride ancora, che guardandolo così divertito, mi scappa una risata anche a me.

C’è qualcosa di cui voglio vendicarmi, ma non so cosa. E tiriamo pietre dalla collina, no, non dal lato della strada, e spaziamo a destra e sinistra il grande mare.

Come bambini giriamo ancora fra i rifiuti, i pezzi delle macchine, cassapanche vecchie, fil di ferro, preservativi fatti dal sole.

George mi guarda come quello che vorrebbe aprire bocca, io lo guardò come quello che vorrebbe ascoltarlo. Poi ad un tratto, proprio come un vulcano, esplode e mi racconta e mi racconta e mi racconta.

So tutte le volte che ha sorriso e quanti denti mostra, quando lo fa.

So con quale mano si sistema i capelli e il loro movimento.

So tutto di lei, come lo sappiamo tutti.

Ma no, non sapevo come fosse un suo bacio.

Quello me lo racconta George.

E allora lo abbraccio e lo bacio anche io e mi congratulo, mentre arrossisce.

Lo sapevo che dovevi insistere, gli faccio. Ma il problema è che ha un tipo.

Il tipo sta in giro, non si sa dove e lei lo raggiungerà per convivere.

“Perché non me lo hai detto prima”, le ha chiesto.

E infatti perché non gliel’ha detto prima, gli faccio anche io.

E poi dove l’ha preso questo, che nessuno lo sapeva.

Ma mi mette al corrente che sia Anna che Tony lo sapevano già e ci rimango un po’ male che nessuno mi aveva avvertito.

Ci resto male eccome, cazzo.

Come in un noioso rituale, si passa al supermercato e ci si rigira ogni scaffale in cerca di qualche nuova brioscina, ma niente di che. Rubiamo due caramelle alla coca cola.

Di punto in bianco si torna a casa, che so che torna Marko alle 21 e ci vediamo tutti in piazzetta, per salutarlo.

Anna mi telefona e mi affaccio al balcone.

Lei sta proprio a due metri da me in linea d’aria, tanto che, a volte, vorrei saltare dentro casa sua, invece di fare tutto il giro.

Io le lanciavo una corda, sulla corda facevo passare una cesta, dentro la quale scambiavamo quello che serviva all’altro.

Una volta Anna mi chiese quale fosse il miglior momento della giornata per dire Ti amo ad una persona. Io ero inadatto a rispondere, ma se proprio avessi dovuto scegliere, le dissi che il momento migliore era la domenica pomeriggio\sera, tipo al tramonto, perché mi sembrava il momento più fluido della settimana, che scorre senza poter essere fermato.

Anna mi sorride, e chiede la cesta. Anna è tipa così, sembra un volantino di un supermercato per le strade.

Quando parliamo delle nostre aspettative per l’esistenza, dice di essere brava ad aspettare e mi parla di micronazioni, di incoronazioni, di cerimonie, di gala, di isole disabitate, di corti e duchi e non ci capisco mai niente.

Mi dice che entrerà nella sala vestita di bianco, sotto braccio di un principe, con una rosa blu tra i capelli, una rosa appena colta da un campo delle sue terre.

La rugiada le farà risplendere alcune ciocche e il passo sarà ritmato, controtempo al valzer.

“sei così generoso” mi dice, ma non mi credo tale.

“in questo mondo devi essere o molto astuto o molto amabile. Io preferivo l’astuzia, ma consiglio l’amabilità”.

“Che è?”

“un film”

“alla fine hai scritto a quella ragazza?”

“Si”

“e come è anadata?”

“mi ha risposto il suo ragazzo. Mi ha chiesto se volevamo prenderlo in tre il caffè”

“vedi hai fatto colpo!”

Nella cesta sta una busta, una lettera insomma.

L’ho aperta con cura.

L’avevano presa all’accademia d’arte drammatica.

Qualcuno suona al campanello, apro, è Anna, che mi salta al collo.

Ceno da lei, mentre io e il gatto ci si guarda e si parla quasi in codice, agente gatto.

Alle 22 si scende in piazzetta, c’è chi aspetta la giusta folata, c’è chi recita e pontifica, c’è chi legge una storia.

Le lunghe piante invadono i marciapiedi e i rovi le vecchie panchine, è un’invasione di campo, è un’invasione territoriale.

Tony parla e parla e vuole convincerci ad entrare nella sua associazione universitaria, e non ci darà mai più un pass per qualche serata, se non la piantiamo di snobbarlo.

Passano infiniti minuti, e Tony prende Anna per mano, che tanto Marko sembra essere in ritardo. Sono le 23:10.

I due corrono in strada e Anna ride e canticchia felice, una canzone di quando eravamo bimbi. Poi oltre la strada, nel campo delle perette.

Vorrei, vorrei, vorrei, la si sente cantare, mentre la sua voce si allontana e si ascolta morire.

Questa sera i due corrono fra le piante alte, alcune lisce, altre spinose, e calpestano, calpestano, inciampano, oltre il recinto nella casa abbandonata.

Prima a raccogliere i frutti dagli alberi per sgranocchiare qualcosa, poi si spiano le palazzine vicine, fin dentro le stanze da letto, dove le signore si spogliano.

Credimi, le dice e la prende per mano. Non c’è da crederti, gli risponde.

Sugli aghi di pino si sdraiano, nei pressi del camper, e gli alberi sono un baldacchino per quel loro strano amore.

Ormai sono incomodo, George mi chiede se può farsi un giro, che vuole parlare con Adele al campetto, fra i segni scavati dalla pioggia e le bottiglie vuote. Ma si andate, tranquilli, sorrido.

E’ mezzanotte passata.

Ed è un’ode a nessuno questa gradevole serata.

D’altronde perché dovrebbe tornare Marko? Che ha da spartire con questa provincia lontana? Con queste campagne disabitate, senza futuro.

La mia camicia svolazza, mezza aperta, e le sigarette durano un soffio.

Qui c’è sempre vento, vento che porta facilmente via quelli più leggeri di noi.

Ma io, non me, c’ho le radici ben piantate al suolo.

George, Adele, Tony, Anna, seguiranno Marko e come dar loro torto?

Io aspetterò un segno, un uragano e guarderò i miei genitori mangiare a cena e poi guardare la tv. E aspetterò sulle scale che le luci automatiche si spengano, per riaccenderle. E cercherò cianfrusaglie in cantina e benedirò la terra del vicino.

In paese saluterò tutti, come ogni mattina, e porterò i fiori nelle ferramenta e comprerò il pesce dall’assicuratore.

Che cosa mi tiene qui?

E’ quasi l’una, Marko non verrà.

Ha trovato una ragazza nell’Ohio e hanno preso un milkshake insieme.

Marko ha pagato per lei, come era solito fare, anche quando era senza soldi; poi le ha chiesto se fumasse, nei pressi di un alto semaforo a due colori.

Andranno a sentire una band stasera, suoneranno rock alternativo e balleranno sotto le strobo.

Marko già la ama, senza saperlo forse. Si chiama Jenny, come una qualsiasi ragazza può chiamarsi Jenny.

Marko è ancora un po’ abbronzato e piace che i suoi capelli lunghi vengano legati verso l’alto.

E’ una serata così nell’Ohio e l’acqua scorre sotto i ponti, come da ogni parte.

Forse giocheranno al minigolf, forse faranno un giro su un cigno, forse salteranno sui tappeti elastici.

Si baceranno appoggiati ad un albero e Marko la difenderà dalle volpi.

Chissà magari mi chiederà di raggiungerlo, e gli dirò che ho ancora in mente il mio viaggio alle Far Oer e mi verrà difficile.

Avrà voglia di ammazzarmi, e mi insulterà di brutto.

La corteccia ha ormai la sua forma. Marko starà nell’Ohio e forse sarò invitato al matrimonio e chissà che non mi vorrà anche come testimone.

Certo, ci saranno anche i suoi amici americani d’altra parte, non sarà una scelta facile.

Anna danzerà e reciterà nelle più belle città italiane, mentre Tony le farà da agente e sorriderà, prendendo caffè e parlando al telefono.

Le cameriere lo guarderanno sensuali e lui farà finta di non vederle, lasciando una grassa mancia.

Adele sarà a Parigi e cenerà con artisti e imprenditori insieme, mentre George avrà la sua concessionaria e farà soldi in lungo e in largo con le macchine elettriche.

Saranno le notti più luminose quelle più difficili, quando con nostalgia penserò a tutti loro, e non vedrò più gli occhi felini del gatto di Anna. Quando appoggiato al parapetto della terrazza, guarderò il mare brillante.

Mi farà ancora ridere un cagnolino che cammina solo per le vie del centro?

Mi ricorderò di come sono oggi, se non mi dovessi vedere per 20 anni?

Sapete, ho sempre pensato che la vita fosse uno scherzo, un gioco, c’è chi vince e c’è chi perde. Perché dovrei giocare?

Poi, come un respiro, un cappello da cowboy si posa sulla mia testa.

4 commenti

  • Quello che mi ha lasciato questa lettura penso possa essere riassunto da una tua stessa frase (geniale).
    “Stare con lui mi ha messo tristezza e oggi con questi occhiali guarderò il mondo.”

    <3

  • Questo tipo di racconto qui è il tuo punto di forza. Sei bravo a capire le dinamiche di un gruppo, e a ricrearne una storia. Ed è bello come introduci i personaggi e come li segui man mano, è molto fluido. La trovo spesso fastidiosa, nella letteratura, la meccanicità con cui si va avanti e indietro per seguire le strade di diversi personaggi. La storia inizia e finisce con quella sorta di nostalgia da coming-of-age movie, che si trasferisce un po’ dagli oggetti agli uomini, e che personalmente io adoro. Hai proprio la sindrome da stand by me… Cerca di non perderlo questo tratto distintivo perché è affascinante, è peculiare, e non renderlo un mero oggetto letterario. Sai, rimani sempre sull’onda di qualcosa che scompare poco dopo. Nello specifico, funziona benissimo e tende ad amplificare quell’aria di tristezza e abbandono che aleggia nella trama, ma l’arte ci serve anche per trovare appigli a questi sentimenti, e la letteratura di questo genere, oltre che farci affogare nella malinconia, ci dovrebbe lanciare scialuppe di salvataggio in forma di personaggi che amiamo o odiamo, di piccoli oggetti o eventi che possiamo relazionare alle nostre vite, come “i piccoli quadretti che hanno a casa le nonne”.

    1. Grazie per queste parole bellissime. Speravo di averla lanciata una scialuppa alla fine, non so se sono riuscito a lasciarla trasparire – il cappello da cowboy. Si è il tipo di racconto che piacerebbe tanto ad un mio amico romanaccio-adesso-nella-moda-ma-sempre-mahatma: roba à la Wonder Years – solo che al posto dell’infanzia sta il periodo della vita che preferisco, cioè la postadolescenza. I piccoli oggetti e i piccoli frammenti di persone e cose devono restare. Spero siano rimasti. Grazie ancora

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