We Found a Hopeless Place

I’m goin’ up the country, baby don’t you wanna go? Dove l’acqua ha il sapore del vino. Salvo continuava ad ascoltare musica dal suo iPhone penultimo modello. Stay drunk all the time. Tirava da una cannetta ormai ridotta all’osso. Aveva perso l’abitudine di inspirare dal naso il filtro bruciacchiato da un po’ di mesi. Il flash non gli dava più le stesse sensazioni di degrado di una volta. Probabilmente, esso – il degrado, intendo – era ormai interiorizzato.
Muri di pietra mobile rotolavano via nel rullo compressore della sua vista: aveva preso un treno per tornare verso Palermo e prima si era fatto accompagnare in autostop. Era abbastanza tardi e la ragazza gli aveva chiesto di passarla a prendere nel BnB dove alloggiava.
Pola si stava spazzolando i lunghi capelli rossi.
Articolava all’indietro le braccia per alzare la cerniera del suo vestito Dolce e Gabbana in pelle scamosciata, che gli sembrava, sbagliando, la scelta più siciliana possibile.
Avvicinava le labbra carnose allo specchio, mordendole. Osservava la propria pelle del viso da vicino, alitando l’anima ancora vivace contro il vetro che la rifletteva.
L’iride si rifletteva dentro se stessa, mentre strigliava col bastoncino del mascara le proprie ciglia. La vista del porto di Palermo per la prima volta, sembrava esotica come l’isola di Tristano. Sorrideva.
Salvo guardava la propria immagine riflessa nel tramonto, che stava scendendo, dal finestrone del treno. Treno, felicemente stanco, come una volta che eravamo tutti insieme strafatti sulla spiaggia di Taormina. Sorrideva.
Pola provò tre giacche diverse, per vedere quale ci stesse meglio.
Salvo not a trace of doubt in his mind. Pola si girava e si voltava di spalle, ruotando il collo per vedersi anche il didietro. Si sedette sul letto inquadrato dallo specchio di fronte, in quella stanza qualunque. Aveva recentemente intervistato Lewandoski in Polonia, era stata una grande soddisfazione, ma non riusciva a non sorridere di sé e dello sguardo assente, da mulo, con il quale il mio amico le aveva rifilato alla stazione di Palermo quel biglietto così inerte col suo numero scritto sopra. D’altra parte, Salvo poteva essere chiunque. Poteva essere anche un male intenzionato, ma lei si fidava del vuoto abisso di quegli occhi da mercato di Tangeri.
Il disturbo di Salvo allo specchio era quello di un Vitangelo Moscarda incapace di disconoscersi. Scese alla stazione e finalmente spense l’ultima sigaretta nel posacenere. Aspettava la città delle meraviglie, ma Palermo in fondo non aveva che lo stesso numero di Burger King di Messina, solo in palazzi più antichi.
La gente lo guardava come fosse ancora allucinato, ma lui riusciva a pensare solo al porno che ci aveva mostrato Brizio, in cui un tizio pelato veniva emettendo un suono che giungeva più da epilessia che da orgasmo. Aveva dovuto pagare per tre mesi un abbonamento ad un sito per vederlo, poi si era scordato di disdirlo ed era tornato ad arrostire salsicce sulla brace in pietra di sua nonna.
Pensava di essere stato fortunato a nascere e si scuoteva, battendo le mani, dentro una felpa nera Nike che usava per giocare a calcio durante l’inverno. I suoi jeans skinny fit terminavano come stecche da biliardo dentro delle Clarks DGL (Di Gran Lusso). Portava sulle spalle una borsa da palestra a tracolla.
Pola era innamorata dell’idea di incontrare uno sconosciuto siciliano e sognava la possibilità di finire a letto con lui, che evidentemente dipendeva solo da lei, ma non le sarebbe dispiaciuto vivere in Italia, pensava.
Salvo aveva una gran voglia di andare a ballare, di stonarsi fino al decesso e dormire fra le braccia di una bella straniera.
Pola si infilava delle calze a rete. Guardandosi allo specchio, rifletté sul fatto che sembrava molto più grande di quel Salvo che gli aveva lasciato il biglietto. Era bellissimo, vagamente sudato e senza maglietta. Doveva aver camminato molto, insieme a suoi amici clochard. Ma sembravano in fondo tutti di buona famiglia. Poi le aveva lasciato una pagina di Pessoa, non doveva essere un troglodita. Più piccolo di lei? Chi lo avrebbe mai saputo? Poteva rimanere tutto dentro le sue due settimane in Sicilia. Forse però lui non era granché a letto. Che importava anche questo? Sembrava così selvaggio, aveva dei pettorali così belli e definiti.
Sticazzi. Pensò Salvo alla domanda altrettanto retorica sulla necessità di comprarle dei fiori. Sperò che avesse cenato e che fosse pronta ad andare in qualche disco. Ne conosceva una che stava interamente in una grotta o in quello che sembrava un “sasso” tipo Matera. La gente ballava su di una lastra di vetro temperato, sotto la quale scorreva un ruscelletto – o una fognatura, ma non si sentiva puzza. La lastra, quando si alcolizzava tutta, sembrava una pista di ghiaccio e la gente volava da tutte le parti, scivolando e battendo l’osso sacro. Si facevano un sacco di serate Arcigay e c’erano un sacco di ragazze facili. Non aveva paura che nessuno si avvicinasse a lei, ché tanto non ci poteva essere nessuno più figo di lui.
Sotto la giacca portava una camicia coreana di lino della maglieria Bucalo, interamente siciliana, tranne i bottoni che erano prodotti in Vietnam.
Pola si sfilò il vestito Dolce e Gabbana e vestì un pezzo unico a fiori, senza calze stavolta, ma con una grossa cintura in pelle intorno alla vita stretta. Chissà che ci fosse qualche belvedere nella parte alta della città, chissà che Salvo non la porti proprio là, si diceva. Quella mastodontica montagna, tutta d’un pezzo, sembrava il timone di una nave. Chissà che non si potesse arrivare in macchina anche là sopra. Sperò che Salvo avesse una bella macchina, magari una di quelle macchina italiane anni ’60. Portava gli occhiali da sole e questo era un buon segno. Accese una sigaretta alla menta, per non rovinare il suo alito e si chiese se l’avrebbe portata a bere qualcosa.
Salvo trangugiò l’ultimo sorso di grappa del buon contadino. Ebbe un fremito sconvolgente e si chinò sulle ginocchia con la sensazione di dover vomitare. Non si ricordava più di cosa significasse essere sobri. Probabilmente sarebbe morto di lì a poco. Doveva bere dell’acqua si disse e poi si incazzò del fatto che noi avessimo tutta la bottiglia di gin e che a lui fosse rimasta solo qualche birra nello zaino. Una volta uscito dalla stazione, attraversò in diagonale, senza alcun riguardo, nel centro di una rotonda, poi guardò con insistenza due ragazze che passeggiavano mano nella mano per Via Roma. Le ragazze girarono entrambe gli occhi verso Salvo. In quel momento, egli lo distolse. Poi si voltò e le chiamò, quando erano ormai andate via. Chiese loro una cartina, lunga meglio, meglio lunga se ve la ritrovate. Rimase a chiacchierare un po’ che erano studentesse del DAMS di Messina e disse che un amico suo – cioè io, a modo suo – ero una sceneggiatore e scriveva cose strafighe, magari poteva trovare loro un posto in una produzione. Ovviamente mentiva e non sapeva nemmeno il motivo, dato che non erano nemmeno granché.
Pola coi capelli sparsi sul letto e le braccia in alto osservava con noia Instagram, riflettendo sulla necessità di scrivere a Salvo per chiedere dove fosse arrivato. Si stava rompendo le scatole di aspettare, non era affatto carino, né romantico. Non che avesse bisogno di romanticismo, santodio, è il 2015. Il romanticismo è maschilista, pensò. La bellezza non ha sesso invece. Cercò il mio amico su Instagram e lo trovò. Notò con dispiacere che aveva il profilo privato. Un velo di tristezza tutto ad un tratto cadde sul suo cuore. Una voce dentro di sé, una di quelle voci lontane e silenziose, sospirò, anzi lasciò scivolare, qualcosa dentro il suo orecchio: che diavolo ci faceva là?
We found love in a hopeless place, we found love in a hopeless place.
Salvo stava comprando una lattina di tè da un bangla: si chiese se a Pola piacesse andare ai concerti rock.
Gli avevo detto che in Polonia le ragazze ascoltano rock e se ne era convinto. Gli avevo detto che le ragazze dell’est sono capaci di riconoscere ancora la bellezza e che vedono in noi la capacità di saper apprezzare le piccole cose della vita di tutti i giorni. La sua risposta fu: “davvero pensano questo di noi?”. Si sentì in dovere di farla divertire, di portarla in una pasticceria famosa, invece della disco con l’acquitrino in bella vista. Fare una passeggiata in una riserva naturale. Pensò che non scriveva ad Eleonora da un po’. Lei gli aveva mandato decine di messaggi ai quali non aveva risposto. E se si fosse innamorato della polacca. Era molto più grande di lui. Quella già lavorava, lui andava a scuola. Doveva mentire sulla sua identità, scopare e poi piantarla su un volo per Cracovia, non necessariamente in quest’ordine.
Sentì freddo. Guardava il suo volto riflesso ancora una volta sul vetro di un frigorifero. Un tizio gli chiese il permesso di passare, ma lui, sempre con le cuffie nelle orecchie, non lo sentì: we found love in a hopeless place, we found love in a hopeless place.
Pola cominciò a fare zapping fra i canali del televisore. Canali italiani di cui capiva ben poco. Esattamente uguali a quelli che vedeva a casa. Chissà se Salvo conosce i Pearl Jam, si chiese. Ha lo stesso fascino di Eddie Vedder. Voleva con tutto il cuore che Salvo conoscesse i Pearl Jam e Salvo li conosceva eccome.
Chissà se Salvo ha una di quelle Vespe anni ’70. Mi si alzerà la gonna col vento. Poggerò il mio seno contro la sua schiena.
Salvo attraversava il quartiere di Ballarò: comprò per Pola una sveglia usata da uno che quasi sicuramente l’aveva rubata a casa di una vecchia. Dentro ci stava un pulcino che beccava l’aia ad ogni scoccare di secondo. Forse doveva preparare un test psicologico anche per Pola.
Tipo:
- Se ti dicessi di stare tutto il giorno a guardare una serie tv, che ne penseresti? Che sono pigro e noioso o che voglio condividere il mio mondo intellettuale con te?
- Che penseresti se ti dicessi che la mia più grande ambizione è morire ubriaco?
- Quante sigarette fumi in giorno prima che siano la sigarette a fumare te?
E tante altre cose così.
Mentre si avvicinava al quartiere del porto aveva una gran voglia di tornarsene indietro. Cominciò a tirare calci ad una bottiglia. I ragazzini che avevano praticamente la sua età, vestiti con t-shirt tagliate storte e scritte imbarazzanti del tipo “desert” o “loves” oppure “obey”, tagliavano il silenzio con versi e canzoni reggaeton sparate dagli altoparlanti – potentissimi – dei loro cellulari costosi. Uno gli urlò pure “’a tossico”, ma lui non ci fece caso e calò la testa, infilando le mani nelle tasche del jeans. Si fermò per guardare una band che riproponeva in quattro accordi sempre uguali tutte le hit dell’anno. Ordinò una birra, poi diede un pugno al bancone e lasciò un paio di monete su di esso. Uscì di corsa, con rabbia. Pola era una ragazza bellissima e cazzo si stava lanciando in una zingarata come fosse una di noi. Un tipo le scrive un numero perché folgorato dalla sua impattante bellezza …
Pola stava scrivendo a Salvo se per caso l’avesse abbandonata. Si sentì ridicola ad essere piantata in asso da un ragazzino che forse aveva appena finito il liceo, mentre lei era già giornalista per Eurosport Polonia e si faceva desiderare da registi e fotografi. Si sistemò il reggiseno.
Salvo le rispose: “I’m running straight to you, faster that I can”. Poi gli mandò una sua foto con due birre ed una faccia buffa.
Le gambe di Pola si sollevarono verso l’alto, mentre distesa sul ventre poggiava sul letto scomodo del BnB; un sorrisetto ingenuo comparve sul suo volto. Era una forza quel Salvatore.
Cercò di sintonizzare il televisore su un canale sportivo e notò con dispiacere una giornalista castana e con un seno importante che impreziosiva lo stage condiviso con due ex calciatori attempati e allupati da morire, che l’avrebbero sbattuta sul tavolo a forma di pallone nel centro dell’inquadratura e legata se non ci fossero state delle leggi; uno strano individuo vestito con garbo e classe, che aveva scelto di far confluire i toni grigi di gilet e sciarpa con il blu elettrico di maglioncino, cintura e montatura delle lenti. Sembrava che si sentisse un gran figo ad aver ascoltato i consigli della figlia diciottenne su cosa indossare per la trasmissione. Pola non aveva idea di cosa parlasse durante i suoi interventi, ma vedeva che si sistemava continuamente il ciuffo lanoso. Pola accese un’altra sigaretta e stappò anche una bottiglietta di spumante che stava da anni dentro il frigo bar, bevendo direttamente dalla bottiglia.
Il programma era lo sbaraglio più compiuto; in totale, oltre quelli sullo stage principale si contavano dieci opinionisti, tra cui anche Cruciani. Ciccio Graziani diceva le parolacce di continuo. Un altro non sapeva bene l’italiano. Senza alcun motivo apparente, fra una moviola e un intervento, un pianista vestito malissimo suonava melodie smielate per accompagnare i discorsi dei giornalisti. Non aveva mai visto niente del genere. Era chiaramente in atto una rivoluzione. Cruciani indossava una paglietta, una panama da scortico. Un altro portava gli occhiali da sole in studio e tutto sembrava tranne che cieco. Tutti erano seduti su poltrone blu, mentre il solo Chiambretti dava del Lei a tutti gli invitati. Il paragone più calzante era quello col mercato di Rabat. Addirittura, senza esagerare lo scorrere degli eventi, un tizio napoletano, che aveva giocato per l’Avellino in passato, faceva partire una canzone dal suo cellulare. Poi Cruciani attaccò a parlare dell’Onu, che durante la trasmissione Tiki Taka, dà il senso della commistione di calcio e politica in Italia. A questo punto, si sentì tirato in causa un altro sprezzante invitato che arringò Cruciani: “te ti sei messo ‘sto Panama e pensi di essere Hemingway”. Era tutto un gran cabaret che poteva solo essere applaudito.
I servizi partivano alla rinfusa e alternavano considerazioni sul gioco del Manchester City di Guardiola alla storia del tradimento di Allegri alla compagna strafiga. Muso corto, basta vincere uno a zero, disse il napoletano, salendo in cattedra, muso corto!
Poi arrivò la “dea del calcio”, così la chiamavano, con un pallone in mano. Era una specie di “madre natura” tipo quel programma per decerebrati che era Ciao Darwin, dove due gruppi antitetici di folgorati, scarti della società, si sfidavano a suon di voti democratici e sfide demenziali.
Pola, che non stava capendo nulla, pensò che fosse una donna bellissima, doveva essere siciliana. Aveva visto una valanga di donne bellissime da quando era in Sicilia.
Si aprono le quinte e questa dea del calcio comincia a sfilare, davanti alle bocche aperte degli opinionisti, che cominciavano a sbavare.
Prima della pubblicità, si ferma proprio di fronte alla telecamera, inquadrata in tutta la sua maestosa presenza, con un colpo quasi impercettibile del collo fa oscillare i capelli e recita una citazione tratta da Allegri 2017:25. Prima di girare i tacchi e scomparire alla sua vista. Le quinte si chiudono e su di esse compare la gigantografia di Max Allegri, ex allenatore della Juve.
“Chissà se Salvo avrebbe voglia di scoparmi se mi vedesse in tv. Beh, ce l’ha avuta vedendomi su un treno … però, la ragazza sul treno per alcuni suona meglio della ragazza in tv … chissà se tirerebbe fuori il suo pisello scuro e comincerebbe a … insomma … il mio ragazzo … Bianco come una formaggino e insipido da far schifo. Con quelle sue biciclette del cazzo e i suoi beveroni puzzolenti. Oggi è il giorno fortunato del ragazzino … sì, è proprio il suo cazzo di giorno fortunato”. In quel momento qualcuno bussò alla sua porta.
La ragazza si sollevò dal letto e si sistemò i capelli, lanciando uno sguardo provocante con quei suoi grandi occhi, allungati dai segni della matita. “Che fiori avrà portato?”.
“You found me … you found me finally” sorrise la ragazza, aprendo la porta.
Stava ancora sorridendo quando qualcosa di freddo si fece strada dentro il suo corpo caldissimo e ancora vagamente eccitato. Non fece in tempo ad urlare e rendersi conto. Sbiancò nel vedere il volto di quell’uomo che gli premeva un mano liscia, guantata, ma forte contro le labbra. Sentì un’altra fitta all’addome e poi un’altra …
Salvo metteva un piede davanti all’altro, immaginando i flash ripetuti che lo immortalavano. Lo sguardo fisso, vacuo, davanti verso un punto imprecisato: “manderò il mio profilo ad un’agenzia, sono giovane e bello e il mondo è più bello quando sei bello”.
Poi si grattò la testa, tossì brevemente e si annusò i baffetti. Era ormai arrivato al BnB dove risiedeva la ragazza. Aveva infine trovato il coraggio.
Un palazzo borbonico qualunque. Una certa calca di persone radunate di fronte alla porta di ingresso. Le vestaglie delle signore, la polizia, un’ambulanza.
Salvo chiese ad un poliziotto se per caso avesse visto una ragazza coi capelli rossi. “La conosceva?” rispose l’agente. Salvo si guardò intorno con fare interrogativo.
Una ciocca di capelli rossi spuntava dal velo bianco. Un corpo trasportato sopra una barella.
“Avevo … mi scusi – sussultò – un appuntamento con lei”.
L’agente accompagnò Salvo dentro l’ambulanza che aveva chiuso le portiere. Un infermiere annoiato sollevava il velo bianco che copriva il corpo di Pola. Salvo si concentrò sulla vetrina delle medicine.
Come si chiamava? Come la conosceva? Da dove veniva? Come contattare la famiglia?
Salvo non sapeva niente di tutto questo. Non si chiamava nemmeno Pola, come Salvo credeva. Questo era stato evinto dai documenti della ragazza.
Sarebbe stata un’ottima spalla per un modello milanese.
A Salvo girava la testa. Ebbe paura di far puzza di alcol. Il poliziotto gli confidò che era stata pugnalata 26 volte, ma non c’erano segni evidenti di violenza sessuale, a parte – anche il poliziotto aveva fatto fatica a descrivere con distacco – la cosa più macabra e malata.
Era stato infatti cucito il pene di un altro uomo a coprire la vagina di Pola. Il pene non sembrava presentare testicoli all’interno dello scroto e doveva essere stato salvaguardato dentro del ghiaccio. Era leggermente livido e raggrinzito.
Salvo fissò gli occhi sul bel vestito di Pola. Gli piaceva da morire. Peccato, si disse. Il poliziotto disse che il medico legale stava valutando se l’assassino avesse fatto del sesso orale con la ragazza, dopo che era morta. L’infermiere sbadigliando scoprì anche le gambe lisce e lunghe di Pola. Il poliziotto alzò la gonna e Salvo poté vedere il pene cianotico che le era stato cucito sul pube con maestria degna di un chirurgo. Si potevano ben notare i punti metallici che spuntavano fuori dalla carne chiarissima.
“Si – tossì – mi scusi, si sospetta un ospedaliero”, affermò il poliziotto.
“Io non la conoscevo”, disse Salvo scuotendo il capo, aveva una certa voglia di farsi una canna, “io non la conoscevo affatto”.
Da qualche parte doveva esserci un uomo senza il pene, rifletté.
Pola si riverberava nel tettuccio lucido del mezzo immobile. Deformata, malsana. Salvo aveva lo sguardo ritto verso l’alto, il poliziotto pensò che stesse pregando, mentre l’infermiere controllava i risultati delle partite sul cellulare, digrignando i denti per la rabbia.
Salvo però non stava pregando. Coprì il corpo della ragazza col lenzuolo fino al ventre e apprezzò ancora una volta la cura con cui Pola aveva scelto di vestirsi per il loro appuntamento. Apprezzò gli orecchini d’oro ad anello che le ornavano il viso delicato e soave, seppur ormai fantasmatico. Apprezzò la collana in oro bianco filiforme e le pieghe leggere e candide della pelle del suo collo.
“Devo venire in caserma?” chiese Salvo.
“Sarebbe meglio, vieni in macchina con me”.
“Va bene. Io, insomma, ero altrove. Ho il numero di alcune ragazze che possono testimoniare”, fece presente Salvo, quasi balbettando.
“Certo, certo, ti credo”, il poliziotto gli batté la spalla, come per consolarlo, “devi farti forza, accadono un sacco di cose orribili in questo mondo”.
Salvo guardò la propria spalla, non riuscendo a configurare un pensiero. Sentiva solo molto freddo adesso. Scese dall’ambulanza e prese dalla borsa una birra e la felpa nera Nike just do it. Si accomodò nel posto davanti insieme all’agente e stappò la birra con l’accendino.
“Posso fumare?”, chiese.
“Fai pure”, rispose l’agente.
Accese la sigaretta e fece un lungo sorso della Messina che portava nello zaino.
“Sa? Ho sempre voluto fare il commissario di polizia. E’ stato il mio sogno fin da bambino”.
“Eh … ora hai idea di cosa deve affrontare un commissario”, sorrise mestamente l’agente.
Il grande Viale della Libertà non era male architettato come quello di Messina, che mancava pure degli alberi decorativi – degli aranci selvatici – sul bordo della strada.
Non riusciva a focalizzare un pensiero e continuava a sbuffare fumo che andava illuminandosi della luce gialla di una fila di lampioni e danzava nell’abitacolo.
Da qualche parte un uomo senza il pene, camminava in cerca di sballo. Salvo ci telefonò affinché recuperassimo la Polo e passassimo a prenderlo.
Salvo chiuse improvvisamente la chiamata, mi aspettavo più indicazioni, poi mise nell’orecchio una sola cuffietta e, lasciando cadere la mano sulla sua coscia, fece partire una canzone da Youtube.
Il poliziotto si girò un attimo a guardarlo. L’occhio spento del mio amico, tutto ricurvo su se stesso, era la massima espressione della confusione.
Sembrava tutto così assurdo. Le passerelle di Milano e il cambio vestiti nei camerini affollati di truccatrici e sarti, gli tornarono in mente. Poi il pene cucito sul corpo di Pola, i suoi occhi spiritati ancora spalancati. L’ultima immagine ancora impressa sul castano di questi. La paura. Poi partì il ritornello.
We found love in a hopeless place, we found love in a hopeless place.
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