La Sindrome di Vasco (Parte 1)

“Io credo che la tua tendenza a rifugiarti dietro storie inventate di sana pianta sia un riflesso delle tue insoddisfazioni nei confronti della vita reale. Dico, santodio, ti sono caduti dei soldi dal cielo e non vuoi investirli? Il brivido della vita reale, caro mio conoscente, è questo. Tu mi dai un malloppo, io te lo decuplico, poi ce ne andiamo a Las Vegas: se cominciamo a vincere, ci prendiamo una suite al Caesars Palace, altrimenti ce ne torniamo a San Francisco e passi tutto il tempo che vuoi a bere caffettini e leggere stronzate al City Lights”.
Non mi guardava nemmeno dentro il suo parka cenere. La testa appoggiata sul tavolo e una mano che reggeva una pinta di weiss. “Sono depresso, man”, biascicava, sbavando quasi sul legno inciso dai nomi degli avventori del pub.
Sentivo le steccate dei tavoli da biliardino, dove vagonate di studenti stavano a trascorrere la loro insulsa migliore età. “Senti, mi stai rompendo. Ci facciamo due partite a kicker, come facevamo in Germania? Ti ricordi quei cazzo di israeliani? Quanto erano forti! Andiamo a spennare qualche polletto. Ci giochiamo due birre? Eh, che ne dici?” e sorridevo forzatamente, sperando che i bei tempi andati potessero tirarlo su. La sua risposta fu però: “non credo di avere la prontezza mentale, ho i riflessi rallentati, poi non è kicker; questo è calcio balilla” e cercava di avvicinare la pinta alla bocca schiacciata sul tavolo, scolando birra mista a bava.
Cercavo di darmi un contegno alzando lo sguardo intorno a cercare pupe, mi sistemavo il colletto della camicia e centellinavo un London Mule. Era l’ultima volta che uscivo con quel catalettico disastrato. E pensare che avevo una grande stima di lui. Pensate che una volta ha inviato una lettera di presentazione ad una casa di produzione, facendo finta che l’avesse scritta sua madre, implorando ai dirigenti di non considerare la candidatura eventuale del figlio, che doveva mirare a posizioni ben più alte di quelle da scribacchino.
Quando fu contattato da un famoso attore, di cui preferisco non rivelare l’identità, entusiasta della sua trovata e del suo stile di scrittura, affermò che quella lettera l’avesse scritta davvero sua madre ed era giusto che fosse lei quindi ad entrare in quel team creativo.
Gente con una valanga di portafogli virtuali che avrei potuto amministrare: questo degradato filosofo da bar ancora gira col portafogli dei Digimon.
Quando cominciò a rantolare e singhiozzare, mi fece una pena infinita e decisi di aiutarlo: d’altra parte era un amico e gli volevo bene in fondo.
“Smettila di frignare, Gesù, qua mi conoscono! Poi pare che sono il tuo fidanzatino che ti molla”, lo sollevai con le mani e lo guardai: una faccia rossa e livida, il naso gonfio e carico di muchi pronti ad essere espulsi, manco fosse morta sua madre. Gli sistemai i capelli che gli avevo fatto tagliare il giorno prima: non li tagliava da sei mesi, e malgrado ciò erano già unti e luridi. Sembrava dimagrito e pensare che una volta era un toro e un gran centrale di difesa.
“Ora sai che facciamo? Ci finiamo ‘ste due cose da bere …”.
“Mi viene da vomitare, Miché”.
“Dopodiché, andiamo da me e investiamo lo stipendio di questo mese. Cazzo, hai speso cinquecento euro in un kit per la pesca subacquea, non ti sembra di esagerare? Non ti ho nemmeno mai visto nuotare. E’ chiaro che non sei in grado di amministrare il tuo denaro”.
“L’ho comprato proprio per imparare …”.
“Facciamo in questo modo, io ti lascio la mia carta di credito e puoi spendere quello che vuoi, tanto so che non lo farai – vero? -, ma lasciami dire che non puoi far impolverare quei soldi o sprecarli in stronzate, in qualità di tuo commercialista non lo permetto”.
“Non sei né il mio commercialista, né il mio consulente”, mi rispose.
Feci finta di andarmene offeso con sguardo furente, ma si scusò immediatamente e quindi lo perdonai.
Una volta a casa capii che stava regredendo ad uno stadio di infantilità che non gli era mai appartenuta, malgrado le sue sempre presenti stravaganze. Accesi il pc e guardai la sua carta di credito verde: “Come cazzo fai ad essere BNL? Ti conviene coi tassi di bollo? Dovresti cambiare banca, giovane”.
Si era infilato sotto le mie coperte e leggeva un fumetto degli X Men che mi aveva regalato lui stesso. Ogni tanto sospirava e ogni tanto soffiava di sorpresa per quello che stava leggendo.
“Ti porto il lattuccio? Un po’ di Plasmon?”, gli chiesi.
“Vorrei solo ascoltare The Joker della Steve Miller Band”. A quelle parole lo interruppi, mi voltai di scattò e mi alzai dalla poltrona girevole, agitando il dito contro di lui che sembrava impaurito: “Hai rotto il cazzo!”, sapevo che quella canzone era il punto di non ritorno, “Mettiti in piedi, rimettiti i pantaloni e vieni a sederti accanto a me. Devi diventare un uomo e capire come funziona …”.
Terrorizzato come un cucciolo, ebbe però la solita tentazione di fare il sarcastico: “se lo sapessi come funziona il mondo, saresti già miliardario …”.
Arrotolai il suo giornaletto degli X Men e iniziai a colpirlo in testa, sulle cosce nude e fra le gambe, inframezzando ingiurie, mentre lui chiedeva pietà. Poi, forse ferito nell’orgoglio di adulto, accese una sigaretta in camera mia, cosa che solitamente non gli concedevo, ma stava una merda e gli stavo spolpando il conto in banca per degli investimenti, quindi glielo lasciai fare.
“Miché”, mi venne vicino e iniziò a sbuffarmi fumo intorno che allontanavo con la mano a ventaglio, “ma la fai più quella cosa con le ragazze?”.
“Quale cosa?”, chiesi, mentre controllavo lo stato di avanzamento delle blockchain che stavano invadendo il mercato fintech.
“Che ti metti il cazzo fra le cosce e fai finta di avere una fica?”.
“Ogni tanto”, il lending e il borrowing come provider e beneficiario del portafoglio di Angelo mi eccitavano da matti. Utilizzare protocolli dove depositare liquidità prestandoli a terzi era la via adatta per decuplicare i collaterali di criptovalute del mio conoscente a tassi di guadagno – dipendenti dalla critpovaluta di utilizzo – che oscillavano tra il dieci e il venti per cento.
“Mi sembra una cosa un po’ weird da fare di fronte ad una ragazza, non credi? Giorgia ti ha mollato perché insistevi sul fatto che lei non ti avrebbe amato, se tu avessi soddisfatto il tuo sogno di perdere il cazzo …”.
“Angelo, era solo un metodo per levarmela dai coglioni, il metodo più assurdo e quindi quello più efficace”, la piattaforma Aave mi forniva un eccitamento maggiore di Anchor Protocol in quei mesi: i DEFI erano quelli che mi permettevano una decentralizzazione totale e quindi quelli che garantivano il mio anonimato.
“Lo fai pure con Barbara? Oppure continui ancora ad evitare di incontrarla per farla cuocere del suo brodo?”.
“E’ una profumiera”, KYC, KYC, KYC, metodo di riconoscimento totalmente inculato, yes, si viaggia verso le Isole Comore come dei forsennati, sono perseguitato dalla finanza, peddire, non mi davano tregua …
“Secondo me, non lo è affatto”.
“Che sia vero o meno ormai me ne sono convinto, quindi quando mi scrive io semplicemente non la cago”, Bitcoin potenzialmente senza valore viaggiavano fra i portafogli in prestito come garanzia per riceverne degli altri, in questo caso mi attizzavano USDCcoin, una stable coin che volevo avere a rendita.
“Forse era inconsciamente vero il tuo desiderio di perdere il cazzo”, e Angelo aprì la finestra per respirare un po’ della fredda aria milanese di gennaio, “Sai che mi è successa una cosa simile l’altro giorno?”.
“Di rifiutare una che potrebbe fare cinema?”.
Nel palazzo di fronte una ragazza si stava spogliando alla finestra, Angelo aveva cominciato a salutarla, ma lei non lo vedeva e continuava a denudarsi. Se nel mondo normale, mettevo in ipoteca una casa, un orologio o le tette della vicina, oggi come oggi potevo mettere a garanzia un bene che non ha alcun valore intrinseco.
Si sbalordì per trenta millisecondi e poi riprese la lagna: “stavo leggendo un libro, roba dell’università ed ero tutto sbilenco sulla sedia. Ad un certo punto guardo la mano sinistra con tutti quei peli sopra, che tiene ferma una delle due estremità del testo, e sai che mi succede? Non la riconosco. Zero. Ho avuto un po’ di panico, cose del tipo di chi è ‘sta mano? E’ la mia?”.
“Dovresti farti vedere da uno specialista. Poi dicevi che era tuo cugino quello depresso”, eravamo basati sul nulla e pronti a guadagnarci i fondi per il viaggio negli States: coca, mignotte e tulipani olandesi.
“Non sono depresso, ero tipo in confusione, ero in tilt. A mio parere ho un problema neurologico”.
Non ho potuto far altro che gettare gli occhi al cielo: “non hai un cazzo, sei solo privo di uno scopo e ti senti giù. Adesso ce ne andiamo a Lugano e spendiamo un po’ di soldi. Se ci rimane qualcosa, ci facciamo due escort di bassa lega”, i calcoli dinamici del tasso di interesse guadagnati sul nulla a partire dai fondi realissimi di Angelo, non mi dava alcuna certezza. Le DAPP erano pronte a chiudere i battenti e lasciare gente come Angelo senza una lira e infine spostare velocemente tutto il conto prestiti nell’etere.
Lo vidi sorridere per la prima volta quella sera: “Perché deve essere sempre se ci rimane qualcosa dal gioco, facciamo qualcosa di figo. Facciamoci due escort buone e poi il restante lo buttiamo nell’azzardo, no? Non sarebbe meglio?”, pensava di attirare la mia empatia: tentativo squallido.
“Non mi piace sentire da qualcuno che esista qualcosa di meglio dell’azzardo. E’ una bugia bella e buona. Fatti una puntata di 2000 euro e poi ne riparliamo. Mi dici se provi quei brrrrrividi con le donne”.
Non appena avremmo fatto i dineri, dovevamo solo comprare delle valute reali e se questo non fosse stato possibile, probabilmente mi sarei dovuto nascondere dalla furia dell’uomo che possiede un kit da sub, impossibilitato adesso all’acquisto di manga e videogiochi. Wolf of Wall Street, AUUUUU! Werewolves of Milan!
Spense la sua sigaretta contro il metallo del davanzale e si pulì le mani dal nero della tapparella che aveva cazzuliàto: “Io mi auguro di morire a seguito di una malattia neurodegenerativa. Così i cazzi e la sofferenza sono degli altri e io non capisco più niente di niente; muoio incosciente e felice”, si infilò di nuovo il suo jeans Jeckerson e continuò: “Incosciente e instupidito. Anche perché per una volta vorrei capire come ci si sente ad essere come tutti gli altri”.
La sua lamentela ironica mi fece ridere, niente da dire, dovetti darne atto. Così, finiti i miei magheggi al computer era arrivato il momento di andarci sul serio a Lugano: “Gambe in spalla, cowboy, sù su! Dobbiamo fare strada questa notte”.
“Ci voleva un zingarata! Escort e azzardo?”.
“Azzardo e poi escort. Santodio, azzardo e poi escort! Non si sa mai che ci si possa permettere qualcosa che prima non potevamo permetterci dopo una giocata, no?”, passai dal bagno a sistemarmi il ciuffo all’indietro e controllai la V dei miei addominali: c’era ancora, fiùùù. Si poteva uscire.
Per strada Angelo continuava a cambiare la musica: era sempre stato ossessionato dall’importanza di una buona colonna sonora per i viaggi. Ahhh, per un momento mi tornò in mente un viaggio in Spagna che aveva siglato l’inizio della nostra conoscenza. Sapete per me le persone si dividono in tizi, conoscenti e amici. Angelo è un mio amico, ma soffre di ansia da abbandono: questa è la ragione per cui non gli dico che siamo amici, così, se dovessi tradirlo, non potrà prendersela.
“Fermo, questa mi piace. Ye-ye from mister three-o-five to mister worldweee”: il ritmo dell’uomo più figo del mondo mi impediva di smettere di battere sul volante, se ci aggiungi quella gnocca di Jennifer Lopez, mi caricava da matti. Il mio sogno più recondito era certamente quello di diventare come Christian De Sica, non certo quello di perdere il pene, ma non potevo ammetterlo di fronte ad Angelo che era tipo tutto Pink Floyd e rock ‘n roll, come dice lui – quando non è depresso, si intende.
I paesini insulsi del nord Italia hanno l’attrattiva delle pubenda di una vecchia e ci scorrevano indifferenti, sia sulla destra che sulla sinistra in quella notte che doveva risollevarsi. La canzone successiva era di Vasco Rossi. Angelo aveva una teoria su Vasco – come l’aveva su ogni così frivola .
Pensava che basasse ogni suo testo su una ripetizione di “categorizzazioni generalissime”. Attenzione, mi spiego per bene, non era semplicemente un insieme di luoghi comuni. Era straordinariamente capace di interpolare descrizioni tanto inutili, come quella di Sally che cammina per strada senza pensare a niente – degna del miglior minimalismo americano – a frasi come perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra follia: cioè, frasi dall’apparente mancanza di significato, abbastanza bizzarre però da attirare l’uomo della strada che si sente un po’ pazzo, perché preferisce godersi una bella giornata di riposo su un’amaca al sole e uscire in moto a prendere una birra. Cazzo, con quella voce e quell’intensità, è l’idolo dei duri dal cuore d’oro che sorridono beffardi, quando l’ultima donna li lascia perché portano con sé troppi problemi, troppe cicatrici. E quindi va bene così, forse ma forse ma sì, col ghigno di chi ha capito che la vita è uno scherzo, ma che bisogna viverla comunque, dato che la sorpresa è dietro l’angolo. Diosanto, si sta parlando di gente che sa bere senza ubriacarsi e giocare a biliardo, rispetta l’amore e la fedeltà, gente che fuma Lucky Strike, che si volta nella luce artificiale della notte, che vaga alzando polveroni e non piange se non è davvero solo: quante cose hanno compreso quelle persone dell’esistenza dietro le balbettate rime monosillabiche di Vasco, nel loro sguardo fisso all’orizzonte, loro conoscono il mondo. Ogni canzone di Vasco è capace di applicarsi a chiunque e in qualsiasi momento. Provate ad ascoltare “Canzone per te” in cui l’artista ci fornisce una dettagliata esposizione del proprio processo creativo – Una canzone per te – non te l’aspettavi eh – invece eccola qua – come mi è venuta- e chi lo sa – le mie canzoni nascono da sole – vengono fuori già con le parole. Una diade indissolubile di emozione e disincanto.
Angelo afferma che certe persone sono affette dalla cosiddetta “Sindrome di Vasco”: guardano sempre il generale della vita, la somma totale delle cose ed è così che il bel vento che non guasta mai il tempo riesce a trasportare con sé addirittura il senso della vita e delle cose. Oltre questo piccolo problemino di prospettiva, che definisce di stampo oggettivista, ogni situazione particolare riesce per loro perfettamente ad incapsularsi all’interno di una generalizzazione gigantesca. In poche parole, fanno di una situazione particolare, qualcosa di generale. Sono le tipiche persone che sentono di un rumeno che ruba la borsa ad una vecchia e quindi tutti i rumeni sono delle merde. Oppure, vedono un francese senza bidet e allora sono tutti dei mangiabaguette luridi e sporchi e lo raccontano di fronte alla famiglia di domenica – quel tale non si lava il culo e cose del genere. La sindrome di Vasco è così chiaramente illustrata e non è un caso che Vasco sia un polentone, d’altra parte, è tipico dei nordici. Angelo avrebbe dovuto scrivere un paper, dovevo dirglielo, ma si stava pisciando addosso e quindi la tappa necessaria era un bagno. Beveva troppa birra tedesca il giovane da quando era stato in Germania.
All’altezza di PonteChiasso quindi decisi che era il momento di fermarsi per farlo liberare. Così fra il bar “La Pesa” e la pizzeria turca “Asso di Cuori” entrammo in un bar dei peggiori che manco a Caracas in una strada che ricordava un vialone in salita della nostra agognata San Francisco, solo che non c’era una luce e i cani randagi abbaiavano magri e ossuti nella notte. Il bar si trovava oltre la Dogana, oltre la piccola rotonda, nei pressi del celebre ostello Garnì.
Stavo giusto pensando alle generalizzazioni di Vasco, quando mettemmo piede nel fatiscente bar Animo Italiano. Tutti si voltarono verso noi due, Angelo come se nulla fosse, si recò in bagno barcollando. Forse era ubriaco, mentre io salubre come non mai, cercando di abituarmi all’oscurità, dovetti assuefarmi tipo gatto per poter scorgere almeno vagamente le fattezze degli avventori e del barista. A Pontechiasso, non racconto balle, a Pontechiasso quel bar era pieno zeppo di uomini neri e donne nere in ogni suo angolo, in ogni suo tavolino. Pareva di stare a Nairobi.
Ebbi la tentazione irrefrenabile di controllare in che tasca fosse il mio portafoglio e rimasi quasi sull’uscio. I loro occhi bianchi, splendenti nel buio – tanto da essere quasi l’unica cosa visibile, assieme alle bottiglie di gin Neve, liquore Zuzu e altre cento sottomarche – erano ancora fissi su di me, l’uomo bianco. Beh, era vicendevole la Sindrome di Vasco, quindi dissi Voglio una vita, la voglio piena di guai e allargai le braccia, sorridendo.
Due neri che stavano giocando a carte, evidentemente toccati dalla mia profondità, mi chiesero di avvicinarmi con quelle enormi mani nere da basketball. Volevano giocare a carte con me, ad una specie di sette e mezzo però con lo strambo numero 17 di mezzo, che porta sfiga e si sa, e un mazzo di circa 100 carte in cui ogni seme arrivava fino al numero suddetto. L’undici di ogni seme che risultava vagamente francese nei disegni, il tredici e il quindici valevano tutti sette punti. Compresi le regole al volo e misi sul tavolo una cinquantina di euro. So che non avrei dovuto farlo, dato che sentivo già scattare i coltelli a serramanico, ma quando si è in pista bisogna ballare e io ero il più bravo a ballare sui tavoli da gioco, porcocane.
Angelo era intanto uscito fuori dal cesso – dove perlomeno s’era beccato la sifilide – , aveva ordinato un bicchiere di grappa Luis ed era uscito fuori in compagnia della più bella femmina nera del locale. Una stangona che anche io mi voltai a guardare – una prostituta? Diosanto, come siete triviali, una donna attraente e africana. Fatevi un esame di coscienza, gente …
Era un ragazzo molto intelligente: sentii che metteva in moto il motore della cinquecento. Aveva subodorato che non sarei uscito vivo da là dentro, se non fossi scappato di corsa, prendendo la posta sul tavolo e tagliando la corda. Però, pensai, se avessi preso i soldi, quelli erano capaci di rincorrermi fino a Lugano e si sa che i neri sono fulmini, abituati a scappare dai ghepardi. Mentre continuavo a vincere ero di fronte ad un dilemma bello e buono: i soldi o la vita? Io li volevo entrambi e che cazzo! Le mani di quei neri e del barista, i loro denti bianchi, le loro canottiere di gennaio … Come ero finito in quel guaio? La ludopatia è un problema serio, quanto lo è la prostituzione, ve lo assicuro.
Angelo in quel momento rientrò e mi urlò: “E che cazzo, Miché! Stiamo andando al casinò e ti metti a giocare pure qua, dividetevi di nuovo i soldi e vieni in macchina che è tardi. Sono spazientito e Savannah aspetta di venire con noi”. I ragazzi del bar lo guardarono quasi scusandosi di aver trattenuto il loro amico e sorrisero tutti in gruppo; Angelo continuò: “scusatemi signori, ma è un ludopatico di merda. Prendi i soldi e vieni. Hai due minuti e poi ti lascio qui”.
Si alzarono i cori del “ma va là” oppure “ma vai pure, anzi scusaci eh”, e ancora “mi pare avessi messo cinquanta, no?”.
Angelo aprì verso di loro le mani e ringraziando per la comprensione, uscì dal baraccio. Quando fu fuori, io avevo già raccolto i soldi e mi avvicinavo a passetti verso l’uscio, cercando di non dare le spalle a nessuno. Stringevo forte il mio portafoglio nella tasca, cercando di non perdere di vista nessuno di quegli avventori.
Mi lanciai letteralmente dentro l’auto dal finestrino e intimai ad Angelo di partire il più velocemente possibile, urlando come un disperato. Tutti i clienti erano usciti fuori e Angelo li salutava con la mano dal finestrino, fin quando non scomparvero dalla nostra vista.
Savannah si rivolse a me e mi disse se avevo da accendere: “ ehi bello, ma stai sudando? Relaxati, santocielo”.
Non ebbi la forza nemmeno di chiedere che cazzo ci facesse lì dentro con noi. Quando si stava con Angelo ci si doveva abituare all’imprevedibile. Il mio portafoglio però era ancora nella tasca.
Era tutto un equilibrio sopra la follia.
Parte due: Sindrome di Vasco – Parte due
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