Conversioni (Prima Parte)

Conversioni (Prima Parte)

Era il Natale del 2019 e ce la stavamo spassando considerato che, data l’anagrafica, erano gli anni in cui ogni mese se ne andava uno di famiglia. I funerali erano solitamente strazianti e pieni di gente che non conoscevo. E’ strano che in una famiglia così tanto credente – almeno fino alla nostra generazione – non ci fosse nemmeno uno che si fidasse del giudizio di Dio e delle sue vie misteriose da non piangere profusamente alla scomparsa di un parente. Ai funerali c’era una certa aria da Cosa Nostra. Occhiali da sole, gessati improbabili, valanghe di scomunicati che stavano fuori dalla chiesa a fumare, alzate di capo, strette di mano. Non ci capivo un cazzo.  Alex non era venuto giù quest’anno per le feste: significava che stavo a gironzolare con John in macchina che non trovava i suoi spacciatori.

Era il Natale del 2019 e John voltava a destra e a sinistra lo sguardo alla ricerca della sua dinamo celeste col naso quasi piantato nello sterzo della 600. Bestemmiava e continuava a rispondere ai messaggi non guardando più la strada. Io, che ero destinato alla sensibilità, guardavo i frangiflutti senza pensare a nulla – al massimo ad un po’ di figa.

“Io non ci torno più a Giardini, man. Io non ci torno più. Mi dovete mollare, mi dovete lasciar perdere, checcazzo. Deve scomparire sto merda di paese”.

Mi misi a rollare dal suo Pueblo e mettevo su una canzone degli Eagles della preistoria.

Prima era stato il turno di mio cugino Franco: un tipo simpatico, troppo più grande di me per poterlo capire, molto longilineo e sorrisone stampato ad ogni momento. Era un grande amico di mio zio Antonio che s’è fatto piangendo tutto il funerale, ma se era amico di mio zio, allora era un tipo giusto.

Ci doveva essere qualcosa che lo stressava non poco, dato che si stutava 40 sigarette al giorno. Se l’è portato via un infarto a 40 anni circa. Una candelina per ogni suo anno. Pace all’anima sua.

Potevo vedere l’immaginetta commemorativa che anche John teneva nella sua 600, come io la tenevo nella Panda; l’aletta parasole, dove era conservata, sbatteva freneticamente contro il tettuccio sintetico dell’auto per i fossi che senza ritegno John acchiappava a 70 all’ora.

Lo guardavo annoiato e senza forze. Ero stanco pure di dirgli qualcosa, di rimproverarlo. Sono più grande di lui di sei mesi, non sono una figura paterna. Ai suoi occhi sono un cazzone viziato e cresciuto nella bambagia: ed è vero. Ad una certa, si ferma nel parcheggio degli handicappati di fronte all’isola del gelato. Un tizio magro con un chiaro ritardo nell’apprendimento e due occhi svalvolati di fuori ridacchiava, sputacchiando gianduia, seduto sul muretto che dà sul mare. Accanto a lui un tizio con gli occhiali Rayban a goccia, ma da vista, dal gusto alquanto discutibile.

John scattò dalla macchina non accorgendosi di aver prudentemente assicurato la cintura di sicurezza. Nella foga sbatté lo sportello contro una Twingo e sradicò l’ancoraggio della cintura portandolo fuori con sé. Diedi un’occhiata: era marcio.

Annoiato come mai nella mia vita, sentii un saluto: “Hola Sbansio!”, rivolto a mio cugino dal troglodita ricurvo sul muretto.

Quando notai che Andrea stava arrivando in motorino a tutta velocità sul lungomare di Schisò, urlando “John cazzo lascia stare”, capii che la giornata si stava risvegliando e contai degli spicci nel posacenere della 600 per prendere un gelato. Sentii lo schiocco di un pugno che sembrava un ceffone: malcalibrato. Lo sportello della nostra auto ancora dondolava. Andrea lasciava cadere l’SH per la fretta di scendere. Poi un tonfo, senza urla però.

Era il Natale del 2019 e non mancavano quattro giorni a Natale, era proprio la vigilia di Natale. Il mio riferimento alla figa, durante quel Natale, era di tipo concettuale più che fattuale, una sorta di possibilità shakespeariana. A casa di mia cugina si respirava il pellet che infuocava le gote delle donne di quella casa, anche di mia madrina, che era la più pallida, a causa della chemio.

Mia cugina Titti mi mostrava alcune soluzioni interessanti al problema del mio scapolismo fra le sue colleghe di giurisprudenza. Le loro foto di Instagram non facevano che sottolineare con ostentata ripetizione il fatto che si trattasse di studentesse di Giurisprudenza alla rinomata Università degli Studi di Messina, che frequentavo anche io, però in un’altra facoltà. I loro tailleur rossi o scuri e i loro pantaloni attillati che culminavano – ovviamente – in tacchi abbinati mi facevano storcere il naso, soprattutto per la banale scelta di cinturine in pelle lucida. Cazzate, non era questo, erano solo brutteinculo o troppo al di sopra dei miei standard. Era un periodo un po’ moscio da quel punto di vista, tanto che avevo cominciato a frequentare l’associazione degli Erasmus che a quanto pare era la più scalmanata di tutte, stile college americano. Il diritto di farne parte mi era stato concesso grazie ai sei mesi che avevo trascorso a Tubingen e mi aspettavo la stessa dose di delirio. Purtroppo mi ero creato un personaggio di oscuro strafottente, anticliché del mortodifiga messinese e pareva che fossi buono solo a discorrere di eventualità remote, tipo la felicità o la depressione. Quello fu il periodo nel quale mi sentii più vicino a nominare quella parola, che io tratto con i guanti di solito, per non fare la fine del lamentoso figlio di puttana che è stanco di tutto. Eppure, col senno di poi dovevo essere depresso. Avevo fatto sesso solo con un tipo strano, un po’ darkettona, giornalista, che veniva da qualche remoto paesello della foresta nera. In quello scambio di fluidi le mie conoscenze balbettate di tedesco mi erano tornate utili e in quell’istante brevissimo mi sembrava quello il mio desiderio più impellente. Lei, però, puzzava di alcol da morire quella sera e io facevo fatica a farmelo venire duro, tanto che pensavo di rimettere in moto l’auto e lasciarla a Piazza Preservativo. Aveva una voce vagamente maschile, come molte tedesche; la prima cosa che avevo fatto quindi era tastarle bene il cavallo. La mancanza di sporgenze mi diede una garra interessante, ma non abbastanza da raggiungere una completa erezione. Con sostenuto riguardo verso la sua intelligenza, la presi un po’ a discutere, cercando di cacciare via pensieri nefasti. La cosa peggiore di quella situazione era infatti che non mi importasse nulla che la voce riguardante la mia occasionale impotenza si potesse spargere tra quelli dell’associazione. Avevo forse pure la volontà recondita di passare per finocchio, giusto per dire “vedete che non sono come voi, sono qui per trovare un tandem partner e migliorare la mia lingua, scoprire nuove culture e cose del genere”; data però la sovrabbondante presenza di omosessuali in quel giro, mi dissi che stavo per gettarmi dalla padella alla brace.

Il cugino John mi diceva che ero alla ricerca dell’amore ed era per quello che mi sentivo così depresso, che dovevo lasciar perdere quelle che non mi interessavano davvero.

Fu questa la ragione per la quale mi misi in mezzo fra una spagnola e il suo fidanzato con il quale stava da sette anni. Lei aveva fatto un intervento di riduzione del seno per motivi puramente estetici e non era venuto un buon lavoro. Sembrava una ragazza normale di Messina nel modo di vestire, senza troppe pretese, vistosa eccessivamente quando doveva imbellettarsi, cercando di permettersi vestiti che non avrebbe mai dovuto indossare.

Ciononostante, era ebrea.

Era fantastico, stavo ore a sentirla leggere il fottuto Talmud, stavo giorni a sentirla ripetere orazioni semitiche. Inoltre, parlava anche il francese da parte di madre. Mi sdraiavo sul suo lurido letto da Erasmus e ascoltavo la sua voce così misteriosa e aggraziata. Questo era principalmente il motivo che mi faceva passare le notti da lei, questo e il fatto che stravedesse per qualche ragione per me, dal primo momento che mi aveva visto. E così la sentivo recitare salmi, benedizioni e canti e facevamo sesso ascoltando musica prog scelta dal sottoscritto e mi si appoggiava al petto per riposare.  Ahhhh …

Il fottuto idillio era però rovinato dalla sua lingua madre così sciatta e squillante – lo spagnolo – e dalla sua fissa con i video dei cani e dei gatti che mi propinava di continuo e i suoi cazzo di racconti su quanto gli mancasse il suo gatto bastardo e su quanto gli animali fossero meglio degli uomini. Era una tortura. Mi mandava durante il giorno video di cani che salvano persone, video di tigri che abbracciano i loro addestratori, video di scimpanzè che allattavano piccoli di altre specie … il fatto di essere una veterinaria non le permetteva di attentare in questo modo alla mia salute mentale, non c’entrava nulla con la sua vocazione, era semplicemente un idiots savant che conosceva l’alfabeto ebraico, me ne convinsi mio malgrado, pur non volendo accettarlo. PURE IL TONO DELLA VOCE CAMBIAVA!!! Da suadente, ultraterreno e misterioso nelle letture sacre, a deficiente, madrileno e indecoroso nel modo in cui parlava alla sua coinquilina.

Dopo che ebbe lasciato definitivamente il suo ragazzo, malgrado il mio consiglio di lasciarlo indipendentemente da me e da noi, etc. etc., nella recondita possibilità e nell’inesauribile desiderio di stare con me (a patto che avesse lobotomizzato l’area di Broca nella sua parte relativa alla lingua spagnola – cosa sulla quale non transigevo e avevamo infine convenuto entrambi), arrivarono tre notizie.

La prima – che per quanto grave fosse, era la meno grave – era un suo video in cui cantava in playback, e mi dedicava per giunta, una versione live di Rocket Man; la seconda era il fatto che fossi stato preso per un Erasmus a Granada, città nella quale anche lei risiedeva, e dunque mi si aprivano davanti scenari di convivenza o almeno intimità continuata – circostanza certamente più grave; la terza era la notizia della morte di mio zio Peppe.

Le diedi così un ulteriore motivo di pensare che gli animali fossero meglio degli uomini e la mollai – per messaggi ovviamente.

Fu così che arrivammo a Natale del 2019 ed il cugino aveva appena fatto volare un decerebrato giù dal muretto sul lungomare. Il tizio era atterrato sulla sabbia dopo un volo di quattro metri e non si muoveva. L’amico suo era fuggito in tempo e il cugino gliele stava promettendo a distanza: “Tanto ti trovo, Airone. Inutile che scappi, pezzaccio di merda” – il tizio coi Rayban da vista era soprannominato così – Airone. Andrea guardava a bocca aperta, giù sulla spiaggia invernale, quel sacco morto che si contorceva fra i granelli; mi avvicinai anche io con un gelato in mano.

John si rivolse ad Andrea e gli rifilò un ceffone: “A Graniti, siete tutti dei pezzi di merda”.

Lo schiocco della mano sul volto di Andrea lo fece sussultare: “Ma io che ti ho fatto adesso: sono stato io a dirti che la tua zita s’era scopata Speranza”.

“Si, ma sei sempre di Graniti e sei quindi un pezzo di merda”, poi si rivolse a me: “Lo sai cugino che ho sognato che ti scopavi Floriana stanotte”.

“Vuoi picchiare anche me?”, chiesi annoiato.

“Tu non sei di Graniti, levati dalle palle” e diede una leccata al mio gelato, dopo aver sputato addosso al verme che si contorceva di sotto e si lamentava.

Al funerale dello zio Peppe eravamo ormai convinti che una qualche maledizione avesse colpito la mia famiglia: io, John, mia cugina Titti ed Helge stringevamo mani e battevamo spalle senza capirne il motivo ancora una volta, soprattutto della presenza di Helge nei posti riservati alla famiglia.

“Helge, che fai qui?”, gli chiesi.

“Vi ho portato due cimotti, ciofane” – ogni tanto prendeva in giro le sue origini crucche.

“Grazie compare, sei speciale” e lo abbracciai, “mi è dispiaciuto un botto per Elisa, l’ho saputo da John solo ora”. Lui mi guardò fisso negli occhi, strinse le labbra, ricordando chissà quali momenti e mi batté un avambraccio: “Grazie fratello”.

John con gli occhiali da sole, stava perfettamente eretto e guardava di fronte a sé con le braccia allungate e conserte verso nostrosignore. Fu quello il momento in cui conobbi Floriana: una ragazza selvaggia, ma molto immatura, fu quella la mia prima impressione. Si avvicinò e diede un lungo bacio a mio cugino, che non si scompose dalla sua posizione. Il vestiario non era certo adatto ad un funerale, quanto più ad un campeggio e vedevo alcuni dread che spuntavano tra le ciocche: ziocane, un’altra freak aveva rubato il cuore al cugino, mi dissi. C’era una differenza però rispetto al solito. Questa era davvero bella, era focosa e ancora malleabile. Aveva degli occhi furbi, inoltre, vigliacchi, e per questo mi limitai ad alzarle lo sguardo in segno di saluto. “Questa è pericolosa”, ne ebbi immediatamente la sensazione. Mia cugina Titti non si voltò nemmeno a guardarla e poi commentò con me “ ‘sta sgualdrina irrispettosa”, le diedi ragione, come facevo sempre, e scodinzolai per avere le sue carezze.

Quando eravamo tutti al Tysandros liberi di allentarci le cravatte e mettere le cinture intorno al collo, si avvicinarono un paio di tizi di Graniti che conoscevo di vista. Con loro stava pure Paps, cioè Andrea, quello che vi dicevo prima sull’SH che prende sempre ceffoni da John. Mio cugino si alzò e li abbracciò uno ad uno: ognuno gli faceva le condoglianze e lui ricambiava con un affetto certamente virile.

“Tuo zio Peppe era un fenomeno, pace all’anima sua, man”, diceva uno.

“Come aggiustava i motorini lui, nessuno, onesto”, diceva l’altro. E mio cugino li ringraziava.

Poi i soliti convenevoli in cui io Titti, Helge  e la new entry Floriana venivamo presentati a questi montanari di cui avevamo già scordato il nome e infine l’arrivo improvviso di un ragazzo dall’aspetto certamente invidiabile.

Titti mi diede una gomitata: “Carlo Speranza? Mammachebbono”. Lo squadrai con riserve, risposi invidioso con un “sese” sottotono e mi feci passare il blunt che Helge teneva fra le dita.

Mio cugino avvicinò il cosiddetto Carlo Speranza e si diedero un abbraccio fortissimo: “Fratello, sei tornato”, gli disse John. Anche Carlo commosso, rispose “Si, Sbansio sono tornato. Mi sei mancato un botto” e si presero entrambi per le spalle, guardandosi negli occhi, tanto che intonai “Bacio … bacio … bacio”. E che ne sapete, se lo diedero davvero: Carlo sorrise, John si puliva la saliva delle labbra con la manica della giacca: “La mononucleosi mi hai attaccato, sicuro, porcocane” e tutti scoppiarono a ridere.

Voltai un attimo lo sguardo dal bel quadretto familiare su Floriana che osservava il nuovo arrivato: il suo sistema cinesico rivelava le stesse affezioni che lasciava trasparire mia cugina Titti nel guardare quel Carlo Speranza. Non avevo bisogno di altri indizi. Ho concluso, signori della corte.

Quando fu il turno di mia nonna paterna che morì di lì a poco, andavo in chiesa quasi tutte le settimane, si poteva ben dire che la mia conversione era ultimata. Avevo imparato di nuovo quando alzarmi e quando sedermi, mia madre era fiera, mi alzavo al momento giusto e andavo sotto l’altare ad inchinarmi, incaricato da Padre Cingari (col mio bel vocione, come diceva lui) di occuparmi della prima lettura.

“In quei giorni, Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza». Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene va’ e il Signore sia con te»”.

Mio cugino John si avvicinò alla fine della messa e mi disse: “stasera andiamo a Graniti, Carlo ci ha invitati ad una festa alla sua villa. Ti tirerà su il morale, cugino. Vengono anche Helge e Floriana”.

Ebbi il tempo di produrre solo un gorgoglio e subito mio cugino tagliò la corda: era pronta una serata di devastazione; sticazzi, era morta mia nonna, me lo meritavo no?

Quella sera prima della festa, cenai da mia cugina Titti. Mia madrina era sdraiata sul divano dopo una sessione di chemio, praticamente impossibilitata a parlare, se non per lievi sorrisi. La sua parrucca bronzea le stava a mo’ di cappello, quasi sugli occhi, mentre aggrappando un lembo di coperta, cercava di coprirsi e riuscire a dormire. L’odore del vomito era coperto da deodoranti per gli ambienti che Titti spruzzava in giro. Ogni due ore doveva svuotare un secchio che stava accanto al divano dove la madrina riposava. Mi avvicinavo a lei e le poggiavo una mano sulla sua, abbassandomi. Apriva appena gli occhi cerchiati e le sorridevo. Poi imitavo qualcuno della famiglia per farla ridere e si sforzava in tutti i modi di ridere ai miei scherzi, ma vedevo che le procurava molta fatica – forse non ero abbastanza bravo. Intanto, i libri di diritto di mia cugina si andavano impilando e impolverando nello studiolo, mentre giorno dopo giorno gironzolava per casa a cercare di mettere in ordine il disordine che lei stessa e il suo cane creavano, riempiendo la casa di acquisti inutili e preparando da mangiare per lei e sua madre. Anche a mia madrina piacevano gli acquisti inutili: era di una frivolezza contagiosa, una donna dal giudizio spietato e sempre affilato, ma straordinariamente strafottente del riguardo degli altri. Era un “cuttigghio for cuttigghio’s sake”.

Credo di aver ereditato il suo sarcasmo allegro, senza l’apposizione di allegria s’intende, senza i suoi particolarismi immotivati per alcuni al posto di altri. Mia cugina mi ripeteva che la nuova zita di John fosse una zoccola e io sottolineavo di aver avuto la stessa sensazione: “più per immaturità che per altro”.

“Non si è zoccole per immaturità, si è zoccole e basta, non giustificare”.

“Quello è fuori di testa, finisce in terapia se continua così. Non vorrei succedesse qualcosa di spiacevole”.

“Succede tutti i giorni qualcosa di spiacevole. Sto cazzo di vittimismo non serve a nulla”.

La guardavo mentre lavava i piatti con foga e quasi li rompeva a metà, stretti nella gomma dei suoi guanti gialli. Accesi una delle sue sigarettine strette e le chiesi come stesse. All’inizio non mi rispose nemmeno, poi trovando la forza di non rantolare: “prossima domanda? E finiscila di scroccare sempre”.

Fra una chiacchiera e l’altra, sentii due colpi di clacson provenire dalla strada: segno che il cugino stava venendo su. Mia madrina drizzò le orecchie e chiese chi fosse. Forse aveva trovato il coraggio – o l’interesse, non l’ho mai capito – di venire a trovare sua zia.

Gli aprii e  andai a salutare Titti che continuava a lavare i piatti. Le feci fare due tiri dalla mia sigarettina e tornai nel salone, dopo averle dato un bacio.

John, a sua volta, stava dando un bacio alla mia madrina e passandomi accanto mi fece: “scoppoliamo dai”.  Anche io salutai la madrina che mi ricambiò con un soffio di voce e gli occhi quasi chiusi, sollevando appena la mano destra. I suoi splendidi occhi celesti non brillavano più. John era già sceso giù.

Per le scale sentivo colpi ripetuti contro la porta in legno: all’ultimo pianerottolo capii che era mio cugino che la prendeva a pugni. Caricava il pugno da basso e la colpiva, poi di nuovo e ancora, trattenendo le urla. Lo guardavo esterrefatto dall’alto. Poi si voltò, si sistemò i capelli all’indietro e la giacca di lana: “andiamo, cugino, mannaiallamadonna”.

Prese un lungo respiro e uscì: lo seguì senza dire una parola e Nothing else matters risuonava nell’auto, quando la notte e i lampioni sparuti illuminavano l’abitacolo.

Continua nella parte 2 ——> Conversioni (Seconda Parte)

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